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Italiani nel mondo, una presenza imponente, accattivante, geniale

Il numero degli italiani nel mondo continua ad aumentare, un flusso migratorio che aprirà nuove contraddizioni e fragilità. Ne abbiamo parlato con Delfina Licata, responsabile del settore studi e ricerche della Fondazione Migrantes, curatrice e caporedattrice del Rapporto Italiani nel Mondo e Franco Dotolo, responsabile media 

Se c’è un testo che meglio di ogni altro ci racconta ogni anno la situazione degli italiani fuori d’Italia e la loro mobilità nel mondo, quello è sicuramente il Rapporto Italiani nel Mondo. Si tratta di lavoro qualitativo e quantitativo, come pochi altri si possono trovare su questo tema, promosso ed edito dalla Fondazione Migrantes, diretta da Monsignor Gian Carlo Perego. Non solo uno “strumento operativo”, ma soprattutto “uno strumento culturale”. Ne abbiamo parlato, insieme ad altre iniziative in atto, con Delfina Licata, responsabile del settore studi e ricerche, curatrice e caporedattrice del Rapporto Italiani nel Mondo e Franco Dotolo, responsabile media e relazioni esterne.

Innanzitutto possiamo spiegare che cosa è Migrantes e cosa fa?

La Fondazione Migrantes è l’organismo costituito dalla Conferenza Episcopale Italiana per accompagnare e sostenere le Chiese particolari nella conoscenza, nell’opera di evangelizzazione e nella cura pastorale dei migranti, italiani e stranieri, per promuovere nelle comunità cristiane atteggiamenti e opere di fraterna accoglienza nei loro riguardi, per stimolare nella società civile la comprensione e la valorizzazione della loro identità in un clima di pacifica convivenza, con l’attenzione alla tutela dei diritti della persona e della famiglia migrante e alla promozione della cittadinanza responsabile dei migranti. La Fondazione è persona giuridica pubblica nell’ordinamento canonico ed è civilmente riconosciuta come ente ecclesiastico. Le persone cui si rivolge l’attività della Fondazione sono singoli, famiglie e comunità coinvolte dal fenomeno della mobilità umana, e in modo particolare: gli immigrati stranieri; i migranti interni italiani; i rifugiati, i profughi, gli apolidi e i richiedenti asilo; gli emigrati italiani; la gente dello spettacolo viaggiante; i Rom, Sinti e nomadi.

La Fondazione è attiva nel favorire la vita religiosa dei migranti, in particolare modo dei cattolici, stimolando percorsi e strumenti di evangelizzazione e catechesi, con attenzione alla vita liturgica e alla testimonianza della carità, nel rispetto delle diverse tradizioni e per un loro fruttuoso inserimento nelle Chiese particolari; incoraggia l’impegno specifico di operatori pastorali (chierici, consacrati/e e laici) a servizio della mobilità umana, concorrendo, d’intesa con le Chiese particolari da cui provengono e nelle quali sono chiamati a operare, alla loro specifica formazione e sostenendoli attraverso un costante collegamento, soprattutto in vista del necessario aggiornamento spirituale e culturale; coordina, inoltre, le iniziative a favore delle migrazioni promosse dalle Chiese particolari e dagli organismi di ispirazione cristiana e mantiene i contatti con uffici ed enti ecclesiali e civili per le migrazioni esistenti in Italia e all’estero, con la disponibilità ad attuare particolari iniziative e servizi che venissero richiesti. Nelle aree in cui è suddivisa l’articolazione interna, l’informazione, la comunicazione e la ricerca, hanno un ruolo preponderante nel nuovo cammino della Migrantes, che guarda con particolare attenzione alla mobilità umana di immigrati, Italiani all’estero, rom e Sinti, Circensi, fieranti e gente dello spettacolo viaggiante.

