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Intervista con Dacia Maraini: Lo scrittore è come Geppetto, può dare vita a un pezzo di legno

La seconda parte della chiacchierata con la grande scrittrice italiana, in visita a New York per presentare il suo ultimo libro. Abbiamo parlato di una società senza più idee, di berlusconismo, di Renzi, di editoria, scrittura e giovani scrittrici

Avevamo lasciato Dacia Maraini mentre ci diceva che, in un’Italia sbracata e poco idealista, la storia di Chiara di Assisi, personaggio di profonda coerenza (cui è dedicato il suo ultimo libro, presentato giovedì 13 marzo alla Casa Italiana NYU), può mostrare un paese diverso, capace di battersi per le proprie idee. Dall’Italia sbracata riprendiamo la chiacchierata con la scrittrice italiana in visita a New York.

In questa società senza più ideali né idee, la classe intellettuale sembra essere ormai un po’ in sordina, non più in grado di influire sulle idee. Lei che di quella classe fa parte da tanto tempo, ritiene che gli intellettuali abbiano avuto una responsabilità nel non riuscire a dare una spinta diversa alla società?

Di quello che è successo in Italia non darei la responsabilità agli intellettuali, anzi. In quest’era berlusconiana gli intellettuali hanno preso posizione, salvo poche eccezioni. Hanno fatto rete, cosa che prima non si faceva. Penso a Nanni Moretti che faceva i girotondi a cui ho partecipato anche io tante volte oppure alle donne del Se non ora quando e tante altre realtà. Io stessa ho partecipato a vari momenti di protesta e manifestazioni di piazza guidate da intellettuali quando, per esempi,o ci sono state le leggi ad personam. Però non è valso a nulla. Ma tanti si sono schierati e si sono dimostrati motivati contro la deriva del berlusconismo. Io non ce l’ho con Berlusconi come persona, ma la cultura che ha introdotto mi pare sia stata deleteria. La cultura del mercato, in cui tutto si compra e si vende, dal corpo femminile ai senatori. E nessuno che si vergogna o si indigna di fronte al deterioramento della politica. Di certo questo non dipende dagli intellettuali. Ma forse, se le mobilitazioni non sono servite a niente, può darsi che la loro voce non sia abbastanza forte. Però c’è anche da dire che gli intellettuali sono sempre una minoranza.

Quindi è colpa della società che li ha messi da parte?

C’è stata un’illusione di grande ricchezza e con questo l’illusione di poter fare quel che si vuole. Berlusconi ha rappresentato il trionfo del liberalismo che dice lasciate fare al privato, lasciate che ognuno faccia quello che vuole e poi il mercato si regolerà sull’iniziativa privata. Si doveva sapere già dal ’29 che non era così, invece ci sono ricascati. Ma il mercato, lasciato da solo, fa solo disastri. Non si può lasciare tutto in mano a speculatori che pensano solo al denaro. È necessario che ci sia un’idea politica, un governo che dovrebbe pensare al bene dei cittadini, alla difesa dei diritti e delle minoranze, a proteggere il territorio. Cose che ai privati non interessano. C’è stato un delirio di onnipotenza. Ma poi è arrivata la crisi a dimostrare che scelte di questo tipo portano alla catastrofe. Oggi ne stiamo pagando le conseguenze. Abbiamo bisogno di recuperare un’idea etica della società. Sì, gli intellettuali sono stati messi da parte, ma non solo dai politici. Anche da una maggioranza della società. È vero che esiste una minoranza in Italia che fa tante cose e che non ha seguito questa linea. Esiste un’italia diversa, ma, in un momento di ricchezza ed euforia, ha prevalso l’altra Italia. Ora bisogna ricostruire da capo. E qui gli intellettuali possono fare qualcosa, sì, ma poi tocca ai politici.

Perché la politica si faccia portatrice di un’idea etica di società, ci vogliono però dei politici con un’etica. Ce ne sono in Italia?

Secondo me in questo momento in Italia chi fa veramente il suo dovere sono i magistrati, con tutti gli errori del caso, le debolezze e le contraddizioni. Ma alcune leggi sono cambiate grazie all’impegno della magistratura. Mentre la politica non ha detto o fatto niente, nonostante spettasse a loro cambiare le cose.

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Dacia Maraini, durante il suo intervento alla Casa Italiana Zerilli Marim├▓ NYU

E come vede questo nuovo governo? Crede che sarà in grado di produrre un cambiamento?

