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Speciale Open Roads / La Mafia Uccide Solo D’Estate: intervista al regista Pierfrancesco Diliberto (Pif)

Ha girato un film sulla mafia in Sicilia rifiutandosi di pagare il pizzo. Da palermitano, nel suo primo film da regista, racconta gli anni dei tanti delitti attraverso gli occhi di un bambino e denuncia la pretesa di normalità 

Il conduttore-autore televisivo, regista-attore-scrittore palermitano conosciuto con il nome d’arte Pif, porta a New York il film che ha ricevuto grande plauso al Festival di Torino, a cui è stato assegnato qualche giorno fa il Premio Ciak / Alice giovani, e, ultimo in ordine cronologico, il David di Donatello come miglior regista esordiente, arrivato appena il 10 giugno, mentre il film era in proiezione al festival Open Roads. Il 23 giugno, inoltre, il film è in lizza per i Nastri d’Argento che si terranno il 23 giugno.

La mafia uccide solo d’estate è una commedia drammatica, dove Pierfrancesco Diliberto attinge ai ricordi d’infanzia per ritrarre l’attività criminale di cosa nostra a Palermo dagli anni Ottanta fino ai primi anni Novanta, attraverso lo sguardo innocente del suo alterego protagonista del film, il giornalista Arturo. Lo stile del film è fortemente influenzato dalla formazione televisiva di MTV Il Testimone scritta e condotta proprio da Pif. Sembra questo il successo del passaggio di Diliberto dal piccolo al grande schermo: gli argomenti più scabrosi e delicati, vengono trattati con un doppio registro fatto di ironia e fredda presentazione dei fatti, dove tragicità e comicità si alternano per bilanciare il ritratto satirico della terra Trinacria.

Nel film trasuda il tuo orgoglio palermitano, quanto è stato indispensabile per marcare il tuo debutto alla regia?

È indubbiamente importante partire con qualcosa che senti veramente. In passato avevo lavorato come assistente alla regia con Franco Zeffirelli (Un tè con Mussolini) e con Marco Tullio Giordana (I cento passi). Nel girare La mafia uccide solo d’estate non ero estraneo al cinema, ma dopo tanti anni di televisione il mio sogno era di fare il regista cinematografico e ho deciso di tentare.

Come è stato girare in Sicilia, vi siete appoggiati alla Film Commission locale?

Quando sono andato alla regione Sicilia ho aspettato un’ora e mezzo l’assessore e poi un assistente mi si è avvicinato dicendomi che non poteva più ricevermi perché era arrivata Maria Grazia Cucinotta. Paradossalmente il film ha avuto un sostegno dalla regione Lazio. Dal punto di vista logistico, di solito in Sicilia si paga il pizzo. Basta vedere il cognome di un paio di individui che scorrono nei titoli di coda dei film girati in Sicilia per capire se un film ha pagato il pizzo, uno di questi attualmente è sotto processo. A Palermo tutti quelli che lavorano nel cinema conoscono la situazione. Io quando ho scritto questo film ovviamente ho scelto di non pagare il pizzo, e sono andato a Palermo con il mio produttore Mario Gianani da questi due signori – perché ufficialmente sono dei colleghi – e abbiamo detto loro che non avremmo pagato il pizzo. E così è stato, per le quattro settimane di riprese. Abbiamo chiamato i ragazzi di Addiopizzo – un’associazione antiracket – e abbiamo urlato al mondo che non avremmo pagato il pizzo. Forse la nostra fortuna è stata anche che c’erano due produzioni contemporaneamente quindi magari la mafia si è sfogata con loro, in ogni caso io l’ho fatto e si può fare. È una questione culturale: bisogna aprire uno spiraglio. A Palermo ci sono 850 negozianti che mettono l’adesivo di Addiopizzo, dieci anni fa era impensabile. Anche con una fatica enorme si può cambiare.

posterPer La mafia uccide solo d’estate c’è stato qualche film che ti ha influenzato?

C’è stato un tributo involontario a Il divo con la camminata di Andreotti, poi c’è la locandina… prima di scrivere il film abbiamo visto Forrest Gump e un film brasiliano che era L’anno in cui i miei genitori andarono in vacanza di Cao Hamburger.

Cosa ti aspetti dal pubblico americano di Open Roads?

