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Tradire il Sud per salvarsi e per salvarne la storia. Intervista a Adolfo Scotto di Luzio

Una scena del film Rocco e i suoi fratelli, in cui una famiglia del Sud emigra a Milano

Una scena del film Rocco e i suoi fratelli, in cui una famiglia del Sud emigra a Milano

Docente, storico, editorialista ed esperto di pedagogia e di Sud, Adolfo Scotto di Luzio ha lasciato la sua Napoli per andare ad insegnare a Bergamo. Ma resta un intellettuale meridionale, orgogliosamente incapace di smettere di elaborare i termini del proprio rapporto con l’origine. Lo abbiamo intervistato e ci ha parlato del suo impatto col Nord, della scuola italiana e di legami

 

Adolfo Scotto di Luzio, storico, ha scritto per Il Foglio e Il Riformista diretto da Antonio Polito e poi da Stefano Cappellini. È editorialista del Corriere del Mezzogiorno, prima con Marco De Marco e oggi con Antonio Polito. Alla storia della scuola ha dedicato numerosi libri, tutti pubblicati da Il Mulino. E l'ultimo, La scuola che vorrei, è uscito per i tipi di Bruno Mondadori nel 2013.

In questa lunga intervista abbiamo chiacchierato del suo “trasferimento” a Milano, della scuola italiana e di una Napoli che lui ha consapevolmente tradito.

Come è stato il suo impatto con Milano e con Bergamo dove insegna storia della Pedagogia? Cosa si aspettava e cosa non ha trovato?

Vivere a Milano e insegnare a Bergamo è stata, dal punto di vista personale, una buona soluzione per attutire l’impatto del “dispatrio”. Il confronto tra la grande città del Sud e la piccola città del Nord non è nemmeno concepibile. C’è ancora qualcosa di elettrizzante in Milano per uno che viene da Napoli, una promessa moderna. Sembrerà strano, ma Milano rivela la sua modernità quando per una qualche ragione il suo ingranaggio si blocca. Allora lo vedi, vedi il corpo metallico della città moderna. La metropolitana ad esempio, migliaia di persone, all’ora di punta, che si muovono tutte nella stessa direzione. Milioni di movimenti giornalieri, l’enfatizzazione dei sistemi di gestione e controllo dei flussi. Se si blocca una catena di treni, uno dietro l’altro, nelle gallerie ci restano decine di migliaia di passeggeri. Men at work, mi vengono in mente i film americani che raccontano la concentrata tensione della vita professionale. Mesi fa il Corriere pubblicò in prima pagina una foto della paralisi. Uno sciopero dei mezzi pubblici, l’ultimo treno, la gente che cerca di superare di corsa le saracinesche che si stanno chiudendo, una giovane donna, gonna stretta e tacchi, che pur di non perdere il treno e arrivare in ufficio, si tira su la gonna a mezza coscia e si infila nello spazio residuo della serranda che si sta abbassando. C’è in questa immagine nervosa e sexy l’essenza eterna della città moderna: le gambe delle donne. A Napoli questa cosa non sarebbe possibile, perché il tempo e ciò che nella modernità gli è intimamente connesso, la possibilità di calcolarlo con precisione, semplicemente non esistono.