Io sono sempre ottimista. Spero che qualcosa cambi. Siamo arrivati a un punto tale di bassezza che spero che ora ci sia la voglia di cambiare anche in chi prima non voleva cambiare. Di sicuro eravamo arrivati al fondo. Ora si deve risalire. E in questo do ragione a Renzi che ha spinto per un ricambio. Non credo sia una questione puramente anagrafica: ci sono tanti giovani – basta guardare la Lega o anche i Cinque stelle – che hanno delle idee vecchissime. Ma che quella classe dirigente si fosse fossilizzata è vero. C’è stata una cristallizzazione del potere che non riusciva più a vedersi nei rapporti con la società né a cambiarsi. Quindi penso che l’idea di fare piazza pulita abbia senso.

Lei viene spesso negli USA dove è ospite di varie università per conferenze e incontri con gli studenti. Cosa che fa spesso anche in Italia. Nota delle differenze tra l’ambiente universitario americano e quello italiano?

Le università sono una delle cose più belle dell’America, sono ambienti estremamente stimolanti. Una cosa che mi ha colpita è però che c’è una differenza abissale tra la gente comune, in genere piuttosto ignorante, e gli ambienti universitari. Da noi il livello medio è più alto, qui la media è molto bassa, ma invece nelle università c’è una grande intelligenza e raffinatezza di pensiero. Tanto che anche negli studi sull’Italia sono più avanzati che da noi, conoscono delle pieghe del nostro passato pittorico, musicale e letterario che noi non conosciamo. C’è una preparazione della classe dirigente molto approfondita. Da noi si tende a pensare che l’università americana sia solo per ricchi. E invece ho scoperto che il 40 o 50 per cento degli studenti è lì grazie a borse di studio o altri programmi di supporto. E quindi nelle università trovi persone di ogni classe sociale e provenienza. Insomma, esiste la meritocrazia. Se studi e hai talento vai avanti, non ha importanza da dove vieni.

E le sembra che queste differenze si riscontrino poi anche nella preparazione degli studenti?

Le università italiane sono prive di meritocrazia, sono basate sulla gerarchia. Sia per quello che riguarda i docenti, sia anche per la ricerca e per gli studenti che ormai non credono più ai concorsi perché sanno già che sono viziati.C’è da dire, però, che le scuole da noi funzionano meglio. Abbiamo degli ottimi licei, ci sono moltissimi insegnanti bravi che lavorano seriamente, che si sacrificano, che ci mettono passione e dedicano tempo agli studenti. Ho scoperto un mondo straordinario nelle scuole, più innovativo e con più voglia di fare che le università.

Lei fa eccezione, ma in generale la letteratura contemporanea italiana si traduce poco e si vende poco all’estero. Nel caso specifico dell’America, perché crede che i nostri autori non riescano a farsi conoscere?

Credo che dipenda dal fatto che gli USA sono una grande potenza e tutte le grandi potenze sono autoreferenziali, è successo a suo tempo anche con l’impero romano. C’è poco interesse per gli altri, sono culture un po’ rivolte a se stesse.

Qual è la situazione dell’editoria italiana. Direbbe che è in buona salute?

Il problema è che gli editori tendono a commercializzarsi. Il sistema editoriale sta diventando sempre meno artigianale. Ma lo scrittore (almeno quello vero) è un artigiano e se diventa commerciale muore e il libro diventa un oggetto qualsiasi. Ci sono anche i facitori di oggetti, ma lo scrittore vero fa un lavoro unico, proprio come l’artigiano, un lavoro che non può essere serializzato. Per questo l’industria del libro è un’industria molto particolare, con tante contraddizioni, e che non può essere trattata come si tratterebbero i cioccolatini o le scarpe. Ha a che vedere con le idee, ha dei tempi diversi. Ha un’imprevedibilità che non coincide con la prevedibilità del commercio. Nella letteratura non si può stabilire quale sarà lo stile del prossimo anno, è un settore molto più casuale, più sottile e profondo di quello che si pensa. E non va d’accordo con la razionalità dell’industria. Inoltre gli editori prima erano dei signori. C’erano il signor Einaudi, il signor Garzanti, il signor Rizzoli che sapevano e capivano il valore di un’idea, ci mettevano la faccia e stavano in quel settore per tutta la vita. Oggi le case editrici sono dirette da manager che magari vengono da altri settori e non capiscono la specialità del materiale che stanno trattando: guardano solo le vendite. E per gli scrittori questo è disastroso.

