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Speciale Open Roads / L’intrepido e Beato chi è diverso: intervista al regista Gianni Amelio

Il regista ci parla dei suoi due film in proiezione in questi giorni a New York. Una fiction il cui protagonista è un personaggio surreale ispirato a Marcovaldo e al cinema muto, interpretato da Antonio Albanese. E poi un documentario molto personale che racconta le discriminazioni subite dagli omosessuali in Italia

Gianni Amelio, avvezzo ad esplorare il multiforme milieu sociale del nostro tempo, sbarca nella kermesse newyorchese con ben due film.

L’intrepido, presentato alla 70ª edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, dà la possibilità al regista d’inventare una nuova categoria professionale: il rimpiazzo. Il protagonista, interpretato da Antonio Albanese, è un uomo speciale, che vive a Milano e sostituisce, anche per poche ore, lavoratori di qualsiasi tipo che si assentano dal lavoro per cause più o meno valide. Antonio fa di tutto, lavora in qualsiasi luogo, pur di essere pagato, anche per molto poco, ma non si arrende mai e, nonostante tutto, riesce ad aiutare la gente che gli sta intorno, sempre col sorriso sulle labbra.

La seconda pellicola che Amelio presenta all’Open Roads Film Festival è invece un documentario che esplora l’Italia del mondo omosessuale, così com'è stato vissuto nel Novecento, dall’inizio del secolo agli anni Ottanta, quando si sono diffusi i primi tentativi di liberazione, sulla scia di certi movimenti americani. Felice chi è diverso è stato presentato nella sezione Panorama al Festival Internazionale del Cinema di Berlino, e il titolo è tratto da un verso del poeta Sandro Penna, citato dall'attore Paolo Poli, che compare nel documentario tra i 20 intervistati, che raccontano ciascuno gli episodi più significativi della giovinezza in relazione alla propria omosessualità, tra gli anni ‘40 e gli anni ‘70.

Gianni Amelio racconta a La VOCE di New York l’ispirazione dei due film presentati al festival newyorchese:

L’intrepido presenta la figura professionale del “rimpiazzo”, esiste veramente?

In Italia, che io sappia, no. Spero di no, ma temo di sì. Data la situazione tutto è possibile. In alcuni casi c’è stato, senza che i protagonisti l’abbiano detto. Magari una persona con un lavoro fisso è talmente sicura della propria stabilità che si può permettere di prendersi un paio di ore di svago e chiede ad un amico che non ha nulla da fare di sostituirla, perché in certi lavori conta solo la presenza.

Il personaggio avvezzo a lavorare come rimpiazzo non ha grandi ambizioni, dobbiamo desumere che chi si accontenta gode?

Purtroppo c’è qualcuno che nonostante non goda per niente si deve accontentare. Antonio Pane non gode affatto, è disperato, vaga con il sorriso sulle labbra, perché è inutile aggiungere anche il pianto. È felice solo nel momento in cui guida il tram, perché è come un bambino con un giocattolo, ma uno che lavora in miniera, che taglia cipolle e verdure, che nel freddo terribile deve impastare della calce, anche se non è un ruolo riconosciuto o sufficientemente pagato lui lo fa perché – ed è questa la ragione per cui ho fatto il film e il messaggio che voglio che trapeli – comunque alzarsi la mattina e avere qualcosa da fare è ciò che salva dalla disperazione.

Antonio Pane è un ottimista per natura ed appartiene alla vecchia generazione, contrariamente a quelle più giovani con cui si confronta, che sono più fragili, è questo lo specchio dei nostri tempi?

La mia generazione ha lasciato in eredità alla nuova generazione una situazione sociale molto più disastrata di quella che abbiamo vissuto noi alla loro età, per cui noi avevamo la giustificazione che c’era stata una guerra. Io sono nato dopo la seconda guerra mondiale e ho vissuto la mia infanzia negli anni ’50 e l’adolescenza e l'attività lavorativa negli anni ’60. Erano anni di ricostruzione, perché tutti quanti eravamo consapevoli che c’era stata una ragione molto precisa che aveva ridotto l’Italia in quelle condizioni, anche la Germania, tutti i paesi d’Europa erano devastati. E quindi c’era anche una forza, la speranza di poter andare avanti, di poter migliorare, di poter fare delle cose. Adesso non si sa da dove nasce la crisi, si ha paura che non finisca mai e che trovi sempre degli sbocchi in ambiti che ancora non sospetti. Se si riuscisse a trovare un punto si combatterebbe, ma non si trova. Non si ha più nemmeno la forza di piangere o di urlare. C’è da una parte una rassegnazione sorda che provoca un dolore immenso. Ma il personaggio di Antonio Pane tenta di mostrare a qualcun altro che il coraggio è la cosa fondamentale, soprattutto il non perdere la fiducia, il non perdere la dignità, l’alzarsi la mattina facendosi la doccia.