Una delle vostre pubblicazioni più importanti e autorevoli è Il Rapporto Italiani nel Mondo. Quali i fini che si intendono perseguire attraverso questo testo?

t1Il Rapporto Italiani nel Mondo nasce nel 2006 come strumento operativo della Fondazione Migrantes per riflettere sulla emigrazione italiana e sensibilizzare allo stesso tempo ai temi dell'immigrazione in Italia. Nel 2006 si pensava che la pubblicazione fosse destinata ad essere editata solo in quell’anno e invece è diventato un annuario, atteso e ogni anno sempre più ricco di autori/redattori dall’Italia e dall’estero e di temi sempre più particolari e inusuali. Il motivo del “successo” di quest’opera è sicuramente l’aver riportato in vista un tema “passato di moda” a causa del fenomeno inverso ovvero dell’immigrazione in Italia. Fondamentale è però la metodologia che è alla base del volume. Innanzitutto il partire dai dati e quindi il raccogliere le fonti disponibili in merito e interpretare la situazione vissuta nei diversi contesti di emigrazione per riflettere le caratteristiche che ineriscono i diversi protagonisti dell’emigrazione italiana (dai giovani agli anziani, dai lavoratori ai pensionati, dalle donne agli imprenditori, dai cosiddetti cervelli in fuga ai vincitori, coloro cioè che stanno ricoprendo posti importanti, fino a chi ha bisogno di aiuto perché in situazione di vita precaria o detenuto in un istituto penitenziario all’estero). Il volume, quindi, non solo è uno “strumento operativo” per lavorare per e sull’emigrazione italiana, ma è anche uno “strumento culturale” per parlare di mobilità umana e di emigrazione italiana in particolare.

L’edizione 2014 inizia riportando le parole di Monsignor Francesco Montenegro: “La società cambia ma il destino migrante dell’uomo resta”. Quale il significato di tale espressione?

Monsignor Montenegro, durante l’intervento alla presentazione del Rapporto, lo scorso 7 ottobre, si è rivolto direttamente a noi ricercatori spronandoci a fare un salto di qualità, a distaccarci dalla mera ricerca fine a se stessa per raggiungere l’utilità sociale di ciò che facciamo e per toccare con mano i bisogni e le necessità delle tante persone che oggi sono costrette a lasciare il proprio paese e raggiungere terre straniere per i motivi più vari. Si è rivolto ai ricercatori in primis, ma in un secondo tempo a tutti i presenti ricordando che per quanto l’opinione può, per le motivazioni più diverse, non essere d’accordo con le migrazioni l’uomo resta migrante a tutte le latitudini e in ogni epoca storica. E al di là dei cambiamenti storici, sociali, politici o culturali, per quanto si cercherà di fermare le partenze, gli uomini e le donne non felici, come del resto sempre hanno fatto nel corso dei secoli, continueranno a lasciare le proprie case per trovare la serenità in altri posti.

Parliamo di emigrazione e mobilità italiana nel mondo. Qual è, sinteticamente, il quadro generale che emerge dal Rapporto?

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Delfina Licata

Sono 4.482.115 i cittadini italiani residenti all’estero gli iscritti all’AIRE al 1° gennaio del 2014. L’aumento in valore assoluto rispetto al 2013 è di quasi 141.000 iscrizioni, il 3,1% nell’ultimo anno. Il 52,1% degli italiani iscritti all’AIRE è di origine meridionale – più di 1,5 milioni del Sud e circa 800.000 delle Isole – mentre il 32,6% (quasi 1,5 milioni) è partito dalle regioni del Nord. Quasi 700.000, infine, coloro che hanno dichiarato di essere originari di una regione del Centro Italia. La Sicilia resta la principale regione di origine degli italiani residenti all’estero, con quasi 699.000 unità, seguita da Campania (più di 451.000), Lazio (quasi 396.000), Calabria (quasi 376.000) e Lombardia (più di 372.000). L’Argentina è il primo paese per tutte le comunità, ad esclusione di campani, pugliesi, sardi, siciliani e trentini che sono presenti soprattutto in Germania, laziali e veneti in Brasile, lombardi e valdostani in Svizzera e umbri in Francia. Nel corso del 2013 si sono trasferiti all’estero 94.126 italiani – nel 2012 sono stati 78.941 – con un saldo positivo di oltre 15.000 partenze: una variazione in un anno del +16,1%. Per la maggior parte uomini sia nel 2013 (56,3%) che nel 2012 (56,2%), non sposati nel 60% dei casi e coniugati nel 34,3%; la classe di età più rappresentata è quella dei 18-34 anni (36,2%), a seguire quella dei 35-49 anni (26,8%) a riprova di quanto evidentemente la recessione economica e la disoccupazione siano le effettive cause che spingono a partire. I minori sono il 18,8% e di questi il 12,1% ha meno di 10 anni. Dal 2012 al 2013 si registra una crescita generale delle migrazioni del +19,2%, un trend che non sembra destinato a fermarsi, ma che anzi appare di gran lunga sottodimensionato rispetto alla reale consistenza delle partenze che in questo momento caratterizzano l’Italia.

