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Speciale Open Roads / La variabile umana: intervista al regista Bruno Oliviero

Dopo i film dedicati a mafia e terrorismo, l'approdo alla fiction con una pellicola che affronta il rapporto tra un padre poliziotto, interpretato da Silvio Orlando, e una figlia adolescente

Dopo un'onorata carriera da documentarista, con uno spiccato interesse per fenomeni di mafia e terrorismo a Milano, il debutto nella fiction di Bruno Oliviero ha un esito positivo. Dopo il trampolino di lancio del Festival di Locarno La variabile umana approda al Lincoln Center in occasione dell’Open Roads Film Festival.

La pellicola noir racconta la storia dell’ispettore milanese Monaco (interpretato da Silvio Orlando), un uomo che da tre anni, ovvero da quando gli è morta la moglie, ha perso la voglia di fare il suo lavoro. Ma la notte in cui la figlia Linda viene arrestata perché in possesso di una pistola – arma che potrebbe aver ucciso il signor Ullrich, un influente figuro ammanicato con i poteri forti – Monaco decide di rimettersi in discussione come padre e come poliziotto.

Bruno Oliviero racconta a La VOCE di New York la realizzazione de La variabile umana.

Nel passaggio dal documentario al genere narrativo hai preso spunto da qualche regista o film del passato?

Io amo molto alcuni film americani degli anni ‘30, come i film realizzati in America da Fritz Lang, dove il racconto morale si unisce a delle questioni narrative inerenti al genere.

Cosa ha ispirato lo stile che contraddistingue questo film noir con una forte componente morale?

Ecco, il genere è una cosa che io volevo assolutamente fare in un modo molto umile. Non volevo essere arrogante con una cosa che al primo film mi avrebbe schiacciato – il genere poliziesco – quindi sono partito da alcune domande del tutto interne al cinema europeo e il cinema d’autore a cui io faccio riferimento. E allora mi sono detto come fare a raccontare questa storia in un modo interessante? Attraverso un genere che era il poliziesco, ma facendolo con tutto quello che nei polizieschi di solito non c’è ed è nella vita intima delle persone coinvolte. Quindi è nata così l’impostazione: dall’esigenza forte di raccontare sopratutto la storia di un padre e di una figlia e dall’altro lato di rendere questa storia interessante e non solo un discorso interno ad una singola famiglia.

Per questo motivo la storia poliziesca è più incentrata sui personaggi rispetto all’azione?

Sì, questa è stata la scelta di scrittura nella stesura della sceneggiatura. La mia intenzione era di tradire il genere, non per riformarlo, ma semplicemente perché l’esigenza più forte era quella di raccontare quello che succedeva ai personaggi, più che l’intreccio. Volevo cercare di riuscire a fare un film con gli scarti dei film polizieschi: tutta quella parte che riguarda i dubbi interni dei personaggi, durante un film poliziesco, quando rientrano a casa, o quando sono da soli, quando riflettono su dove sono nel mondo – che attiene di più al cinema d’autore – mi interessava inserirlo in un film di genere.

Per ottenere questo risultato è stata determinante la scelta degli attori?

Per me la scelta è stata legata in parte ai rapporti personali e in parte a cercare di mettere alla prova attori avvezzi ad interpretare ruoli molto diversi da quelli del mio film. Cercare attraverso la trasformazione, nel tipo di recitazione a cui erano abituati, ed usarla per mostrare questa parte più fragile. Il fatto che in parte fossero attori che perlopiù facevano film comici mi permetteva di mostrare questo aspetto. La preparazione per ogni attore è stata diversa. Con Silvio Orlando e Alice Raffaelli abbiamo fatto delle prove prima; con Giuseppe Battiston abbiamo discusso del suo personaggio dal momento che io lo identificavo con dei ruoli che gli avevo visto interpretare a teatro; con Sandra Ceccarelli la discussione è avvenuta durante le riprese.

