Cerca

PeoplePeople

Giulio Mozzi: “A volte scrivere è anticipare la vita”

Una lunga chiacchierata notturna con Giulio Mozzi, sull'Italia che scrive, la letteratura americana, l'autobiografismo e la scrittura come anticipazione della vita

Questa settimana in luogo del solito libro vi proponiamo un'intervista. L'autore è Giulio Mozzi, il cui nuovo lavoro, la raccolta di racconti Favole del morire, abbiamo recensito in anteprima qualche settimana fa.

Con Mozzi – classe 1960, veneto, scrittore, ma anche consulente per editori come Einaudi, Sironi, Marsilio, Laurana, nonché insegnante di scrittura – abbiamo fatto una lunga chiacchierata notturna sull'Italia che scrive, sulla letteratura americana, sull'autobiografismo, sulla scrittura come anticipazione della vita.

Partiamo dal tuo "osservatorio privilegiato" di editor. Quanti manoscritti ricevi all'anno e quanti approdano effettivamente alla pubblicazione?

Ne leggo circa 1.000. Di ognuno almeno le prime 30 pagine. Alla pubblicazione ne arrivano, a volte, 1 o 2. Ma non sono un editor. L'editor è quello che, dentro alla casa editrice, decide cosa pubblicare e cosa no. Io semmai faccio l'editing. E sono uno scout, vado alla ricerca di talenti.

Spesso il lavoro di editing è trascurato, soprattutto dai piccoli editori (per non dire dei giornali dove la figura del correttore di bozze – che in fondo faceva una sorta di editing ai pezzi dei giornalisti – è sparita da un pezzo).

L'editing rappresenta un costo, per i grandi e per i piccoli. Paghi un professionista un migliaio di euro per sistemare un testo. Anche i grandi editori, che pubblicano tantissimo, fanno un editing intenso solo con i testi che pensano faranno guadagnare. Altrimenti lasciano andare.

Dai manoscritti che ricevi vedi emergere delle linee di tendenza? In particolare, vedi dei filoni che si ispirano alla letteratura americana, non so, a Franzen piuttosto che a…

L'influenza di Franzen è difficile da vedere perché lui è tutto tecnica. In generale, l'influenza si vede soprattutto nella scelta del genere letterario. Ad esempio, ricevo molta Fantasy. E la Fantasy è d'importazione. Come genere è nato in Inghilterra, ma oggi viene percepito piuttosto come americano. Nei suoi esempi migliori è molto godibile. Pensa a Harry Potter. Non so se è bello o no ma è irresistibile. C'è un'influenza americana nel Giallo, anche se è fortissimo il peso della provincia italiana. Abbiamo spesso l'eterno poliziotto sfigato, che ha problemi con le donne, e da lì in poi emerge la dimensione della provincia. Gigi Proietti, nel bene e nel male…più nel male.

Oggi si dice spesso che una frontiera della scrittura è rappresentata dalle sceneggiature delle serie tv, House of Cards e così via.

Più che House of Cards, in quello che ricevo, Montalbano. È quello che di solito non viene pubblicato, a meno che non si trovi il vero scrittore della provincia, il Vitali della situazione, un "piccolo" Piero Chiara, capace di dar vita a un personaggio riconoscibile.

Emergono differenze di genere? Le donne scrivono diversamente dagli uomini?

Spesso nelle proposte femminili ci sono evocazioni dell'infanzia, anche idealizzata. E poi storie con uomini che vanno male, rapporti difficili con ex-mariti. Molta autobiografia, molto vissuto. A volte hanno fatto bene a scriverle, altre volte no. Ma quello che viene pubblicato è altro.

Che cosa?

La scrittura di genere a volte può farcela, perché si rivolge ad un pubblico già definito. E poi, le opere che sembrano avere un qualche interesse "sociale". Mi spiego: La solitudine dei numeri primi, perché ha avuto quel successo? Perché le due famiglie della storia hanno tutte le sfighe oggi di moda. Lì si punta sull'identificazione. Mentre invece un Covacich, ad esempio, può fare ancora fatica…

C'è scrittura a sfondo politico?

