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Libero di ripudiare la parentela col boss, parla il cugino di Matteo Messina Denaro

La storia di Giuseppe Cimarosa, giovane in cerca di riscatto tra teatro equestre e progetti di legalità a Castelvetrano, il paese di suo cugino e capo di tutti i capi della mafia Matteo Messina Denaro. Una parentela che Giuseppe ha ripudiato pubblicamente dopo l’arresto del padre, Lorenzo Cimarosa, finito in manette nell’operazione Eden nel dicembre 2013.  "Non ci penso alla paura. Ho perso tanto, ma ho anche guadagnato in coscienza"

Ha la barba folta e lo sguardo fiero Giuseppe Cimarosa, trentun anni appena, una vita vocata ai cavalli e l’urgenza di affrancarsi da un nome che è una maledizione un po’ ovunque, tranne che a Castelvetrano, città natale dove tre anni fa ha scelto di ritornare.

Il legame di sangue che poteva segnarne il destino è di quelli che non si recidono dall’oggi al domani: la madre è infatti cugina di primo grado del boss dei boss, Matteo Messina Denaro. Una parentela che Giuseppe ha ripudiato pubblicamente dopo l’arresto del padre, Lorenzo Cimarosa, finito in manette nell’operazione Eden nel dicembre 2013, insieme ad altri fiancheggiatori del superlatitante.

Il gesto di rottura del giovane sta però incontrando il silenzio e le reticenze di buona parte delle istituzioni e delle associazioni che proprio dell’antimafia fanno il loro vessillo.

Messina Denaro, racconta Giuseppe, «è sempre stato l’innominato in casa. Avvertivo che era un pericolo, pur mantenendo le distanze dalle questioni che lo legavano alla mia famiglia, che ho sempre difeso. Era un meccanismo più grande di me». Una presenza invisibile ma incombente sui suoi sogni di ragazzo, tanto da condurlo lontano dalla Sicilia, tra studi universitari e successi europei negli spettacoli di teatro equestre.

I giornali attribuiscono a lui il merito delle dichiarazioni del padre, che dal carcere sta facendo nomi importanti, ma il giovane ammette di aver «solo contribuito alla scelta maturata» da Lorenzo Cimarosa, a suo dire «sfruttato dai Messina Denaro». 

Racconta, infatti, di come un giorno di pochi anni fa Patrizia Messina Denaro, sorella del boss, sia tornata a bussare alla MG Costruzioni, azienda gestita dal padre ma formalmente intestata a lui e al fratello, per «estorcere» loro diverse migliaia di euro e garantire la latitanza della primula rossa di Castelvetrano. Definita dagli inquirenti il “bancomat del boss”, la MG si è aggiudicata diversi lavori nel trapanese, dagli appalti nell’eolico alla realizzazione del primo Mc Donald’s della provincia, provvedendo al sostentamento di Matteo Messina Denaro e dei suoi cari. Questo fino all’operazione Eden.

Giuseppe Cimarosa

Giuseppe Cimarosa

Dopo l’arresto, «per mio padre si sono profilate due possibilità: rimanere in attesa  di nuovo reclutamento una volta fuori, oppure rompere il cerchio» ha spiegato Cimarosa.

«Messina Denaro ci ha già tolto fin troppo tenendoci lontano da tutti» si sfoga Giuseppe, che d’accordo con la famiglia ha rifiutato il programma di protezione e oggi continua a vivere nella casa di campagna all’interno del suo maneggio, un angolo incontaminato nella grigia Castelvetrano.

«Le mie dichiarazioni non sono state una scelta – sottolinea il giovane Cimarosa – ma una liberazione. Se non ho parlato prima, è stato unicamente per proteggere i miei cari. Del resto, nella maggior parte dei casi chi decide di ribellarsi è chi è stato toccato in prima persona dalla mafia, come Peppino Impastato o Rita Atria. Ora però vedo tutto in discesa, sebbene la situazione non sia facile».

Il maneggio ha infatti perso 60 allievi dopo le vicende che hanno coinvolto i Cimarosa, e Giuseppe e il suo team hanno dovuto ricominciare daccapo, con fatica e sacrifici. «Sono stato costretto anche a licenziare il mio operaio. Qui ora sono un tuttofare, sgobbo da mattina a sera, ma ringrazio la mia famiglia, i miei collaboratori e gli allievi che mi sostengono».

Ma un sostegno manca, quello delle istituzioni, come ammette con rammarico: «Ogni aspettativa è stata disattesa, siamo stati isolati e ho subito ostruzionismo anche da parte di associazioni che si dicono in prima linea contro la mafia. È come se volessero oscurarmi».

Cimarosa non lesina parole dure al presidente della regione, Rosario Crocetta, che recentemente è stato a Castelvetrano per partecipare a un Consiglio comunale sulla legalità. Al Consiglio era stata invitato anche lui, salvo poi essere ignorato da tutti i presenti o quasi, come lui stesso ha raccontato.

Voce fuori dal coro è stata quella del vescovo della diocesi di Mazara, Domenico Mogavero, che ha voluto incontrarlo e lanciare un appello ai cittadini onesti, affinché non lascino da solo Cimarosa.

«Il mio è più che altro un rimprovero, perché ignorare la mia storia significa fare un favore a Matteo Messina Denaro – commenta Giuseppe, che aggiunge – Non voglio niente da nessuno, l’unica cosa che chiedo alle istituzioni è di farmi sentire fiero, perché la mia storia sia utile alla causa».

Dice di sentirsi libero e sereno, uno stato d’animo che traspare quando lo si osserva all’opera con i suoi allievi, tra cui ragazzi autistici che grazie all’ippoterapia e al teatro equestre hanno conquistato ben più di semplici traguardi sportivi. Ai cavalli riserva un amore incondizionato, come si evince anche da quanto scrive sul suo sito web, quasi che la sua storia personale e umana si intrecciassero, fino a identificarsi con quella dell’animale:

Fiero è il suo sguardo dopo il lungo viaggiare. Vorrei raccontarvene l'essenza incontaminata e generosa della sua natura selvaggia; e della mia! […] Con il coraggio di dare ascolto ai propri sentimenti, ai tormenti, alle inquietudini. Dare loro forma, sostanza, un’immagine. Avere il coraggio di rimettere al mondo se stessi, alla ricerca di spazi evoluti. Aspirare a raccontare ed ad essere parte di un racconto universale di civiltà. Questo sono io. Questo il mio pensiero: un pensiero eclettico ed articolato, che come il soffio di un vento prepotente spira con forza da questa mia isola […]

Giuseppe ha dunque accolto il richiamo della sua mai dimenticata Sicilia e fondato un’officina di talenti, un centro per il quale ha grandi progetti: «Il nostro è un contenitore che fa equitazione a tutti i livelli e che mi auguro possa fare anche antimafia a un unico livello».

Alla domanda sul timore di possibili attentati, risponde: «Non ci penso alla paura. Ho perso tanto, ma ho anche guadagnato in coscienza». 

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