C’è stata una vicenda specifica ad aver ispirato la storia?

Era più un clima che si viveva in Italia, rispetto ad una vicenda specifica. Questo clima ha poi generato le indagini che conosciamo su Berlusconi, i suoi festini, Ruby Rubacuori. Ma l’idea del film viene prima di quei processi. La cronaca ci ha seguito. Adesso in Italia ci sono delle nuove speranze, all’epoca vedevo un blocco molto forte, una sorta di attentato alle giovani generazioni che venivano in qualche modo defraudate del futuro perché chi era al potere le strumentalizzava piuttosto che aiutarle e lasciarle libere.

Per questo motivo ti sei soffermato di più sull’incomunicabilità tra padre e figlia rispetto alle indagini del caso?

La prima idea del film era proprio quella di mostrare un padre che si confronta con il mondo della figlia, in che modo un uomo di oggi che ha una figlia adolescente può riuscire a capire e scoprire ed accettare il mondo della figlia, che è un mondo ricco, forse a volte pericoloso, fatto comunque di cose che per un uomo di cinquant’anni non sono facili da capire.

Hai scelto di mostrare il conflitto intergenerazionale attraverso un rapporto che viene rappresentato poco al cinema: padre-figlia…

Sì anche perché è quello più problematico di solito. Io sono padre, di un maschio però. Con Silvio Orlando, che non è padre, ci siamo approcciati all’argomento con curiosità visto che entrambi eravamo estranei a questo tipo di rapporto. Per quanto riguarda il mio metodo, facendo il documentarista, ho incontrato tante persone e ci siamo documentati molto su quello che accadeva, attraverso interviste con giovani ragazze, siamo andati a vedere quello che succedeva nelle discoteche. Alla fine erano due cecità che si confrontavano nel rapporto padre-figlia, ed era doppia da parte dell’adolescente che ha come un muro davanti: non riesce né a chiedere aiuto al padre e al tempo stesso non vuole farlo preoccupare. Infatti, il film contravvenendo ad una regola classica, ovvero quella di non ridire al pubblico quello che già sa, mostra alla fine Alice che dice al padre tutto quello che il pubblico ha già scoperto in proprio: obbliga il padre ad ascoltare quello che vive la figlia, e le cose cattive della vita con le quali si è dovuta confrontare.

La variabile umana ha dei tratti comuni con Il capitale umano di Paolo Virzì, che ha riscosso grande successo al Tribeca Film Festival, il pubblico americano sembra molto ricettivo al noir italiano che s’interroga su temi più profondi, che riscontro hai avuto da parte del pubblico di Open Roads?

Mi ha molto stupito, dopo la proiezione, e inorgoglito che le stesse questioni che io mi sono posto, e che sono state capite nei paesi di provincia d’Italia e nelle proiezioni che abbiamo fatto in Europa nei vari festival, fossero state recepite anche qui a New York. Spero che venga apprezzato il fatto che ho cercato di non realizzare un film americano da europeo, e piuttosto che ho cercato di riprendere da europeo quello che era stato dato al cinema poliziesco e di riutilizzarlo in un modo che risultasse esotico per gli americani.

Hai intenzione di continuare sulla strada del cinema di narrazione?

Sì, nella scrittura della sceneggiatura del mio nuovo film sono state costruite delle lunghissime scene di recitazione, come se fossero degli atti teatrali. La storia è legata ad un passaggio molto delicato nella vita delle persone: il momento in cui scelgono di uscire da contesti di violenza. Chi studia il fenomeno lo chiama “l’attraversamento del deserto”, perché le persone in quel momento devono ricostruirsi la vita intima, e la personalità. Stiamo lavorando in questo momento – con le associazioni che si occupano di questo fenomeno in Italia – ad una storia di una casa che accoglie queste persone.

La variabile umana viene proiettato al Lincoln Center per Open Roads venerdì 5 giugno alle 9.30.

 

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