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Shifting and Shaping a National Identity: Pluriculture d’Italia all’epoca delle nuove immigrazioni

Intervista con Grace Russo Bullaro, curatrice con Elena Benelli del volume Shifting and Shaping a National Identity: Transnational Writers and Pluriculturalism in Italy Today, (Troubador, 2014), un importante studio sullo scontro-incontro tra l'Italia e la cultura degli immigrati: "L'ideale sarebbe che il successo, sia psicologico che sociale, si trovi da qualche parte a metà strada, cogliendo il nuovo con tutte le opportunità e allo stesso tempo traendo tranquillità e forza dalla propria identità originale" (Read it in English)

copertinaShifting and Shaping a National Identity: Transnational Writers and Pluriculturalism in Italy Today, edito da Grace Russo Bullaro and Elena Benelli (Troubador, 2014) è un volume di autori vari e di diversi continenti, che analizzano la situazione dell'immigrazione in Italia da un punto di vista interdisciplinare. Alla fine si realizza una ricerca che potrebbe diventare un modello per gli studi del fenomeno migratorio a livello globale. Nei loro interventi, i vari autori di saggistica e di narrativa, vanno ben al di là dei fatti di cronaca sulle ondate di migranti che, nei noti viaggi della disperazione,  arrivano dal Nord Africa sulle coste italiane, per soffermarsi e approfondire il "prodotto culturale" che questi arrivi "importano". Si analizza l'impatto che si ha con una realtà culturale come quella italiana e soprattutto cosa produce questo "scontro-incontro" multiculturale tra i diversi immigrati e la società italiana.

Una delle curatrici di questo importante volume, Grace Russo Bullaro, insegna letteratura al Lehman College della City University di New York. La VOCE ha incontrato recentemente la Professoressa Russo Bullaro per discutere le tematiche sulle conseguenze culturali dell'incontro tra questi nuovi immigrati e gli italiani.

 

In che modo la cultura rappresenta quello che siamo? Secondo lei lo fa a un livello individuale o collettivo?

Non penso sia possibile separare l'individuo dalla collettività. Penso che la relazione tra le due cose sia un po' come l'enigma dell'uovo e della gallina. Quale viene prima?

Certamente come individui siamo influenzati dalla cultura nella quale siamo nati e con cui siamo cresciuti; dalla nostra educazione, da come i genitori ci hanno tramandato i loro valori; dall'istruzione, da come i nostri insegnanti e maestri ci hanno trasmesso le loro convinzioni sociali e culturali; ma anche dalle persone della nostra epoca nel modo in cui modificano, spesso attraverso la rivolta o la battaglia, l'insieme di nozioni che hanno ricevuto e che in maniera generale va sotto il nome di cultura.

Tuttavia, ogni individuo prende decisioni accettando o rifiutando un certo numero di questi valori e standard nel corso della sua vita.

Infine, ognuno forgia la generazione successiva che è un risultato di tutte queste scelte. In questo senso ogni cultura cambia nel tempo. Ognuno di noi è una piccola cellula in un organismo che chiamiamo cultura.

 

Qual è il momento in cui un immigrato inizia a identificare come casa sua il posto in cui ha deciso di andare? Oppure non potrà mai sentire come casa sua un posto diverso da quello da cui viene?

La risposta a questa domanda varia come il numero delle persone che deve affrontare questa situazione. Ho conosciuto persone che hanno “dimenticato” la loro cultura di origine praticamente appena sono entrati nella nazione di destinazione, mentre altre che si aggrappano ad essa con una determinazione supernaturale, rifiutando totalmente il nuovo ambiente.

L'ideale sarebbe che il successo, sia psicologico che sociale, si trovi da qualche parte a metà strada, cogliendo il nuovo con tutte le opportunità, e allo stesso tempo traendo tranquillità e forza dalla propria identità originale.

 

Quando una persona arriva in un posto nuovo possiamo dire che smette di essere considerato un migrante oppure no? La condizione del migrante è più spazio-temporale o psicologica?

