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Salvatores e la sua Italia sincera. Il regista di Italy in a day ci racconta il suo ultimo lavoro

Il film che ha commosso il pubblico della Mostra del Cinema di Venezia ritrae 627 italiani da 0 a 104 anni ed è il risultatto di 44.000 video per un totale di 2.200 ore di girato che Salvatores e la sua squadra hanno selezionato e montato per raccontare un giorno nella vita degli italiani oggi. "Durante la lavorazione, mi sono commosso anche io" ci ha detto il regista

Riprendendo l'idea di Life in a day, diretto da Kevin Macdonald e prodotto da Ridley Scott e la sua casa di produzione, Gabriele Salvatores ha raccontato l’Italia: attraverso un'elaborata campagna pubblicitaria e di comunicazione online la società di produzione Indiana e Salvatores hanno chiesto a chiunque lo volesse di riprendere brandelli della propria giornata (tutti nella stessa data: il 26 Ottobre 2013) e inviarli. 

Il risultato sono stati 44.000 video per un totale di 2.200 ore di girato che il regista e la sua squadra hanno selezionato e montato per raccontare un giorno nella vita degli italiani oggi. 

Coerentemente con il format originale, i video inviati vengono affiancati seguendo le ore del giorno, a partire da tutti quelli girati dopo la mezzanotte, passando alle albe, i risvegli e poi le mattine e via dicendo fino di nuovo alla mezzanotte.

Il film, che ha commosso la 71ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica ritrae 627 italiani, da 0 a 104 anni, come ha racconta a La VOCE di New York Gabriele Salvatores che abbiamo incontrato durante il festival del Lido. 

Sapevi dell'effetto straordinario che ha fatto la proiezione di Italy in a Day

Ho saputo che è piaciuto e sono contento. La commozione non è ciò che cercavamo, ma questa cosa mi ha fatto pensare che quando si tocca la realtà con sincerità e senza troppe costruzioni le cose arrivano direttamente al cuore. Poi evidentemente i temi che vengono affrontati dai vari video ci riguardano tutti. Forse il racconto della realtà oggi è più efficace con mezzi contemporanei, come la rete, che sono imbattibili rispetto al cinema. Se oggi io decidessi di fare un film sulla guerra in Iraq e l'ISIS, nel tempo che il film impiegherebbe ad arrivare nelle sale, il racconto sarebbe già antiquato. Il cinema può quindi raccontare la realtà in collaborazione con questi nuovi mezzi di comunicazione, poiché come diceva il filosofo francese, Jacques Derrida ha il potere di rievocare fantasmi, ciò che è dentro di noi, per ridargli una forma.

http://cineuropa.org/vd.aspx?t=videoembed&l=en&rdID=260947&did=262543&fmt=flv

Ti sei emozionato durante la lavorazione?

Sì, più di una volta. Quando c'è una signora anziana affetta dall'Alzheimer che non si ricorda il nome di suo figlio, che si chiama Gabriele (come me). A un certo punto lei gli chiede come si chiama e gli dice che ha scelto un bel nome, il figlio le risponde che è lei ad averlo scelto. La donna gli risponde che è il nome di un angelo e gli chiede se lui sia un angelo. Gabriele risponde di no e la madre replica “non ancora, ma puoi diventarlo”. Una scena del genere fatta anche con una grande attrice e un regista eccezionale non verrebbe così bene. Un'altra immagine è quella finale, quando il film si chiude con l'immagine di Napoli in Piazza Plebiscito, con tre suonatori ambulanti che suonano Amapola, C'era una volta in America di Sergio Leone e dietro si intravede una casa nei quartieri spagnoli, dove sono nato. 

A proposito di musica, com'è stata la collaborazione con i Deproducers?

Non avevo mai lavorato con loro. È stata una proposta arrivata dalla produzione, Indiana, e hanno fatto un lavoro veramente fondamentale e molto difficile, perché ho chiesto di mettere la loro creatività ed esperienza professionale al  servizio di quello che si vedeva e non prevaricarlo. Sarebbe stato più facile per loro fare una musica bella, trainante, invece si sono adattati alle singole emozioni di ciascun video. Sono stati molto bravi, credo continueremo questa collaborazione.

Mazzacurati è stato d'ispirazione se si pensa alla sua frase: "Ogni persona che incontri sta lottando la propria battaglia personale"?

Grande Carlo, a lui devo tantissimo, per l'amicizia che avevamo, ma anche perché Marrakech Express – che è il primo film che ho fatto – era scritto anche da Carlo e doveva girarlo lui. Poi per problemi con la produzione non è andato in porto e quando l'hanno proposto a me l'ho chiamato e lui è stato di grande supporto. Sicuramente è stato d'ispirazione. Credo anche che tutti noi, pur dovendo lottare, dovremmo adottare la gentilezza, che non significa remissione. Anzi, l'etimo, gente, cittadino, significa avere un rapporto con i propri compagni di viaggio che debba essere per lo meno d'ascolto. C'è chi dice che viviamo in un'Italia depressa, ma credo sia un eufemismo. Credo che il vero problema che stiamo vivendo sia l'indifferenza, che è una malattia pericolosa, perché la crisi economica ha fatto nascere molte paure che erano forse in parte sopite e non si volevano affrontare. Quindi ognuno sta iniziando a curare il proprio orticello e basta. Tuttavia mi aspettavo più rabbia dai video inviati, invece quello che si vede corrisponde perfettamente alla proporzione del materiale che è stato inviato. 

In Italy in a Day ci sono tanti bambini, il film racconta anche la nascita, è un messaggio di speranza?

C'è questa metafora che viene rappresentata dai bambini, e anche dall'Etna che ha deciso di aprire un nuovo cratere proprio il 26 ottobre 2013, come ad esemplificare qualcosa che ribolle sotto e che ogni tanto mostra delle fiamme.

Come ha reagito Ridley Scott nel vedere Italy in a Day?

È stato molto gentile, fin dal principio. Quando ha visto il film montato ci ha scritto lodando la differenza tra il progetto originario, montato con uno stile più videoclipparo. Gli è molto piaciuta la strada che ho intrapreso, legata più alle storie delle persone e ha detto "è molto italiano".

 

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