Chi ha ispirato Antonio Pane?

Marcovaldo sicuramente, dal punto di vista letterario, nel cinema c’è l’omino di Charlot, che ogni volta che un poliziotto lo butta a terra si rialza, è la persona più povera con i pantaloni strappati, ma sempre con il sorriso sulle labbra. Gliene fanno di tutti i colori e un giorno vincerà, ma non si sa quando, lui si allontana verso l’orizzonte e non si sa bene dove vada. Ma lascia sempre una traccia importante. 

È quindi esemplificativa la scelta musicale del brano Nature Boy: melanconico ma speranzoso?

Il testo è molto bello e talmente straordinario che per ragioni molto personali me lo sono portato dietro da quando ero ragazzino. Ho sentito questa canzone, la prima volta, che avevo 12 o 13 anni. Trovo il testo pieno d’innocenza, forza e mistero…

Passando da L’intrepido, film di narrazione dove il protagonista è schiacciato dalla società che lo ignora, al documentario Felice chi è diverso, che scoperchia il vaso di Pandora sugli anni in cui gli omosessuali invece dovevano rendersi invisibili: Oggi è più facile il coming-out? 

Ha cambiato faccia. Ha cambiato forma. Così come alle parole se ne sono sostituite altre, anzi una sola: la parola gay ha cancellato tutti gli insulti, alcuni sembrano surreali, come “invertito”, “capovolto”, che venivano dette in ogni momento, anche da persone acculturate. Venivano utilizzate nei cinegiornali, nei film, qualche volta persino nella nascente televisione, e ogni volta l’omosessuale era oggetto di parodia. C’erano le persone famose di turno, come il regista Pier Paolo Pasolini, il sarto Emilio Schuberth, il cantante Umberto Bindi, che venivano svillaneggiate brutalmente. 

Quanto è stato viscerale realizzare questo documentario?

È stato come un tuffo nell’orrore. Soprattutto quello che mostro dei giornali e di alcuni telegiornali penso sia inammissibile, in una civiltà di cultura media. Io credo che quando si facevano quelle vignette e didascalie vergognose su Pasolini, con i doppi sensi, erano come dei pugnali, come delle armi, come dei colpi di pistola. Una pugnalata viene punita perché è un atto di violenza visibile, ma quanti atti di violenza sono stati compiuti e purtroppo ancora si compiono. Atti che provengono da una cultura maschilista.

Come mai nel film non si vedono lesbiche?

Proprio perché nella cultura maschilista la lesbica è vista come donna due volte. Intanto il maschio pensa “lei è lesbica perché non mi ha ancora conosciuto, se conoscesse me cambierebbe idea”, poi il maschio addirittura sul rapporto tra due donne ha costruito letteratura, cinema – quello italiano degli anni ’70 era pieno di scene di donne a letto insieme. E poi non si è mai sentito un insulto a due donne che camminano tenendosi per mano, laddove se lo facessero due ragazzi scatenerebbero tutta una serie di commenti  di disapprovazione. In ogni caso, oggi passi avanti se ne sono fatti, il problema è che non in tutte le culture e non in tutti gli ambiti sociali. 

A breve qui a New York si festeggerà la Gay Pride Week, con la consuetudinaria parata. Considerando la visione un po’ retrograda che c’è in Italia sull’omosessualità, cosa ha l’America da insegnare sull’argomento?

L’America diciamo ha insegnato tanto soprattutto negli anni ‘70, negli anni pre-AIDS. Poi credo che l’AIDS sia stato davvero strumentalizzato contro l’omosessualità, perché l’AIDS non riguarda soltanto gli omosessuali. Oggi però ci vuole qualcosa di più forte, nel senso che il Gay Pride sta diventando parata e non invece manifestazione di difesa dei propri diritti. Dovrebbe tornare ad essere come era alle origini, senza il folclore. Perché alle origini il folclore era probabilmente necessario perché era una sfida a chi guardava senza capire. Adesso credo che abbiamo capito, tutti, omosessuali e non, e dobbiamo forse usare dei mezzi più pacati, più sottili, più evoluti.

 

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