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Den of Thieves, artisti di Roma per un brand newyorkese

L’energia di New York permette a giovani atelier di design di affermarsi. Intervistiamo i fondatori di Den of Thieves, due artisti di Roma che si distinguono tra gli artigiani di New York per la loro tecnica improvvisata con i loro pezzi unici e imperfetti (Read in English)

Fondato nel 2012 dai romani Simona Regolo e Giuseppe Furcolo, Den of Thieves è uno studio di design con sede a New York, che trova forza e bellezza nell’imperfezione dell’artigianato. Il lavoro dei due artisti è caratterizzato da un processo improvvisato che non si interrompe di fronte a nulla e, grazie alla costante curiosità, continua a sviluppare nuovi linguaggi, contaminazioni e libere sperimentazioni. Con un progetto collaborativo sempre fedele all’approccio trasversale tra arte, design, grafica, e tecnica, Den of Thieves riunisce artigiani, artisti e collezionisti di junk per produrre collezioni di oggetti intorno ai materiali che incontrano.

Il confine tra arte e oggetti di uso quotidiano è molto sottile ed è finemente sfumato dai due designers romani che con il loro talento producono pezzi di artigianato unici, estrosi e ingegnosamente assemblati. La produzione è fatta a mano con un lento processo creativo di “tecnica improvvisata”, che rende ogni oggetto splendidamente imperfetto. Tavoli, taglieri, portacoltelli e altri accessori di uso quotidiano vengono creati da frammenti di vari tipi di legno, accentuando una forte attenzione per i materiali di riuso, spesso trovati in giro per le strade di Greenpoint, la zona di Brooklyn dove ha sede lo studio.

Il laboratorio di ricerca di Den of Thieves è teso alla visione di un mondo ideale, dove la bellezza e la qualità visiva sono parte dell'esperienza ordinaria di chiunque. Il risultato è una collezione di pezzi di forma organica e imprevedibile che esce dall’uniformità del mondo moderno, guardando con occhio innovativo a un'epoca passata. Citano Munari, che nel corso della sua carriera ha lottato per abbattere il mito dell'artista/star che produce lavoro esclusivo per intellettuali; ricordano Mari e la sua Autoprogettazione, realizzando workshops per condividere una serie di istruzioni "fai-da-te” su come costruire un tavolo con chiodi e martello, e invitando così a riflettere sulle potenzialità dell’auto-costruzione. Utilizzano la progettazione come una grammatica comune, sulla quale ognuno può inventare il proprio linguaggio.

Tavolo e taglieri in esposizione (Photo courtesy of Den of Thieves).

Tavolo e taglieri in esposizione (Photo courtesy of Den of Thieves).

Il background dei due artisti di Brooklyn è sorprendentemente ricco di influenze provenienti dall’Italia degli anni Sessanta e Settanta, quando il Paese attraversava un momento di prosperità creativa in campo di architettura e design e nascevano i più importanti movimenti artistici d'avanguardia del secolo scorso. L’Italia in quel momento era viva e prestava il suo territorio a scambi culturali e attività innovative, uno scenario molto diverso da quello che oggi la vede certamente creativa, ma ormai “fanalino di coda” dell’Europa e del mondo. Quella di oggi è un’Italia affondata in una crisi profonda, dove le piccole aziende, per sopravvivere, si limitano ad assecondare il mercato, alienando così la loro natura.

In reazione a questo, specialmente le piccole boutique di design come Den of Thieves, sono costrette ad andare via e portare il loro know-how oltre oceano, dando alla parola “crisi” un nuovo significato, quello di “opportunità”, e impregnandosi di una nuova energia e sostanza progettuale su cui riflettere e agire. Quella del design di origine o influenza italiana, è oggi una nicchia solidamente affermata all'estero che si distingue per eleganza, sobrietà e inventiva. Nel 2012, l’architetto Simona Regolo e il direttore creativo Giuseppe Furcolo decidono di aprire Den of Thieves, un laboratorio di design a Brooklyn.

Com’è nato Den of Thieves?