No, non tanta. Se c'è ed è ben fatta spesso trova immediatamente una collocazione.

In Italia si è scritto molto sugli Anni di Piombo, meno su altri periodi…

La cosa curiosa è che all'inizio si è scritto molto dal punto di vista dei terroristi. Le vittime non avevano corpo, sostanza. La tragedia delle vittime e dei loro familiari era negata, le forze dell'ordine erano rappresentate per stereotipi. Negli ultimi anni sono usciti libri scritti dai figli delle vittime. Si sono scontrati con il fatto che si era creata una memoria, ma che questa memoria era soprattutto quella prodotta dagli uccisori. I loro libri si propongono quindi uno scopo ben preciso, cioè dimostrare che le vittime erano brave persone. Perché c'è un problema con molte vittime del terrorismo: erano dei tecnici, spesso molto bravi, che hanno effettivamente lavorato nei pensatoi della politica per costruire gli scenari che possiamo vedere oggi, nell'economia, nel lavoro. Sono scenari che probabilmente si sarebbero manifestati comunque, e che possiamo anche disapprovare, ma non significa che quelli che hanno contribuito a costruirli fossero dei farabutti: i Biagi, i D'Antona, erano persone che, da tecnici, cercavano di dare il loro contributo all'Italia. Il loro problema è che si prestano poco alla narrazione. Non sono il magistrato eroico, né il giornalista eroico.

Mozzi, Officina della parola

Giulio Mozzi si divide fra narrativa, poesia e scrittura creativa.

Non si prestano ad essere celebrate.

Sono figure di mediatori. Che cercavano di costruire un qualche tipo di pace. Le Brigate Rosse sapevano scegliere bene le loro vittime; senza mediatori può succedere di tutto. Io ho lavorato all'ufficio stampa della Confartigianato, mi ricordo quali erano i discorsi che si sentivano all'epoca del terrorismo: copàrli tutti. La DC per 50 anni in questo Paese ha tenuto a bada i rigurgiti neofascisti e qualunquisti. Finché i voti clerico-fascisti li gestiva un Andreotti, producevano un esito politico. Oggi abbiamo la Lega, che non media.

E Grillo dice che senza di lui il Paese sarebbe già esploso…

Lui fornisce uno sfogatoio, che non spegne la protesta anarcoide. Grillo non dice una scemenza, ma il M5S non è in grado di mediare, quindi si ritrova sempre in un cul-de-sac.

Questo sentimento anarcoide si traduce in scrittura? Ricevi testi di emuli di Céline? Ricevi molte proposte come Cartongesso, per dire di un titolo recente che prende le mosse proprio dal tuo Veneto?

No, no. Vitaliano Trevisan. Cartongesso di Francesco Maino. Non c'è molto altro.

Tu sei emerso negli anni 90. Si aveva l'impressione che ci fosse una scena italiana più definita. I Cannibali…

Si, ma tieni conto che io sono un po' "orso". Però c'era la sensazione che ci fosse una specie di movimento, anche se era molto dipendente dalle logiche mediatiche, che aiutavano a dare visibilità. C'erano gli eredi di Tondelli, che per conto mio non è stato un grandissimo scrittore, anche se certamente ha avuto un suo peso. C'erano i Cannibal, un movimento moralistico. Io leggevo molta più poesia. Sono sempre stato più attratto dalla poesia. Per me il 1980 non è stato l'anno di Boccalone di Palandri, ma l'anno dell'esordio di Valerio Magrelli.

Come sei diventato scrittore?

Negli anni 80 pensavo che avrei fatto tutt'altro. Non quello che faccio adesso. Fu a causa di Marco Lodoli. Avevo letto il suo Grande raccordo, mi aveva molto impressionato e gli inviai un racconto, per ringraziarlo. Lui mi chiamò e mi chiese il permesso di inserirlo nella rivista Panta. E cominciarono a chiamare gli editori.

Ti è andata bene subito.

