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Il viaggio in America dei misteri toscani di Marco Malvaldi

Abbiamo intervistato lo scrittore pisano, autore della serie del BarLume, di recente uscita negli USA per Europa Editions. Nelle sue storie c'è l'Italia del dialetto, dei bar e dei misteri. "Le reazioni a perturbazioni violente – ci ha detto – sono universali. Ed è per questo che il noir si esporta bene"

Non sono molti gli scrittori contemporanei italiani che riescono a esportare le proprie opere nel mercato USA. E tra i giovani sono ancora meno. Marco Malvaldi è una vera rarità. Lui ce l’ha fatta: di recente i suoi gialli dal sapore toscano sono sbarcati negli States con il timbro di Europa Editions. E d’altra parte già in Italia questo scrittore pisano, classe ’74, è un caso sensazionale. Non solo perché i suoi libri, appassionanti e di piacevole lettura, hanno avuto un successo tale da essere diventati una mini serie televisiva, ma anche per la sua biografia che lo ha visto trasformarsi da chimico ricercatore all’Università di Pisa a scrittore di professione.

A lanciarlo è stata la serie dei delitti del BarLume, quattro romanzi che girano intorno a un bar del litorale toscano, luogo di ritrovo di un gruppo di vecchietti-investigatori, con tanto di barista (anzi, “barrista”, come vuole l’accento toscano) dalla forte personalità.

E proprio a partire da questi romanzi, Europa Eiditions vuole esportare oltreoceano il talento toscano, cominciando dall’inizio: nel 2014, infatti, la casa editrice ha tradotto e portato negli USA i primi due libri della serie, La briscola in cinque, tradotto col titolo di Game for Five, e Il gioco delle tre carte, che in inglese è diventato Three Card Monte. In occasione dell’International Crime Month che Europa Editions promuove negli USA a inizio estate, l’editore ha voluto Malvaldi a New York. Noi de La VOCE lo abbiamo incontrato per una chiacchierata davanti a una birra.

Come sta andando il tuo libro negli States?

Sta andando molto bene. È stato recensito da alcuni blog e anche dal Wall Street Journal. Non me lo aspettavo e sono quasi imbarazzato. Soprattutto per il linguaggio in cui è scritto, metà italiano e metà toscano vernacolare. Ero convinto che fuori dalla Toscana non lo avrebbe letto nessuno e invece è stato accolto bene prima in Italia e poi all’estero. La prima traduzione è stata in tedesco. Poi ne sono venute altre. E ora sono negli USA. Non mi sembra vero.

La lingua è uno dei tratti più caratteristici del tuo modo di scrivere. Come è stata resa in inglese?

Il traduttore ha battuto la testa nello spigolo mille volte: mi scriveva per chiedermi cosa volevo dire qui e cosa volevo dire lì, per capire le sfumature… alla fine la traduzione funziona perché il traduttore ha capito il gioco e ha giocato lo stesso gioco con espressioni che sono equivalenti per il pubblico di lingua inglese. Nella versione originale io uso dei termini antichi, desueti, e nella traduzione lui ha usato uno spelling volutamente antico come per esempio “thee” al posto di “you”. Suona un po’ come una presa in giro e funziona.

Ritieni che la letteratura italiana contemporanea possa avere un appeal per il pubblico internazionale?

Penso di sì, sopratutto per l’elemento di curiosità rispetto a un posto che non si conosce. L’Italia credono tutti di conoscerla ma in realtà ne conoscono soltanto gli aspetti più superficiali. Quando leggi autori di un posto in cui non sei mai stato scopri sempre qualcosa di nuovo. Anche quando il libro non è meraviglioso, diventa una scoperta. L’Italia, poi, è fatta di luoghi così tanto diversi tra loro. C’è la Toscana che ha una sua realtà e cultura che sono diverse da quelle, per dire, della Basilicata e via dicendo.