SR – Den of Thieves è nato per caso e per passione. Giuseppe è arrivato a New York nel 2006 per lavorare in una startup di web design, ma già dai primi mesi aveva trovato uno spazio dove poter coltivare la sua passione per l’artigianato. Nel 2010 l’ho raggiunto, e insieme abbiamo iniziato a risistemare il nostro appartamento; da subito, i nostri mobili e le nostre soluzioni hanno acceso l’interesse di chi veniva a trovarci. Un giorno, per il compleanno di un'amica, abbiamo fatto un tagliere e questo regalo, per noi semplice, ha inaspettatamente catturato l’attenzione e riscosso successo. Ci siamo resi conto che quest’oggetto era ideale per soddisfare la nostra voglia di sperimentare sempre nuove tecniche, cosi abbiamo ufficializzato il nostro brand e presto il tagliere è diventato il nostro cavallo di battaglia.

Cosa c’è dietro il suo nome?

GF – Proprio nel periodo in cui stavamo scegliendo il nome per il laboratorio, uno dei nostri più cari amici e fedele collaboratore Josh Hubbard, ci ha raccontato la storia affascinante di un ex mercato coperto nella marina di Hull in Inghilterra. Questo posto era stato in passato un den of thieves, in altre parole il rifugio dei ladri della zona. Noi, che siamo sempre alla ricerca di vecchio materiale da poter riusare, ricicliamo pezzi di legno e scarti ovunque, anche per strada, ci siamo riconosciuti in quei thieves e abbiamo deciso di dare questo nome al nostro “rifugio”.

Negli ultimi anni avete sviluppato un forte “brand identity”. Quanto credete che sia stato influenzato dal “Made in Italy” il vostro design?

GF – Il fatto di avere un background italiano ci lega spontaneamente a quella terra e non nascondo che sarei onorato se qualcuno riconoscesse un'influenza italiana nei nostri pezzi, ma sono cosciente che sarebbe del tutto involontaria. Non cerchiamo di esprimere un’identità italiana con la nostra arte e non ci riconosciamo nel Made in Italy. Siamo artigiani di Brooklyn e, come tali, amiamo sporcarci le mani e non fermarci mai. Ogni momento libero è quello giusto per tornare in laboratorio e progettare qualcosa di nuovo. Questa energia è contagiosa a New York e in Italia non l’ho mai ritrovata.

L’Italia ha una lunga storia nel furniture and product design. Quali designers o tendenze vi hanno ispirato nella creazione di questo nuovo brand?

SR – Siamo appassionati di design italiano e troviamo continue ispirazioni dai grandi designers dello scorso secolo come Enzo Mari, Bruno Munari, Piero Fornasetti, Ettore Sottsass.

Che cosa apprezzate in particolare dei loro metodi di progettazione/costruzione?

SR – Il design italiano è molto attento al dettaglio e questa è una dote che ci siamo portati dietro proprio da Roma. Qui a New York riusciamo a mettere insieme materiali di riuso, quindi con un forte carattere, utilizzando dettagli ricercati. Inoltre crediamo fortemente che ognuno di noi possa essere artigiano, basta prendere in mano chiodi e martello e assemblare con cura dei pezzi di legno. Lo scorso anno abbiamo organizzato un workshop per dimostrare che con la giusta dose di creatività e pochi attrezzi, si possono ottenere risultati originali. Questo lo insegnava Mari negli anni Settanta e ancora oggi rappresenta una direzione da seguire.

Con le tecniche costruttive di sempre, riuscite a creare pezzi unici che sfidano il tempo, con un tocco sempre moderno e dinamico. Come trovate questo equilibrio durante il processo creativo?

Gli artisti Simona Regolo e Giuseppe Furcolo (Photo by PAMU, courtesy of Den of Thieves).

Gli artisti Simona Regolo e Giuseppe Furcolo (Photo by PAMU, courtesy of Den of Thieves).

SR – Non credo ci sia equilibrio, e se c’è non è intenzionale. Non basiamo la nostra produzione sui macchinari e gli attrezzi a disposizione, di conseguenza tutto diventa random. Quando abbiamo un progetto, facciamo di tutto per realizzarlo, ogni volta reinventando la nostra tecnica, solo cosi il processo creativo è sempre in evoluzione.