Tra i tanti vostri progetti c’è n’è anche uno che intende costituire uno Stato Generale sull’Associazionismo italiano nel mondo. Di cosa si tratta in particolare?

La Fondazione Migrantes, già presente nella CNE (Consulta Nazionale Emigrazione), insieme ad altre Associazioni nazionali sta lavorando per rivitalizzare il mondo dell’associazionismo all’estero che negli ultimi anni ha perso il ruolo centrale di rappresentanza dei nostri connazionali emigrati. Tutto ciò è dovuto principalmente ai tanti cambiamenti dettati da processi di globalizzazione economica e finanziaria, che hanno causato sempre più equilibri instabili tra le varie fasce della popolazione. In questo contesto, europeo e mondiale, con una preponderante crisi sistemica, economica, finanziaria e sociale, torna intensamente a crescere il fenomeno emigratorio e della mobilità delle persone che rivendicano e ricercano lavoro, tutele e un welfare pubblico e più solidale. Grandi masse di persone si muovono da un paese all'altro, rafforzando lo sviluppo dei paesi più ricchi mentre si riducono le possibilità di sviluppo dei paesi lasciati a margine dello sviluppo e della ricchezza. L'Italia non poteva non essere coinvolta. Infatti, oltre che paese di immigrazione, è di nuovo un paese che alimenta significativi, mai interrotti, flussi di emigrazione, soprattutto giovanile che, se non supportata, aprirà nuove contraddizioni e determinerà nuove fragilità. È necessario quindi, vivificare i rapporti tra le “due Italie” per valorizzare il potenziale culturale, sociale, economico e politico rappresentato dalla presenza italiana all’estero – con i suoi 60-70 milioni di oriundi – favorendo la difficile e complessa transizione dalla “vecchia emigrazione” alle nuove generazioni di italiani in ogni parte del mondo: questa è la sfida socio-culturale ed operativa che oggi vivono ed affrontano gli Stati Generali dell’Associazionismo (https://statigeneraliassociazionismo.wordpress.com), soprattutto quello degli italiani nel mondo, che con la loro storia e le loro articolate esperienze, assumono una rinnovata centralità nello sviluppo dei processi di integrazione, socializzazione e di inclusione. Ed è proprio in questo contesto che l'associazionismo intende contribuire allo sviluppo civile, economico e sociale delle comunità, dandosi l’obiettivo della piena realizzazione dei diritti attraverso l’identificazione e la concreta attuazione di momenti, iniziative e misure in grado di contrastare il deterioramento ed il rischio della perdita delle relazioni all’interno delle nostre comunità i cui valori sono in grado di far sprigionare energie positive, relazioni interculturali ed azioni sussidiarie, per rivalorizzare il protagonismo dei cittadini migranti anche in un’ottica di cambiamento del modello produttivo e di organizzazione sociale attualmente in crisi. Partendo da questa consapevolezza, gli Stati generali dell’associazionismo, dopo un percorso che tenderà alla costruzione del Forum dell’Associazionismo nel mondo intendono impegnarsi perché, attraverso la partecipazione associativa, sia riconquistata la centralità delle persone, con i loro diritti ed i loro doveri, la loro crescita materiale e culturale. Ridare una vera rappresentanza agli italiani all’estero, significa per l’associazionismo uno stimolo alle nostre istituzioni perché essi vengano considerati come una risorsa per lo sviluppo, significa intensificare occasioni e incontri attraverso i quali ci si renda conto di quali percorsi e quali strade si possono portare avanti per connettere la nostra Italia con “l’altra Italia”. È necessario far crescere un unico Paese composto da due “polmoni”, quello dei connazionali all’estero e quello di coloro che vivono in Italia. Se ieri le rimesse degli italiani all’estero sono state la grande risorsa che ha permesso all’Italia di superare la distruzione della seconda guerra mondiale e di conseguire il grande boom economico, forse oggi la risorsa, anche intellettuale, la capacità e la professionalità degli italiani all’estero possono diventare una grande occasione per lo sviluppo del nostro paese e per uscire da questa situazione di crisi economica.

