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L’India nel cuore, intervista allo scrittore Vittorio Russo

Abbiamo intervistato Vittorio Russo, autore di un libro di viaggio dedicato all'India, edito da Baldini&Castoldi. Ci ha raccontato di un processo di scrittura in cui emerge la voce del cronista. E della vicenda marò ci ha detto: "È stata gestita con una superficialità che non merita nemmeno aggettivi"

È l’India mai raccontata, quella che vive nelle pagine del libro di Vittorio Russo L’india nel cuore, pubblicato in seconda edizione per Baldini&Castoldi.

Lontano dal minimalismo letterario delle short story, vicino al prestare attenzione al quidditas, l’anima del racconto, e, apprezzato dallo scrittore Alberto Bevilacqua, Vittorio Russo scrive con gli occhi attenti di un cronista, con i sentimenti di uno scrittore, con la curiosità di un bambino e l’esperienza di un capitano di lungo corso.

Cantastorie dell’anima, Russo, fa della sua scrittura lo strumento di conoscenza di una civiltà affascinante e ricca di mille contrasti. L’abbiamo intervistato per compiere un viaggio lontano, nel cuore della cultura e nel silenzio di un viaggiatore attento, che scruta il mondo per portarlo con sé.

L’India nel cuore è il resoconto di un viaggio affascinante che attrae il viaggiatore non soltanto per il sari, il più seducente abito del mondo, o per il bindi, il puntino rosso sulla fronte, ma per la sapienza in essa custodita e, gelosamente nascosta come un tesoro. Che cos’è che rende un capitano di lungo corso come lei, uno scrittore?

Scrivere è sempre una magia, un dono consapevole o inconsapevole, ma mosso dal profondo desiderio di raccontare la vita.

Chi è il viaggiatore?

Il viaggiatore è un uomo che non dimentica mai il bambino che è dentro di lui.

Com’è nato il suo libro L’India nel cuore?

Il libro non è nato da un unico viaggio in India, come può magari sembrare, ma da tanti messi insieme. Scrivo come viaggio, mille parole e viaggi infiniti.

libroNel libro lei parla di aquiloni e di aquiloni guerrieri. I primi, sono fogli di preghiera abbandonati al vento che gli dei leggeranno, i secondi, invece, resistenti e taglienti al tempo stesso, sono caratterizzati da una cordicella con cui sono guidati. Il gioco degli aquiloni è una tradizione raccontata da molti autori dei paesi asiatici e dell’Afghanistan, lo scrittore Khaled Hosseini, da lei citato nel testo, ne parla intensamente nel libro capolavoro Il cacciatore di aquiloni. Che cosa sono gli aquiloni per Vittorio Russo?

Un po’ quello che si cerca in un viaggio, la lettura profonda e simbolica di sé: l’anima e la sua libertà.

È riuscito a scrivere L’India nel cuore con gli occhi di un cronista, vigile e critico nei riguardi della realtà circostante, senza cadere nell’errore di indossare l’abito del tecnicismo, ciò che spesso allontana il lettore. Un narratore attento, ma emozionato. Come è riuscito in questa ardua impresa?

Con la sincerità. Per questo lavoro non ho messo in atto nessuna strategia. Un libro che non informa il lettore non è un buon libro. Ho voluto mettere nelle sue mani tutte le informazioni necessarie per arrivare alla fine del racconto con serenità e sentimento, senza alcun inganno.

Nel libro si realizza un evento meraviglioso, la comunione tra Russo cronista e Russo scrittore, la catarsi che libera il viaggiatore dai confini geografici e lo obbliga a compiere un viaggio nell’anima: è l’India mai raccontata, mentore di sapienza e di spirito. L’avventura diventa così conoscenza. La catarsi di questo viaggio, che da luogo fisico si tramuta in luogo di spirito, è il motivo dei suoi tanti viaggi?