Beh, avevo due offerte, una da Bompiani e una da Theoria. Andai da Bompiani, a Milano, in via Mecenate, entrai in quel palazzo con la piscina sul tetto. Mi dissi che, no, non ero pronto per quello. Così scelsi Theoria. Andai a Roma, nella loro sede in piazza Bologna, prima di entrare rimasi mezz'ora a contemplare l'ufficio postale che si affaccia sulla piazza, uno degli esempi più belli di razionalismo italiano. Poi entrai a parlare con loro. Mi sembrò una situazione "umana", all'interno della quale non potevo farmi troppo male. Poi, più tardi, Theoria è affondata, parte del suo stock è passato a Einaudi, e così gli autori… Nel frattempo, mi ero accorto che raccontare storie era una cosa che ci poteva stare nella mia vita.

Come sono stati gli esordi?

Firmai un contratto avendo scritto solo un racconto e mezzo. Non avevo idea di che cosa fosse pubblicare. Concepii il mio primo libro come una lunga lettera inviata a destinatari ignoti. Ma una lettera deve presupporre una risposta oppure è finta. Così, nell'aletta dove si pubblica la biografia dell'autore, chiesi che pubblicassero il mio indirizzo.

Hai fatto come Guccini con via Paolo Fabbri 43!

Sì, vendetti 1.200 copie, ma ricevetti 7-800 lettere. Mi scrisse ad esempio Diego De Silva, che ha scritto delle cose valide, poi si è dedicato a Malinconico… Si era aperto un canale di comunicazione con il mondo della gente che scrive.

Story board tratto da Il pittore e il pesce.

Una parte dello story board tratto da “Il pittore e il pesce”, di Raymond Carver.

Quanto c'è della tua vita in quello che scrivi?

Ho scritto tanti racconti che fingono di essere parti della mia vita. Ho tenuto un blog, all'epoca in cui i blog stavano esplodendo come altrettanti diari pubblici, raccontando solo cose inventate. Questa cosa dell'autobiografismo… Ti faccio un esempio: ricevo una lettera da una signora che sta facendo delle ricerche per una pubblicazione sulla Grande Guerra, a carattere locale. Ha trovato una lettera di mio nonno, che è stato medico condotto in paese, durante quel periodo. Sempre nelle sue ricerche, ha trovato in internet, nel mio blog Vibrisse, un pezzettino su mio nonno e mi ha chiesto se poteva utilizzarlo. Gli ho dovuto dire che se era per una pubblicazione a carattere storico, no, non era utilizzabile. Ecco, per un narratore funziona così. Prendi Dickens, qual è il suo romanzo più famoso?

Great expectations?

Oppure? David Copperfield, che è autobiografico nel senso che David è Charles. Ma non sono le vicende reali della vita dell'autore ad essere raccontate. L'autobiografismo ha un'altra caratteristica, però. A volte ti permette di immaginare la tua esistenza futura, di anticipare la vita. Ti dà le strutture mentali. Così, in un certo senso ti serve per prepararti ad affrontare le cose, quando poi succedono realmente.

A te è successo, che una storia che hai scritto anticipasse qualcosa che poi è accaduto realmente nella tua vita?

Sì. Più che autobiografismo, in certi casi, parlerei di vaccinazione.

Tu sei un camminatore, mi sembra. Quanto conta per te il paesaggio?

La parola paesaggio mi piace poco. Io sono soprattutto affamato di mappe. Tieni presente che ho fatto il fattorino. E che non ho la patente, mi sposto con i mezzi pubblici o a piedi. Mi sono anche reso conto che si parla spesso dei nodi della rete e quasi mai dei fili, che sembrano secondari. Io mi sposto spesso per insegnare. Ieri ero a Bolzano, in serata sono rientrato a casa, a Padova. Questa sera sono a Trento. Dopodomani a Milano…

Sei mai stato in America?

Una volta. È andata così. Nel 1998 avevo messo assieme, con Bruno Lorini, una squadra di 13 artisti. Uno di questi, Carlo Dalcielo, fece un lavoro con una poesia di Raymond Carver, Il pittore e il pesce, una sorta di story board i cui diversi "quadri" furono poi realizzati a più mani da una squadra di oltre 50 artisti, diventando una mostra itinerante e quindi un libro per Minimum Fax. La storia raccontata nella poesia è quella di un pittore che non riesce a dipingere, litiga con la moglie, e decidere di scendere in città.

