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La rivoluzione a colpi di zappa. Intervista con Emanuele Feltri l’agricoltore minacciato dalla mafia

In una terra in cui le dinamiche della mafia rurale non sono mai davvero cambiate, un giovane torna dalla città alla campagna in un'area argillosa tra Etna e mare. Fa attivismo nel territorio, aggrega gli agricoltori, chiama le istituzioni ad essere presenti e chiede un'antimafia dei fatti. “Chi resta in Sicilia deve comprendere che ha l' opportunità di partecipare attivamente ad un reale cambiamento”

Un territorio argilloso tra il mare e l’Etna, al centro di una valle, quella del Simeto, che diventa la porta dell’entroterra siciliano.

Una terra difficile, già dallo stesso nome Sciddicuni, che in siciliano significa scivoloso. Una storia piena di coraggio e dignità. E di bellezza. Come i tramonti che da lassù , guardando la Montagna, ci fanno sentire piccoli ma che regalano senso di libertà e speranza.

Inizia esattamente un anno fa la storia di Emanuele Feltri, giovane trentenne catanese, perito agrario, proprio in questa vallata in provincia di Catania dove lui ha deciso di comprare cinque ettari di terra, tra agrumeti, casolari e uliveti, per trasformarli in un progetto di cooperativa basata sull’agricoltura sostenibile e sui gruppi di acquisto solidale.

Come molti giovani siciliani, dopo gli studi, Emanuele stava maturando l’idea di partire, quando una congiuntivite paradossalmente lo illumina e lo riporta alla sua terra, alla campagna.

Come in un film, il copione della mafia rurale rispetta tempi e modalità: cinque pecore sgozzate, una sviscerata fatta trovare davanti all’uscio di casa. Da allora: furti, intimidazioni, arance rubate, discariche abusive. Tutti messaggi che per i siciliani sono segnali inequivocabili. Emanuele non si ferma. Alza la testa e va avanti. Lotta per la sua terra grazie anche all’appoggio della famiglia e degli amici.

Dopo un anno nella vallata è stata allacciata la corrente elettrica, Emanuele insieme ai ragazzi che hanno appoggiato questo progetto ha creato un’associazione di giovani agricoltori, la comunità Terre Forti. Loro non amano essere definiti eroi. Sono ragazzi con dei sogni come tanti altri che in terra di Sicilia diventano lotte e conquiste. Ragazzi che decidono di rimanere quando tutti partono e di ritornare alle radici, alla campagna. Perché, come dice un detto siciliano: U beni veni da chiana (il bene viene dalla campagna).

emanuelaÈ trascorso quasi un anno dalle minacce che hai subito. Da allora cosa è cambiato?

È cresciuta la consapevolezza che questa non è solo la mia battaglia e sento la responsabilità verso chi continua a subire senza avere la forza di reagire. Vincere, portare avanti i miei  progetti in quel territorio significa dare una scossa, una speranza e oggi in Sicilia c'è bisogno di speranza e azioni concrete per uscire dall'immobilismo rendendosi protagonisti del proprio futuro. Ho iniziato questo percorso da solo ma adesso siamo in tanti a lavorare la terra in maniera naturale e ad occuparci di politiche agricole e difesa del territorio.

In questa vicenda, che ruolo hanno avuto le istituzioni, gli amici, la società civile?

Aver reagito in maniera forte all'ennesimo atto intimidatorio ed essere riuscito grazie alla rete a comunicarlo ha scatenato un’ondata di solidarietà e partecipazione attiva da parte della comunità locale, degli amici e dell'opinione pubblica. Questo ha spinto le istituzioni a pronunciarsi e ad essere presenti ma nella maggior parte dei casi il ruolo istituzionale si è esaurito in una semplice passerella, contornata da promesse mai realizzate. Le forze dell'ordine inizialmente prudenti e poco incisive, in seguito hanno fatto un ottimo lavoro ma sono consapevole che molti altri subiscono minacce e danneggiamenti nelle campagne ma non ricevono le stesse attenzioni.

Le intimidazioni, il modus operandi di chi ti ha minacciato, sembrano ricondurre ad un vecchio tipo di mafia rurale che sembrava essere stata sostituita da una mafia più moderna.

Le dinamiche mafiose o di cultura mafiosa nelle campagne e nell'entroterra rurale in realtà non sono mai cambiate, le intimidazioni sono mirate a mantenere il controllo del territorio. Alcune pratiche negli anni sono diventate la "normalità" come il fenomeno della guardiania, ovvero il pizzo delle campagne. Bisogna pagare per essere protetti, diversamente ti danneggiano e rubano tutto.