Sì, la conoscenza permette di possedere le cose e di portarle con sé, ma prima bisogna identificarsi in esse e trovarci un senso di appartenenza. È un sogno realizzato, un libro scritto, un viaggio che si tramuta in un altro viaggio ancora.

Per lei, quindi, il viaggio è soltanto un pretesto?

Sì. Il viaggio è solo un pretesto. Un modo per cercare di ritrovare determinate cose, piccoli orizzonti, profili che sono sfuggiti, sensazioni che mancano, colori e sinestesia che permetteranno di apprezzare le cose. In questo, in fondo, non c’è nessuna straordinaria novità: faceva così già Erodoto, oltre 2400 anni fa.

Al suo fianco chi potrebbe essere un perfetto compagno di viaggio?

Di sicuro, un curioso ed appassionato della vita. È la curiosità culturale che rende gli uomini migliori.

Qual è l’immagine dell’India a cui è più legato?

Ai bambini con turbanti a strisce che ti sorridono ammaliati da una caramella, sono loro la sintesi stessa dell’India: batuffoli d’innocenza e melodie viventi, come li ho definiti nel libro; sono gli aquiloni della terra con quel loro osservarti ingenuo e rapitore, inconsapevoli della vita con quei sorrisi sui volti sporchi che è come l’armonia perfetta e definitiva di una cantoria fiorentina. Ecco, questa è l’India della vera immensità alla quale sono legato. Ogni viaggio in India è sempre una scalata, è un andare in un tempo e una storia che non sono nostri. I bambini sono il fragile ponte levatoio con quel mondo sognante e brutale, tutto il resto è mistero della riflessione antica e coinvolgente come un sogno di eternità.

Il caso marò: qual è la sua opinione a riguardo? Dove hanno sbagliato il Governo italiano e l’India?

La vicenda dei cosiddetti marò (fucilieri) è stata gestita nel tempo con una superficialità che non merita nemmeno aggettivi. Indicare tutte le tappe del tormentato iter della vicenda diventa impossibile anche per gli addetti ai lavori. La verità è che i due “marò”, fin dal principio, avrebbero dovuto essere giudicati in Italia secondo gli accordi internazionali sottoscritti anche dall’India. Con ingenuità si è lasciato fare e così i due fucilieri sono ancora in attesa che venga definito un preciso capo di accusa. In vista delle prossime elezioni laggiù e tenuto conto di certe spinte nazionalistiche su cui gioca la parte avversa al Congress Party, è comprensibile che l’India alzi la voce. Ma in realtà dietro non c’è molta sostanza. Lo dimostra il costante tira e molla che ha caratterizzato il caso da parte delle autorità indiane: da una parte la comprensione nei confronti dei due che hanno avuto il privilegio di tornare “in vacanza” per due volte in Italia, la straordinaria concessione degli arresti nella nostra Ambasciata e dall’altra le improponibili minacce di applicare la pena di morte. Credo che alzando la posta proprio con l’adombrare l’accusa di terrorismo, l’India stia dando una mano all’Italia permettendole di farsi sentire in sede internazionale e finire così per spuntarla. Non conviene all’India un confronto su questo piano. Le toglierebbe la credibilità che sta conquistando faticosamente per allargare l’orizzonte della sua politica estera e vedere accrescere, giustificatamente, il suo peso politico internazionale.

Da cosa è mosso l’agire indiano?

L’India è anche un paese dove la democrazia crea molte pastoie e un dibattito non sempre lineare. In esso l’antagonismo e il confronto scatenano, come ovunque d’altronde, la peggiore ipocrisia e un orgoglio nazionalistico insensato e controproducente. Ma da sempre e dovunque i politici sanno bene che l’attenzione delle masse dai problemi reali si storna sollecitando l’orgoglio patriottico. Questo avviene anche in India, forse in maniera anche più calcata che altrove, proprio perché è una grande Nazione, ma non una Patria.

 

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