GF – A volte capita che facciamo vari test che falliscono miseramente prima di arrivare a capire il procedimento giusto, altre volte invece lo cogliamo al primo tentativo. Ogni pezzo ha un serial number che ne definisce l'unicità del processo di creazione. I taglieri sono un ottimo esempio del nostro lavoro: appena abbiamo del materiale, ce ne inventiamo uno nuovo. Non abbiamo mai preso una misura o scelto un pattern, sono sempre venuti fuori dal cuore, per questo ogni risultato è diverso.

Vivere a New York ha certamente influenzato il vostro brand. In cosa percepite gli stimoli di questa città e dove trovate ispirazioni?

SR – Questa città non si ferma mai, intorno a noi tutti lavorano per fare qualcosa di nuovo e di diverso. Anche il fatto di essere immigrati e di combattere ogni giorno per mantenere il visto di soggiorno, è un pensiero che ti stimola a fare sempre di più.

GF – Il mercato di furniture a Brooklyn è molto sviluppato, materiali e ispirazioni arrivano da ogni parte del mondo e ci permettono di sperimentare sempre cose nuove, per questo la nostra ricerca non cade mai nel banale.

In che zona è il vostro laboratorio e perché?

GF – È a Greenpoint, in un edificio di artisti nella zona industriale sotto il ponte che unisce Brooklyn con Queens. Greenpoint è un quartiere vibrante ed essere lì aggiunge valore al nostro laboratorio. Il fatto di condividere l’edificio con altri artisti ci permette anche di interagire con loro. La “porta a fianco” si apre ad un intero mondo diverso dal nostro e altrettanto affascinante. Essere circondati da tanta sperimentazione è un motivo in più per andare a lavoro con il sorriso. A Roma purtroppo non si è mai sviluppato il concetto di condivisione, ci si nasconde sempre dietro i propri piccoli segreti per realizzare anche la cosa più banale, annientando qualsiasi tipo di sharing.

Che cosa è rimasto di Roma nel vostro bagaglio di esperienze e ispirazioni?

SR – Entrambi i nostri nonni erano falegnami. La possibilità di passare ore nel laboratorio del nonno, sporcandosi le mani, costruendo piccole cose, a volte facendosi male è all’origine della nostra passione e ancora oggi ha un grande valore per noi.

GF – Roma di per se non ci ha lasciato molto oltre la rabbia per averci costretto ad abbandonarla.

Il vostro stile riceve continue influenze da diversi ambiti. Se girassero un documentario su Den of Thieves, quale sarebbe la sua colonna sonora?

Taglieri in esposizione (Photo courtesy of Den of Thieves).

Taglieri in esposizione (Photo courtesy of Den of Thieves).

SR – La nostra colonna sonora è ovviamente ispirata a quello che ascoltiamo mentre lavoriamo, e varia incredibilmente. Devo dire che Dalla e Battisti vanno sempre per la maggiore e forse qui si riconosce il nostro spirito italiano!

GF – Passiamo da Battisti al Punk, dalla tabla indiana alla techno. Dipende dal mood, dal tempo, da chi c'è in laboratorio in quel momento.La colonna sonora deve essere molto ben pensata e molto varia perché se inizia ad essere ripetitiva, diventa destabilizzante e controproducente.

Qual è l’ultima mostra che avete visto?

SR – L’ultima vista insieme è stata la retrospettiva di Jeff Koons al Whitney. Io sono stata recentemente all’Armory Art Fair con una cliente e mi ha colpito molto notare che le tendenze di oggi sono tutte basate sul remaking and restyling di furniture di altri tempi.

Un nuovo anno si avvicina. Cosa ci sarà di nuovo per Den of Thieves?

SR – Quest'anno vogliamo dedicarci di più al mercato americano. L'esperienza al Salone del Mobile di Milano lo scorso anno ci è servita molto e abbiamo ricevuto un ottimo feedback, ma la cerchia europea è ancora un po' chiusa e vorremmo iniziare ad esporre qui a New York, magari con un pop-up store.

Come vedete evolvere il vostro brand?

GF – Siamo sempre interessati a nuove partnership con artisti e artigiani che possano aiutarci a realizzare un determinato progetto, e siamo desiderosi di sperimentare ancora nuovi materiali o lavorare con nuove tecnologie, ma non abbiamo intenzione di espanderci; vogliamo restare un piccolo atelier. Se iniziassimo a fare mass-production, perderemmo la spontaneità che ci caratterizza.

 

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