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Franco Dotolo

Vi state occupando anche di mobilità italiana in paesi che tradizionalmente non hanno avuto grande immigrazione italiana, come la Cina. Su questo tema avete anche pubblicato tramite il progetto A.M.I.C.O un libro che attesta la presenza italiana in quel paese. Cosa avete riscontrato?

Il Progetto A.M.I.C.O., che del resto è ancora in corso, ha voluto e vuole portare alla luce un fenomeno fino ad oggi ritenuto marginale, ma che ha ormai raggiunto rilevanza soprattutto dopo la crisi economica. L’analisi si basa non solo sull’elaborazione dei dati statistici sulle presenze, ma anche sulle testimonianze degli italiani, raccolte durante un’indagine sul campo condotta a Pechino, Canton e Shanghai. Tramite le interviste è stata data voce ai membri della collettività italiana, attivi nei settori più disparati: dal business all’arte, dal volontariato alla ristorazione, dalla ricerca allo studio della lingua cinese. L’indagine sul campo, inoltre, ha fatto emergere le problematiche e le criticità avvertite dagli italiani nel corso dell’esperienza migratoria in Cina, che spaziano dalle difficoltà per l’ottenimento o il rinnovo del visto, alla crescente competizione sul mercato del lavoro, al rapporto con la popolazione autoctona. Dal 2013 al 2014 le variazioni più interessanti della presenza italiana hanno riguardato il continente asiatico (+10,4% tra il 2013 e il 2014, ma ben il 28,6% dal 2010 al 2014). L’Italia insomma continua e lo fa sempre con più intensità, a guardare a Oriente e, in particolar modo, alla Cina (+876), a Singapore (+458), alla Thailandia (+391) e al Giappone (+295). La presenza italiana in Cina ha registrato un costante trend di crescita negli ultimi anni triplicandosi rispetto al 2006 (+239%), passando da 1.989 iscritti a 6.746, con un picco di trasferimenti nel 2006 (+27%) e nel 2009 (+25%).

Se doveste riassumere con tre parole la presenza italiana nel mondo, come la definireste?

Imponente, accattivante, geniale. Imponente perché lo dicono i numeri di chi è partito storicamente, di chi continua a partire oggi – e sono numeri sempre più importanti – e per la presenza degli oriundi – se ne stimano 60-70 milioni. Accattivante perché non si finisce mai di scoprire un elemento, una particolarità, una storia, un personaggio particolare. In ogni angolo del mondo, in qualsiasi epoca e anche nei giorni nostri l’emigrazione italiana è una continua ricchezza per la conoscenza e lo studio. Geniale perché ovunque gli italiani hanno con tenacia, maestria, competenza e dedizione lavorato e plasmato ogni luogo del mondo insegnando a fare strade, a cucinare, a vestirsi persino a tagliarsi i capelli. Certo non mancano gli aspetti negativi come l’esportazione della delinquenza o della mafia – esempi che valgano per tutti – ma non si può oggi lasciarsi oscurare rispetto al forte, importante e imponente contributo dato. Se soltanto si cambiasse questa prospettiva nella lettura dell’emigrato italiano, se soltanto lo si guardasse come soggetto di opportunità, come risorsa per il paese probabilmente si riuscirebbe anche a capire che l’emigrazione oggi, più di ieri, è ancora e sempre sarà portatrice di arricchimento e innovazione se solo si coltiva il mantenimento dei rapporti e dei legami al di là del tempo e dello spazio. In questo sicuramente sono di aiuto le nuove tecnologie.

 

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