A chi pensi possa dare veramente fastidio il tuo progetto?

Non credo che avessero realmente chiaro il mio progetto. Io sono semplicemente un agricoltore incontrollabile che fa attivismo nel territorio, aggrega altri agricoltori su problemi e tematiche comuni e chiama le istituzioni ad essere presenti. Direi che basta per essermi guadagnato il verdetto di espulsione da quella zona.

Hai lasciato la città per un progetto che ti stava a cuore: agricoltura sostenibile nella tua terra. Come hai maturato questa scelta in un periodo in cui i giovani siciliani lasciano in massa la Sicilia?

altriCome tanti giovani siciliani, anche io stavo per abbandonare la Sicilia per un lavoro in nord Italia ma un mese di cecità dovuta ad una congiuntivite virale mi ha fatto letteralmente aprire gli occhi. Ho maturato la scelta di rimanere ripartendo dalle mie radici… la terra! Mia nonna era una contadina.  Avevo un diploma di perito agrario ed una passione per la cultura popolare contadina, per le nostre tradizioni e ammiravo l'equilibrio, la sobrietà e l'amore che i vecchi contadini avevano: dalla molteplicità delle varietà  che coltivavano (prima degli anni 60, della monocoltura estensiva) alla cura che mettevano nel costruire i terrazzamenti in pietra per coltivare i terreni franosi, i materiali usati per costruire (pietre, argilla, canne), le tecniche per non impoverire i terreni, il lavoro condiviso, il mutuo aiuto.La mia non è stata una scelta imprenditoriale ma un voler ritrovare i valori della Sicilia che amo. Vorrei costruire un modello privo di sfruttamento per l'uomo e per la terra, dove il contadino (figura quasi scomparsa) e le comunità rurali riprendono il ruolo di custodi del territorio agricolo e paesaggistico nell'ottica di bene comune da preservare e i consumatori, le città, le comunità locali divengono cooproduttori con la scelta dell'acquisto dei prodotti locali ed etici, pagandoli al giusto prezzo attraverso le vendite dirette. Questo è un modello che in parte sta già funzionando. Adesso siamo in una fase di crescita, diventeremo una cooperativa agricola nella speranza di riuscire a coltivare altri terreni in stato di degrado e abbandono, creando nuove opportunità per altri giovani che vogliono avvicinarsi alle nostre pratiche.

Da un lato i giovani che partono, dall'altro c'è invece chi vuole investire in Sicilia e decide di rimanere. Fra questi, in molti stanno tornando alle campagne non senza ostacoli anche di natura burocratica e politica. Cosa significa fare oggi agricoltura in Sicilia?

Oggi è molto difficile vivere di agricoltura, i nostri prodotti sono sotto pagati, siamo avviliti dagli accordi commerciali dell'Italia e dell'Europa, importano agrumi da paesi dove il costo della manodopera è bassissimo. Le multinazionali fanno puntualmente arrivare navi container con grano proveniente dall'Europa dell'Est e questo durante la raccolta del grano siciliano. Così facendo crollano i prezzi del nostro prodotto e i terreni vengono abbandonati. I piccoli  imprenditori non ce la possono fare e assistiamo ad una svendita dei nostri terreni che vengono acquistati  a bassissimo costo da multinazionali e grossi imprenditori. Si sta ritornando al latifondo dopo che la riforma agraria degli anni 50 l'aveva debellato! Le difficoltà nascono anche dal fatto che l'acqua d'irrigazione è sempre più cara e spesso non garantita, il gasolio agricolo è alle stelle, le vie di comunicazione sono in pessime condizioni e prive di manutenzione. La pressione fiscale e l'iter burocratico per i piccoli produttori è assolutamente insostenibile. Sembra ci sia la chiara volontà di fare scomparire migliaia di piccoli produttori e contadini che hanno sempre costituito la ricchezza è l'unicità della nostra agricoltura. A tutto questo si contrappone  una crescente presenza di giovani, molti anche laureati che ritornano alla terra, creando reti solidali e nuovi sistemi di vendita. La presenza di molti gruppi d'acquisto (GAS) in tutta Italia, sta favorendo le vendite dirette e fa ben sperare.