E rispetto all’America pensi che l’Italia mostrata nei tuoi libri sia molto diversa?

In questi giorni a New York mi sto accorgendo di quanto questa società sia distante dalla nostra. Quando esci a cena e vedi persone che si siedono al tavolo da sole e ordinano una bottiglia di vino, da sole, ti rendi conto che davvero questa è una società diversa. Allo stesso modo, la figura del barista che compare nei miei libri, per esempio, per loro deve essere una figura strana. Noi siamo abituati a questi baristi che addirittura arrivano a decidere cosa puoi prendere e cosa no. Per esempio il cappuccino dopo l’una non te lo fanno: dopo pranzo, con la digestione in corso… no, il cappuccino non te lo meriti! Conosco baristi che lo fanno, davvero.

Il noir è un genere che, più di ogni altro, l’Italia sta riuscendo ad esportare. Quali pensi che siano le ragioni di questo successo?

Credo che dipenda dal fatto che il noir affronta un argomento universale. Da tutte le parti del mondo si ammazzano le persone e questo costituisce una forte perturbazione dell’equilibrio di una società. Elimini un elemento dalla società e in questo modo rompi un equilibrio per poi tornare a un nuovo equilibrio. E nel processo per ristabilire l’equilibrio, ci sono meccanismi che seguono schemi uguali in tutto il mondo: c’è un colpevole da punire, dei complici da individuare, c’è chi ha visto, chi può sapere qualcosa. Mentre le reazioni a perturbazioni soft sono diverse da società a società, le reazioni a quelle violente sono universali. Inoltre c’è questa vecchia storia che l’italia è un paese di crimini. Non del tutto infondata: ultimamente ho scoperto che a Singapore l’ultimo delitto c’è stato nel 1992. In Italia abbiamo una media di circa un omicidio al giorno e solo a Pisa c’è una persona ammazzata ogni due mesi. Insomma, quando parliamo di crimine, sappiamo di cosa parliamo…

Quali sono i tuoi autori di riferimento nella letteratura americana?

Sicuramente Salinger del Il giovane Holden che, quando lo lessi, ebbi per la prima volta la sensazione che uno scrittore parlasse di me, pur non conoscendo gli Stati Uniti e venendo da una cultura diversa. Quel libro racconta un periodo della vita in cui pensi che tutti sono giusti e tu sei sbagliato. Quando ti rendi conto che ci sono altri come te è un’iniezione di fiducia non indifferente. C’è una canzone dei R.E.M. che si chiama Imitation of Life. Il libro di Salinger racconta l’adolescenza come imitazione della vita. Poi sono un grande fan dell’Antologia di Spoon River di Edgar Lee-Masters. Ma i miei veri autori di riferimento sono quelli del teatro inglese del ‘600 come Jonson o Milton: lì dentro trovi tutto.

E tra i contemporanei?

Mi piace molto Stoner (John Edward Williams, n.d.a.) e sono un patito di Ring Lardner che era un umorista che scriveva di sport e in particolare di baseball: ho imparato le regole del baseball per poterlo capire. Era un genio!

È possibile oggi vivere di scrittura in Italia?

Ci sono due possibilità o ci vivi, e bene, o non ci vivi affatto. Non ci sono terre di mezzo. Ci sono dei bravissimi artigiani della scrittura che arrancano e poi ci sono gli autori commerciali che vivono bene, dando al mercato dei prodotti più di massa e reinventandosi anche come sceneggiatori o giornalisti. Ci vuole anche un po’ di fortuna..

E tu? Dove ti collochi?

Io tento di scrivere meglio che posso, ma rientro comunque nella seconda categoria. Tento di scrivere cose non stupide, ma faccio letteratura di intrattenimento. I miei lettori si divertono e si distraggono con i miei libri.

Ci stai prendendo gusto a questa tua seconda vita da scrittore?

Ho fatto per 15 anni il chimico e adesso che faccio lo scrittore… mi diverto come un cretino!

 

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