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Speciale Open Roads / L’ultima ruota del carro: intervista al regista Giovanni Veronesi

Passato dai film commerciali al cinema d'autore, Veronesi oggi viaggia in tutto il mondo con un film che, attraverso la vicenda di un'autista di produzione, racconta l'Italia dagli anni '70 a Berlusconi

Il regista di Manuale d’Amore porta nel festival italiano della Grande mela la pellicola che ha aperto l’ottava edizione del Festival Internazionale del Film di Roma.

L’ultima ruota del carro, traspone sul grande schermo la vita di un uomo qualunque, e reale. Ernesto Fioretti (che tra l’altro appare brevemente nel ruolo del sagrestano), non ha avuto un'esistenza particolarmente eccezionale. Ha fatto l’autista di produzione per cinquant’anni, scarrozzando registi e attori del cinema italiano, e si ritrova ad essere il personaggio, incarnato da Elio Germano, di uno di quegli stessi cineasti che ha portato in macchina. Questo espediente narrativo permette di attraversare trent’anni di storia italiana, attraverso gli occhi del figlio di un tappezziere romano, tifoso della Roma. Si ripercorrono così i momenti più salienti di quel periodo, dall’omicidio Moro, ai mondiali del 1982, passando per Tangentopoli, l’ascesa di Berlusconi, con lo scenario capitolino in tutte le sue sfaccettature, i campetti di periferia, i litorali desolati e poetici, gli ambienti proletari, la dolce vita dei privilegiati e la via Veneto dei cinematografari.

Giovanni Veronesi racconta in esclusiva a La VOCE di New York del suo passaggio dal cinema commerciale al cinema d’autore:

Nel film l’Italia viene rappresentata attraverso un uomo qualunque, una vita da mediano riporta dignità ad un paese la cui reputazione è stata compromessa dalla classe dirigente. E' questo che ti ha spronato a raccontare la storia di Ernesto Fioretti (ribattezzato nel film Ernesto Marchetti)?

È una storia vera e questa volta ho fatto il sarto. Ho cucito questa storia che mi è stata raccontata dal protagonista, che fa l’autista. Non ho fatto altro che metterci un occhio più sociale nel raccontare certi avvenimenti della storia dell’Italia degli ultimi trent’anni, attraverso gli occhi, puri, di Ernesto, che è una specie di nostro Forrest Gump.

Dove vi siete conosciuti?

Guidava per le produzioni cinematografiche e una volta mi stava accompagnando in un posto e ci siamo fermati a mangiare ad un autogrill e quando siamo montati in macchina mi ha detto in dialetto romanesco “a Giova’ ‘amo magnato peggio di quanno io facevo er cuoco d’asilo”, e mi ha cominciato a raccontare a pezzi la sua vita. Un giorno poi l’ho chiamato a casa e gli ho detto “ricominciamo da capo”, e mi piaceva l’idea di fare un film diverso da quelli che avevo fatto in precedenza.

Qual è stata la reazione di Ernesto quando gli hai detto che avresti fatto un film sulla sua vita?

All’inizio non ci credeva. Pensava fosse una delle mie solite prese in giro. Invece poi ha capito che facevo sul serio, quando l’ho fatto partecipare alla sceneggiatura, gli ho fatto vivere il film fino alla fine. Quindi lui ha vissuto la sua vita due volte. Ed è un privilegio che tocca a pochi nella vita. Io lo invidiavo molto, anche se ero io il fautore. Ognuno pensa di aver vissuto qualche cosa che è degna di entrare in una storia da raccontare.

Quanto è stato determinante avere Elio Germano nei panni di Ernesto?

Senza Elio non l’avrei fatto. Dal principio sapevo che sarebbe stato lui. Elio per accettare ha voluto conoscere la storia, che gli ho raccontato e gli è piaciuta, ma ha voluto stare un paio di giorni con Ernesto per capire se sarebbe riuscito a capire come interpretarlo. Quando si sono incontrati è stato bello perché Ernesto era molto emozionato ed Elio era molto attento a tutto quello che succedeva. Li ho poi lasciati soli e poi mi ha chiamato Elio e mi ha detto che aveva capito come interpretare Ernesto.

Ci sono stati momenti di commozione con Ernesto durante la lavorazione?

Quando l’ha visto la moglie, che tra l’altro assomiglia moltissimo ad Alessandra Mastronardi, si è molto emozionata. Si è commossa e ha detto “ma abbiamo vissuto tutte queste belle cose io e te?”. Ho cambiato solo la cronologia di tre date nel film. Tutte le vicende erano vere.

In qualche modo è una storia molto americana: un personaggio che si è fatto da solo e ricomincia sempre da solo con entusiasmo, determinazione, senza arrendersi mai. Pensi che il pubblico di Open Roads apprezzerà il film?