In che cosa la politica regionale fallisce quando si parla di impresa agricola per i giovani?

pecoraLa  Regione, Sicilia è stata capace di perdere milioni di euro stanziati dalla comunità europea per l'incapacità di progettare! Queste risorse potevano essere spese per creare infrastrutture rurali, vie di comunicazione, incentivi a fondo perduto e tutto ciò che è necessario per ripartire. Il PSR (piano di sviluppo rurale) prevede pochissime misure a fondo perduto e per un giovane che ha le competenze e le capacità ma non ha un capitale di partenza diventa veramente difficile. Io ho venduto il mio unico appartamento in città, la macchina, la moto e nonostante questo, dopo l'acquisto del terreno non ho il capitale sufficiente nemmeno per comprare un trattore e tutto il lavoro lo facciamo a mano. Stiamo comunque riuscendo a crescere ma fa rabbia pensare a tanto denaro pubblico sperperato per opere inutili  ed altro nemmeno speso e noi qui, a doverci inventare ogni giorno a come poter andare avanti praticamente senza risorse. Certo, riuscire da soli a risolvere i problemi che quotidianamente si presentano da soddisfazione ma è impensabile poter chiedere ad un ragazzo che voglia fare agricoltura di affrontare tutto quello che stiamo affrontando noi.

Si parla spesso di lotta alla mafia e di antimafia, a volte abusando quest'ultimo concetto. Tu una volta hai detto che non conoscevi gli strumenti di lotta alla mafia ma eri semplicemente un cittadino libero che si batteva per i propri diritti. Non trovi che in Sicilia certi diritti non siano sempre scontati e devono passare per la lotta all'antimafia?

L'antimafia delle parate e delle ricorrenze non serve a molto, qui c'è bisogno di un radicale cambiamento e questo può avvenire soltanto dalle nostre scelte quotidiane che devono totalmente rifiutare pratiche e dinamiche che si sono insediate ormai nella nostra cultura. L'antimafia a mio avviso deve essere l'antimafia dei fatti. Bisogna che le istituzioni siano realmente presenti e sostengano le realtà pulite che lavorano in territori difficili. Chi contrasta le dinamiche mafiose deve essere sostenuto e non lasciato con la sua croce in spalla. Siamo in tanti ormai in Sicilia a rifiutare mafia e mentalità mafiosa ma chi vuole aprire un’attività e crescere trova ancora troppi ostacoli. Noi vorremmo estendere il sistema delle vendite dirette ad altri agricoltori, ci sarebbe bisogno di un magazzino sociale dove far convergere i prodotti per poi spedirli. Ci sono capannoni della Regione e beni confiscati alla mafia inutilizzati. Perché non destinarli a giovani agricoltori tutelandoli e accompagnandoli nel loro percorso? Questo sarebbe un esempio di antimafia dei fatti.

Una Sicilia libera che vuole far rivivere il patrimonio in cui vive. Chi sono i giovani che insieme a te hanno sposato il progetto?

Abbiamo creato un’associazione di giovani agricoltori (comunità Terre Forti). Il nucleo trainante è costituito da ragazzi che hanno scelto di diventare agricoltori ma che provengono dalla città, da altri lavori, da percorsi universitari. Ci accomuna la stessa visione di sviluppo sostenibile e la voglia di creare reti, aggregare e occuparsi di difesa e sviluppo del territorio e politiche agricole. Con soddisfazione posso dire che nel nostro piccolo ci stiamo riuscendo, siamo una ventina e molto affiatati. Tra di noi ci sono anche ragazzi che sono agricoltori da generazioni ma sono ancora pochi.

Ai giovani siciliani che restano cosa diresti? A quelli invece che partono?

Chi resta in Sicilia deve comprendere che ha l'opportunità di partecipare attivamente ad un reale cambiamento. Non bisogna isolarsi ma cercare affinità con altri giovani e condividere capacità, progetti e difficoltà. Una difficoltà anche se grande, condivisa con altri, ha più possibilità di risolversi. Non lasciate che i vostri sogni e il vostro entusiasmo si spengano ma osate, credeteci e difendete i vostri progetti,s enza fermarvi alle prime difficoltà. Chi parte abbia l'impegno di migliorarsi facendo anche chiarezza sugli obbiettivi da raggiungere, sperando che un giorno si possa ritornare con una marcia in più! 

Ci sarà stato un momento in cui hai pensato di mollare tutto?

Lo scorso anno dopo l'ennesimo furto ed un grave danneggiamento subito all'impianto d'irrigazione avevo ceduto. Ho lasciato la mia collinetta per qualche mese ma sono rimasto sempre nella valle del Simeto a lavorare in campagna vivendo con altri ragazzi, ho riacquistato fiducia e sono ritornato a Sciddicuni! L'episodio delle pecore ammazzate, per la sua cruenza invece di abbattermi mi ha fatto scattare una voglia di rivalsa che è stata anche la mia forza.

 

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