adolfoDetto questo è anche vero che se non lavori nel mondo della finanza o nella moda, Milano non sembra più in grado di offrire granché. In generale, direi, la contraddistingue una certa piattezza intellettuale e una mancanza di prospettiva. Il problema di questa lunga transizione italiana è che la candidatura vittoriosa del Nord a governare il Paese avanzata a partire dalla metà degli anni Settanta, l’epoca a cui risalgono le prime teorizzazioni “padane” sulla macroregione del Nord, non è stata accompagnata da una proposta ideologica forte. E, diciamoci la verità, si è risolta in un mezzo fallimento politico. Il Nord delle occasioni sprecate è stato quello che non è riuscito a dare alla sua protesta una elaborazione culturale, un modello alternativo, e dunque agli italiani una prospettiva di uscita dalla crisi della cosiddetta prima Repubblica. Da Milano è partita l’iniziativa, ma poi Milano non è andata oltre, diciamo così, la fase legalitaria, dei grandi processi di mani pulite. Così, anche la nuova destra berlusconiana, a dispetto di tutte le banalità che si dicono sull’offensiva neo liberista, non ha elaborato un suo modello e questo ne ha fatto una gigantesca enclave nel corpo politico del Paese. Questo isolamento del berlusconismo, la sua difficoltà a farsi ascoltare nei luoghi in cui si forma il senso comune, ha inciso negativamente sulla selezione della classe politica e ha indebolito la sua carica innovativa. Risultato, un paese impantanato, che ha passato vent’anni a pestare acqua nel mortaio di una lingua pubblica progressivamente svuotata di contenuti.

Lei insegna storia della pedagogia. Quali sono i capisaldi di una pedagogia italiana? E qual è lo stato dell’istruzione primaria e secondaria in Italia?

Sono due cose diverse e pure strettamente collegate. Ed è pure difficile parlare di una “pedagogia” italiana. Sono esistite molte pedagogie, riconducibili in parte alle grandi partizioni politico-ideologiche italiane, ma in parte derivate da influssi e apporti intellettuali che con queste culture politiche della penisola non avevano quasi niente a che fare. Questo è vero soprattutto a partire dagli anni Cinquanta e Sessanta quando, dopo la ricostruzione, la cultura italiana e quindi anche la pedagogia si aprono alle correnti che provengono da fuori, in particolar modo gli Stati Uniti. Un paese, l’America, impegnato proprio sul terreno della scuola e delle politiche formative in una dura competizione con il nemico ideologico e geopolitico e quindi alla ricerca di soluzioni efficienti, di macchine per insegnare, di teorie dell’istruzione in grado di forzare i limiti naturali dello sviluppo di un individuo in formazione. Penso a Bruner e alla sua polemica con Dewey e con Piaget. Per quanto riguarda invece lo stato della nostra istruzione, io diffido della parola crisi e in particolare se applicata alla scuola. La crisi della scuola è sulla bocca di tutti e serve, è servita in questi ultimi anni, a giustificare ogni forma di intervento, ogni ambizione politico pedagogica. A partire dalla famosa svolta degli anni Novanta, quando fallisce la cosiddetta prima Repubblica non c’è stata maggioranza di governo che nel nome della crisi della scuola non abbia provato a dare agli italiani la sua personale versione di una scuola perfetta. Il risultato è stato, ancora una volta, un muoversi senza andare da nessuna parte. L’unica cosa in cui si è riusciti è stato demolire il passato. Se dovessimo giudicare questa fase della storia politica della nostra scuola, nessuno, né a destra né a sinistra, è riuscito a venire a capo dell’efficacia del sistema formativo nazionale mentre è possibile imputare a tutti questi riformatori la responsabilità di una grave caduta degli standard degli apprendimenti degli studenti italiani. Oggi, i nostri studenti sono molto meno preparati di trant’anni fa e su terreni decisivi come l’italiano, la geografia, la storia. Un’altra cosa è avvenuta. La burocratizzazione della scuola, a tutti i livelli fino all’Università. La scuola nel suo complesso è ridotta oggi ad un gigantesco apparato burocratico, trattato come si trattano tutti i sistemi di questo tipo.

La scuola italiana tanti la danno in perenne difficoltà eppure I licei e gli istituti tecnici ancora reggono il confronto con le scuole di pari grado europee. Dove si annidano le difficoltà reali o presunte della scuola italiana?