Quindi quali qualità dovrebbe avere un giovane scrittore italiano?

Rimanere sull’artigianato, insistere, crearsi uno stile proprio, sfuggire a queste sirene della commerciabilità. Gli editori cercano di imporre cose che loro pensano facciano vendere meglio e poi sbagliano sempre perché per fortuna il successo di un libro non si può mai prevedere. Ma è importante attenersi alla propria identità e andare avanti senza seguire le lusinghe del mercato.

In cosa è diverso il processo di scrittura artigianale rispetto a quello commerciale?

Mentre si scrive si impara. Scrivere è un processo di conoscenza. Non si scrive perché uno ha una verità in tasca. Scrivere significa mettersi a tu per tu con gli enigmi e il mistero, e non è che li risolvi, ma li affronti, cerchi di capire. Perciò è un’incognita, non sai mai, prima, cosa verrà fuori da quello che scrivi. Quelli che sanno già tutto in partenza secondo me sono dei commercianti. Vendono un oggetto che è già confezionato. Invece lo scrittore è come un artigiano. Che piano piano costruisce un oggetto. Come Geppetto che costruisce un burattino di legno che poi invece va per i fatti suoi, diventa una creatura di carne. Certo, diventa una creatura se l’artigiano ci riesce, altrimenti rimane di legno. È un lavoro di sorpresa, man mano che scrivi capisci delle cose che non sapevi prima.

Se dovesse nominare una giovane scrittrice italiana che a suo avviso è riuscita a fare tutto questo?

Ce ne sono tante di brave scrittrici. Melania Mazzucco è bravissima, Silvia Avallone è una brava raccontatrice di storie, mi piacciano molto Milena Angus e Fleur Jaeggy. Silvana Grasso è una scrittrice molto sofistica ma davvero brava. Poi Valeria Parrella. Ce ne sono di brave, bravissime.

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Dacia Maraini e Maurita Cardone a colazione

Qual è il suo rapporto con New York? É una città che le piace?

Ci vengo spesso, almeno una volta l’anno. Mi piace molto l’architettura. Qui i grattacieli hanno una funzione: non potendosi espandere in larghezza, la città si espande in altezza. È un’architettura che nasce da una necessità, quindi radicata nel terreno. È una città bellissima. Però mi disturba molto vedere che sta diventando sempre più turistica nel senso peggiore della parola. C’è una stereotipizzazione, una commercializzazione verso il basso della città.

Era diversa quando ha iniziato a frequentarla?

Credo di essere venuta qui per la prima volta negli anni ’60 e, sì, era molto diversa. Aveva un’identità più forte, mentre oggi tende ad omologarsi. C’è poca anima. Però io che sono un’amante dei musei, qui trovo sempre qualcosa di interessante da vedere.

Forse allora la comunità artistica era più presente. Quando veniva qui in passato, ha avuto modo di entrare in contatto con quella comunità?

Sì, ero amica di Elizabeth Hardwick, del poeta Robert Lowell, di Susan Sontag che andavo a trovare ogni volta che arrivavo in città e di Judith Malina e gli altri del Living Theatre che vedevo spesso. Allora era naturale incontrarsi con altri scrittori o artisti, ci si conosceva, ci si vedeva. Il mondo intellettuale era aperto agli scambi. E c’erano dei luoghi dove ci si incontrava, si parlava o anche solo si beveva un caffè. Adesso mi sembra che posti così non ci siano più. Ma è lo stesso in Italia.

 

Accompagno Dacia Maraini a prendere un taxi. Da appassionata di musei e di arte, è diretta al Met per vedere la mostra su Piero della Francesca. Mi resta addosso il piacere di chiacchierare, di scambiarsi pensieri, di prendere un caffè con un’intellettuale. Una definizione generica, quella di intellettuale, mi ha fatto notare lei stessa durante la nostra chiacchierata. E mentre mi incammino verso casa in questa New York che gronda nostalgia per quegli anni in cui c’erano posti in cui potevi incontrare Susan Sontag seduta a un tavolo con Dacia Maraini, penso che un intellettuale è, genericamente, qualcuno che guarda il mondo e si fa domande. E che con quelle domande sa trasformare, in modo unico e per niente generico, un pezzo di legno in una creatura in carne e ossa.

 

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