Lo straniero quando sente che sei siciliano ride e dice “mafia” perché la guarda come un animale esotico. Il mio film non ha strizzato l’occhio a questo atteggiamento, volevo raccontare esattamente come sono andate le cose. Non è la mafia che probabilmente si aspetta un pubblico straniero. In realtà il focus non era sulla mafia, ma soprattutto su i non mafiosi, la vita quotidiana dei palermitani. La mafia siciliana alla fine non è così “cool” come in Il padrino di Francis Ford Coppola. Poi probabilmente la Mafia americana è una mafia che apre negozi e ha un’economia che vaga, in Sicilia la Mafia affossa l’economia; la camorra mette le scorie nucleari sotto le vacche – poi puoi immaginarti come vengono le mozzarelle di bufala – la ‘ndrangheta immette le scorie nucleari nel mare meraviglioso calabrese, quindi è un disastro da tutti i punti di vista. Però la mafia siciliana non ha più il potere di una volta, è stata superata dalla ‘ndrangheta ancor più della camorra.

Quindi la mafia siciliana è un po’ in crisi?

È assolutamente in crisi. Persino la mafia! Non ci sono più i tempi di una volta [ride], perché tutti i boss che mostro nel film sono degli anni passati e o sono morti o sono in carcere. Una volta c’era un anno o due di osservazione a distanza. C’era una sorta di gavetta, erano seri nella selezione [ride]. Non c’erano raccomandati, la mafia non è come lo stato italiano, è meritocratica [ride]. Quando Totò Riina doveva scegliere il killer per un omicidio non prendeva quello che era rimasto a spasso, prendeva quello più richiesto. Noi dobbiamo essere efficienti come la mafia, nel combatterla, sennò è una lotta impari, perché è chiaro che ha molti più soldi dello stato.

Che differenza c’è tra la mafia siciliana e quella americana?

Da tempo vivono separatamente. Sono due tipologie diverse. Giovanni Brusca – il killer che uccise Falcone – raccontò che una volta per motivi di sicurezza si ritirò per un periodo in America, e in quell’occasione si trovò a cena con dei boss mafiosi americani, che sfoggiavano le amanti in pubblico. Lui ad un certo punto si è alzato e se n’è andato per il troppo imbarazzo. Il mafioso italiano anche se ha l’amante la sera deve tornare a casa, la forma è importante.

Rocco Chinnici, Carlo Alberto Dalla Chiesa, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino… sono conosciuti in America?

No, e neanche i giovani palermitani conoscono Chinnici o Boris Giuliano, perché nessuno glielo ha mai raccontato. Inizialmente non li conoscevo nemmeno io. Il problema è che noi siamo stati molto bravi a raccontare al mondo la mafia e incredibilmente ci siamo dimenticati di raccontare l’anti-mafia, gli eroi che sono morti. Infatti quando io vado nelle scuole, dico sempre che non deve essere la mafia a farci capire chi è l’eroe da sostenere, non deve essere l’attentato o l’omicidio di una persona, dobbiamo capirlo prima e sostenerlo. La mia generazione è cresciuta in pieno clima di mafia ma i nostri genitori ci hanno sempre allontanato. Noi non abbiamo mai negato l’esistenza della mafia a Palermo, ne abbiamo negato la pericolosità, non ci interessava se si scannavano tra di loro c’era omertà. Se veniva ucciso qualcuno al di fuori dal giro mafioso o aveva debiti di gioco o era un “femminaro”, se l’era andata a cercare. Questa cosa ci ha salvato da una parte, ma abbiamo abbandonato la città alla mafia ed è un errore imperdonabile che non si deve ripetere.

Quindi in ognuno di noi c’è un potenziale Falcone e Borsellino?

Infatti quello che dico è che noi – giustamente – li mitizziamo, perché sono degli eroi, non c’è niente da fare, anche se ormai è banale dirlo. Però questa cosa di vederli là in alto… accanto mettiamo anche la nostra responsabilità. Invece noi dobbiamo prenderli e pensarli come quelli che erano: esattamente come degli esseri umani con tutti i difetti e i pregi degli esseri umani come noi. Quindi non dobbiamo – come dire – spostare la nostra responsabilità verso di loro, dobbiamo pensare che tutti, nel nostro campo, possiamo essere Giovanni Falcone. Io lo dico a te, ma lo dico per primo a me, nella vita di tutti i giorni, perché appunto è nel quotidiano che la mafia ti frega, perché il 23 maggio, per l’anniversario, sono tutti lì a dire “la mafia fa schifo!”, poi però devi vivere in una città, in un paese difficile come l’Italia e il compromesso è dietro l’angolo, perché il compromesso ti facilita la vita. Invece è lì la scommessa. È lì che si sconfigge la mafia.

/In questo video chiediamo a Pif come pensa sarebbe stato crescere a New York invece che a Palermo durante le stragi di mafia/

La mafia uccide solo d'estate viene proiettato al Lincoln Center per il festival Open Raoad giovedì 12 giugno alle 16.00.

 

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