Forse gli americani gli avrebbero fatto vincere i cinquecentomila euro alla fine. Non so che tipo di pubblico ci sia qui. Non so se sono legati all’Italia in maniera particolare, nel caso è chiaro che avranno un occhio di riguardo per questo film. Ma ovunque sono stato con il film, che gira per tutto il mondo, mi sono reso conto che ha un comune denominatore, che è quello dell’onestà. L’onestà fa spavento da una parte e fascino dall’altra. Perché tanti di noi in questi trent’anni sono stati corrotti dalla vita che si presentava davanti. Il fatto di volere il successo, il fatto di esserci in prima linea, in Italia, soprattutto questa sorta di Berlusconismo, era diventato quasi una specie di ideologia di vita. Bisogna vivere così: essere pronti, lottare, diventare i numeri uno dal nulla. Però non è il sogno americano, quello vede il bravo ragazzo del Kansas che diventa Elvis Presley, oppure Bruce Springsteen o Marlon Brando. In realtà in Italia si trattava di non farsi passare avanti da quello di talento, ma riuscire a fregare gli altri. Insomma era questa mentalità della furbizia che era diventata un complimento. Fin dai tempi della Seconda guerra Mondiale i russi dicevano degli italiani che in trincea avrebbero voluto avere accanto un italiano, perché era capace di atti eroici e di parare con il suo corpo il tuo per salvarti la vita e immolarsi e allo stesso tempo è capace di mettere il tuo corpo davanti al suo per salvarsi. La cosa più bella e più brutta che puoi avere in trincea e in guerra è un italiano accanto. Penso che invece adesso le cose stiano cambiando, non tanto perché sono cambiati i governi, non è importante, ormai in Italia che ci sia la sinistra o la destra abbiamo capito che erano tutti contro la cultura. Quindi ci voleva un terzo partito che era quello della cultura, che non hanno fatto però. Speriamo che invece adesso le nuove generazioni capiscano, soprattutto nell’arte, che bisogna essere liberi e raccontare quello che non ti piace, e un film può raccontare tanto. E penso che i giovani registi di oggi possano raccontare quello che non si poteva raccontare vent’anni fa.

Nel film il binomio tra onestà e furbizia è incarnato dal personaggio di Ernesto e l’amico furbo Giacinto, ti sei ispirato alla coppia Roberto Mariani (Jean-Louis Trintignant) e Bruno Cortona (Vittorio Gassman) in Il sorpasso di Dino Risi?

I miei due film di riferimento nella mia vita sono La grande guerra e Il sorpasso, quindi ho cercato in qualche modo di non copiare ma di nutrirmi di quelle pellicole. Poi penso che invece mi sia venuto un film che in qualche modo riecheggia La famiglia di Ettore Scola o Io la conoscevo bene di Antonio Pietrangeli.

L’italiano in L’ultima ruota del carro emerge sia come vittima, sia come carnefice, in qualche modo siamo la causa del nostro male?

Siamo un popolo completo in questo, andiamo al ciclo completo, ci facciamo del bene e ci facciamo del male da soli. Perché siamo una nazione autonoma sotto tutti i punti di vista, anche se dipendiamo economicamente dall’America, sappiamo amare e disprezzare le stesse cose nello stesso momento. E abbiamo uno spirito critico nei nostri confronti enorme. Quando uno ha successo in Italia viene automaticamente relegato da una parte, verrà riconosciuto più facilmente all’estero. Come ha dimostrato Sorrentino con La grande bellezza: in Italia la critica lo ha massacrato, io avevo espresso parole positive, perché mi era piaciuto, hanno aggredito anche me, poi io non ho un buon rapporto con i critici proprio per il tipo di film che faccio. Penso che i critici italiani vanno usati con un parametro di vent’anni di differenza: quello che dicono oggi dei film di vent’anni fa è giusto, quello che dicono oggi dei film di oggi no.

Adesso i critici avranno modo di giudicarti in veste di film-maker, è stato liberatorio passare dal cinema blockbuster al cinema d’autore?

Arrivato all’età di 50 anni ho deciso di liberarmi da questo giogo degli incassi che per me è stato una gabbia dorata. Per tutti questi anni con i vari film di Nuti (Tutta colpa del paradiso), di Pieraccioni (Il ciclone), poi i vari Manuale d’Amore, e ho fatto questo film, L’ultima ruota del carro, prodotto da un grande produttore, che è Domenico Procacci, che mi ha lasciato libero di volare dove mi pareva e mi sento meglio. Mi sento di essere un ragazzo che va in giro con la sua telecamera. Poi ho scoperto una cosa: se uno fa un film d’autore gira il mondo, perché tutti i festival lo pigliano. A me non mi aveva mai preso nessun festival perché facevo i film commerciali, e quindi stavo fermo in Italia in questa gabbia dorata, adesso io voglio fare tutti film d’autore così giro il mondo gratis tutto l’anno.

 

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