Come dimostrano molte ricerche sul tema della migrazione, anche nei migliori casi non è facile definiere un “migrante”. Per esempio, usando l' Italia come contesto: uno scrittore che è nato da genitori immigrati ma che è cittadino italiano deve essere considerato ancora un migrante? Oppure gli scrittori che arrivano in Italia da quei luoghi che in passato erano sue colonie? Loro sono scrittori post-coloniali o scrittori immigrati?

E invece quelli che appartengono alla seconda generazione o G2? Sono migranti? Nativi? Un misto? In Italia e in alcune altre nazioni un figlio di immigrati anche se nato in Italia, deve ancora oggi fare la richiesta di cittadinanza all'età di diciotto anni. E questo cosa ci dice sull'identità degli “immigrati”?

Ci sono criteri oggettivi, dovremmo dirlo. Questi stabiliscono quale relazione l'individuo ha con lo Stato. A livello psicologico invece la questione è puramente soggettiva.

Grace

Grace Russo Bullaro

 

Cosa significa essere davvero italiani?

Un'altro interrogativo al centro degli studi sull'immigrazione è l'identità nazionale. La purezza dell'identità è un mito. Quante popolazioni di identità etnica e culturale sono vissute in Italia nei millenni? Etruschi, Romani (divisi a loro volta in gruppi), Longobardi, Celti “Barbari” (vale a dire i Goti di varie origini), etc. La lista è estremamente lunga. Molte persone non si rendono conto che ci sono molte lingue che oggi sono parlate in ogni parte d'Italia da popolazioni “native italiane”. Il tedesco nel nord est, l'Arberesh nelle varie comunità d'origine albanese, il griko in Puglia e così via. Aggiungi a queste tutte le lingue parlate dagli immigrati. Certamente più andiamo avanti in questo mondo globalizzato e più abbiamo bisogno di ripensare alla definizione esclusivista di nazionalità e identità in generale.

Cosiccome è difficile definire un immigrato, allo stesso modo lo è definire un “italiano”. Non si tratta di un problema relativo all'Italia in particolare. Piuttosto, riguarda il mondo in cui confini nazionali e globali sono ridisegnati e cancellati. In futuro potremo semplicemente definirci  “cittadini del mondo”. Molti giovani hanno una visione del mondo in cui ognuno è libero di muoversi come vuole senza visti e restrizioni. Forse è un po' troppo ottimistico, ma nonostante tutto non impossibile.

 

Quando e come l'Italia è diventato un paese principalemente di immigrazione e non più di emigrazione? Quali sono le conseguenze di ciò nella sua cultura?

Il rapporto tra immigrati e emigranti può cambiare, ma l'Italia ancora oggi manda persone all'estero. Ci sarebbe molto da dire sulla “fuga di cervelli” che oggi avviene in Italia, ed è un vero dilemma per i giovani, specialmente per quelli maggiormente istruiti, che non trovano opportunità in Italia e così emigrano in altre nazioni, Gran Bretagna e gli Stati Uniti sono tra tutte le mete preferite.

Chiaramente l'effetto di questo “esodo di giovani” è disastroso per una nazione nota per il contenimento della popolazione più vecchia al mondo e dove il tasso di natalità ruota intorno allo zero. Per quanto riguarda gli immigrati, molti di loro vengono in Italia senza avere l'intenzione di rimanerci, ma pensando di usarla come punto di passaggio verso altre mete. Si potrebbe dire che l'immigrazione in Italia è un incidente-errore geografico. È il punto più vicino all'Africa, e quindi più facile da raggiungere. Molti se non la maggior parte degli immigrati sono intenzionati a andare in Francia, Germania o Scandinavia dove le economie sono più forti e gli immigrati vedono opportunità maggiori. Poi queste intenzioni sono spesso frustrate dalla mancanza di risorse da parte degli immigrati e così non riescono a andare oltre l'Italia.

 

Com'è considerata oggi la cultura dell'immigrazione in Italia e nel mondo?