Mi ricorda Vuoi star zitta per favore?, anche lì un litigio fra un marito e una moglie (che gli ha confessato un tradimento), l'uomo che esce di casa…

Il pittore va sul molo e all'improvviso vede un pesce saltare fuori dall'acqua. Così, colto da un'illuminazione, decide di tornare nello studio perché deve dipingere tutto ciò che ha visto nel frattempo, tutto, comprese le labbra increspate della moglie. Il libro è stato tradotto dalla mia traduttrice americana, e quindi a Dalcielo è arrivato l'invito per andare in America, in Nord Dakota. Dalcielo non poteva andarci, perché non esiste nessun Dalcielo. È un personaggio immaginario.

“This is the garden”, Giulio Mozzi.

Un eteronimo.

Come preferisci. Un artista immaginario come gli altri 13 del gruppo che avevamo messo assieme io e Lorini. Così a Grand Falls ci sono andato io.

Com'era?

Tutto intorno c'erano solo campi di barbabietole. Mi sembrava di essere a Rovigo. Finalmente credo di avere capito Stephen King. Camminavo e non c'era nessuno per strada. Perché non c'era veramente un posto dove andare. La polizia mi ha fermato due volte.

Il tuo libro di esordio però è stato pubblicato realmente negli USA, col titolo This is the garden.

Sì. Una rivista aveva dedicato un numero alla narrativa italiana, pubblicando anche un mio racconto. La traduttrice, Elizabeth Harris, poi mi ha chiamato e mi ha proposto di tradurre il mio primo libro. Lei aveva già tradotto Tabucchi, Rigoni Stern… Così, i racconti del libro sono stati pubblicati prima in diverse riviste e poi in volume. In quella collana vengo dopo Morante e Moravia. Una bella responsabilità. Soprattutto per la Morante.

Parliamo un po' di letteratura americana. Hemingway?

Non sono un amante di Hemingway. Noi abbiamo preso Hemingway come se fosse l'America. Non lo è. Lui è l'unico rimasto, di quegli anni. Gli altri? Faulkner, Dos Passos… Dimenticati. Anche Carver in fondo è un epigono di Hemingway. Anche Forster Wallace. Anche se nessuno nega il loro talento perché questi autori producono un senso di partecipazione fortissimo nel lettore. Il talento sta qui. E poi, sono prodigiosi nella tecnica. Ma i mezzi espressivi li hanno ereditati tutti.

Don De Lillo?

Lui è un po' per conto suo. Tanti libri belli e altri brutti. Ci teniamo Rumore Bianco e Underworld.

John Fante?

È andato molto di moda dopo la sua morte. Una volta ero su un treno ed ero circondato da bancari. Ad un certo punto uno ha tirato fuori la sua copia di Chiedi alla polvere. Un altro ha commentato: sei troppo avanti. Allora io ho tirato fuori la mia copia di quel libro, che casualmente avevo con me, quella della collana della Medusa di Mondadori, di cinquant'anni fa. E gli ho detto: io ho letto questo libro a 13 anni. Riflettete: non siete avanti, siete indietro. Alla fine vale quello che dice Zapparoli di Marcos y Marcos: un ottimo scrittore per bambini.

Si sono fatte le 2, e anche se Mozzi dorme non più di 4 ore a notte, le parole cominciano ad accavallarsi l'una sull'altra. Abbiamo parlato ancora un po' di spiritualità, di Walter Binaghi, scomparso lo scorso anno, scrittore, redattore di Re Nudo e autore di una biografia di Lou Reed (per chi scrive la cosa ha la sua importanza), a cui Mozzi ha dedicato il suo nuovo libro, che uscirà nel 2015; di premi letterari, della Bottega di narrazione, che Mozzi coordina assieme all'editore Laurana.

A volte, ciò che rimane fuori da una conversazione è altrettanto importante di ciò che vi facciamo entrare.

 

Iscriviti alla nostra newsletter / Subscribe to our newsletter