Le difficoltà sono molteplici e sono accentuate dal ciclo economico. Ma in Italia c’è stato in questi anni un sovrappiù di dileggio nei confronti di tutto ciò che era cultura e scuola, università compresa, che si spiega solo con riferimento ad alcune componenti profonde della mentalità italiana. Più che altrove, la crisi della prima Repubblica e lo sgretolarsi della grandi culture politiche del dopoguerra ha determinato la rottura del nesso storico sentimentale che teneva insieme élite e tradizione intellettuale italiana, si trattasse anche solo di un omaggio formale. I nuovi politici non hanno avuto più niente che li tenesse legati, che ne so, a Manzoni o a Foscolo. Questo ha reso le istituzioni culturali del paese ancora più vulnerabili di quanto non lo fossero già, perché le ha private di quella fascia protettiva che derivava loro dall’essere ammantate di prestigio e dal fatto che questo prestigio si rifletteva nella formazione di coloro che erano deputati alla loro tutela. In assenza di questo legame, ripeto, sentimentale, la cultura è diventata, secondo un gergo pressoché totalitario, un bene culturale, una merce e questo ha determinato un progressivo sbiadire della sua importanza a fini della nostra comune identità. La cultura, si dice, è una risorsa, nessuno pensa che la cultura, le sue testimonianze letterarie, artistiche, architettoniche, paesaggistiche, è indispensabile per la localizzazione storica e morale di una comunità. A questo poi va aggiunto quello che dicevo prima: una scuola non può funzionare se la domanda che viene dal paese è una domanda generica di istruzione. Un tempo avevamo ingegneri da formare, funzionari della pubblica amministrazione di uno Stato forte e funzionante, oggi e lo Stato e la grande industria, sono piuttosto malmessi.

Lei è editorialista del Corriere del Mezzogiorno. I suoi interventi su Napoli e sul Sud non sono mai teneri. È davvero così mal messa la realtà sociale e politica del Sud vista da Bergamo? Oppure in lei è germogliato un sottile risentimento verso Napoli ed il Sud, alla luce del suo “espatrio” Milanese?

Nessun risentimento. Una domanda del genere negli Stati Uniti non avrebbe senso. La gente si sposta. Non muore nel posto in cui è nata. Tra i genitori e i figli ci sono migliaia di chilometri di distanza. Da noi è diverso. Ma ci sono ormai “generazioni moderne” per le quali, come già faceva notare il grande e mai troppo rimpianto Massimo Troisi, muoversi, andare via da casa non significa emigrare. Uno se ne va perché ha voglia di tentare la propria sorte, di mettersi in gioco, perché si sente “lontano da casa” e la sua vita è un lungo viaggio verso casa. Io adoro Bob Dylan e il mio motto è “No direction home”. Poi Napoli è anche una grande questione italiana e un grande tema del discorso pubblico. C’è un modo di essere dell’intellettuale meridionale che consiste nel non cessare mai di elaborare i termini del proprio rapporto con l’origine. E io mi sento tra questi. Felicemente e orgogliosamente nel novero di questi intellettuali.

Un suo lavoro editoriale ha per titolo Napoli dei molti tradimenti. Ci può spiegare la scelta di questo titolo?

Un amico che lesse pagina dopo pagina il libro mentre lo venivo scrivendo mi disse che era un titolo sbagliato, troppo difficile da ricordare e che tutti avrebbero storpiato. Credo per questo, per dimostrarmi di aver ragione, quando ne parlò su un giornale nazionale sbagliò a citarlo. È un titolo che corrisponde esattamente allo stato d’animo di allora, a come mi sentivo, all’idea che tradire fosse il modo migliore per salvarsi e per salvare quello che andava salvato di una storia, di un legame. C’è un momento in cui non si può più stare nel posto in cui si è rimasti troppo a lungo, in cui le ragioni si sono esaurite, restare non ha più senso e tu sei pronto per prendere il largo. Tradire serve a convincersi che è finita e così a sentire meno il dolore della separazione (in fondo non si tradisce qualcosa o qualcuno di cui si pensa che valga ancora la pena). Ma tradire è anche trasportare con sé in un altro luogo. Quel libro più che una fine è stato un inizio. Un modo per penetrare le ragioni di una storia che era durata una vita.

 

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