Purtroppo molte delle ricerche e degli studi sull'immigrazione fatti fino ad oggi non vengono dall'Italia, ma dall'estero. Gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e l'Australia sono gli epicentri degli studi sull'immigrazione. In Italia sembra esserci poco interesse verso le cosiddette “nuove letterature”, prima fra tutte la letteratura dell'immigrazione. Il percorso di studi scolastico in Italia è ancora molto tradizionale e il canone letterario è rimasto sostanzialmente lo stesso da sempre. So per certo, da interviste fatte l'estate scorsa con insegnanti di scuole medie e superiori, che in Italia conoscere qualche scrittore immigrato che noi studiamo è praticamente impossibile. Nessuno degli scrittori che noi consideriamo fondamentale in quest'ambito viene insegnato nei corsi di studio e senza esagerare, in media le persone non hanno mai sentito nulla di nessuno di loro.

Dall'altro lato, l'interesse per gli studi sull'immigrazione italiana più diffusi nelle comunità di studiosi degli Stati Uniti, Gran Bretagna e Australia di cui ho parlato, sono principalmente fra studiosi di origine italiana.

In breve, il mondo non è preparato sull'Italia e sui suoi immigrati.

 

Elena Benelli nel suo saggio, contenuto nel suo libro, dice che la letteratura è diventato “uno strumento per gli immigrati per contrastare le narrazioni mediatiche negative e costruire così un nuovo senso dell'italianità per mezzo delle loro storie”. Qual è l'impatto di questa nuova letteratura sulla società? È davvero così forte da contrastare i pregiudizi?

Partendo dal fatto che oggi l'immigrazione ha un piccolo impatto sulla popolazione generale, invece potremmo notare che la letteratura di immigrazione è un mezzo che fa crescere la consapevolezza sulla questione, ed è probabilmente l'unico strumento con cui gli immigrati possono rispondere all'egemonia culturale e protestare contro le ingiustizie. Costituisce il principale canale per accrescere il proprio peso e far sentire la propria voce. Col tempo attraverso la crescita e la persistenza, queste voci crescono in numero e volume. È il primo passo per gli immigrati che vogliono integrarsi nella società con gli stessi diritti e le stesse opportunità di qualsiasi altro. È vero che se la ruota cigola ha bisogno dell'olio, è vero quindi che gli immigrati devono far rumore e farsi sentire.

 

L'immigrato dove può trovare la sua identità nel caso in cui vive più di una identità, come ad esempio succede al poeta albanese Gezim Hajdati che ha scritto la prima raccolta bilingue di poesia, in albanese e in italiano?

Gli immigrati hanno due scelte: o rifugiarsi nelle loro origini e deplorare la perdita della “casa” e dell'“identità” e con ciò soffrire di nostalgia cronica (e a volte insostenibile) oppure considerare le possibilità di avere un'identità più ricca che deriva dal vecchio e dal nuovo. Quelli che riescono a trovare il successo si considerano dei privilegiati perché conoscono due culture intimamente nel profondo. Hajdari  chiaramente è una di queste.

 

Quali sono le caratteristiche degli immigrati di New York? E' possibile riconoscere un immigrato a New York? Quali sono le differenze tra un immigrato e uno che non lo è? Esistono non immigrati a New York, nella città dell'immigrazione per eccellenza? Quanto è diverso un immigrato newyorkese da quello italiano?

Considerando quello che ho detto prima sulla difficoltà di definire la figura l'immigrazione, gli immigrati, l'identità, etc, non dovrebbe essere una sorpresa che in una città come New York, dove la popolazione immigrata raggiunge fino al 40%, è praticamente impossibile distinguere un nativo da un migrante. In questo caso una persona della seconda generazione potrebbe essere un “nativo”. Nelle mie classi di studenti qui a New York ne ho incontrati molti che sebbene siano nati e cresciuti in città, restano ancorati all'identità dei loro genitori attraverso la lingua, il cibo, le tradizioni e le abitudini.

 

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