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Il Bello dell’Italia vista dalla stampa estera

Nel suo ultimo libro, Il Bello dell'Italia, Maarten van Aalderen, ex presidente dell’Associazione della Stampa Estera, indaga i motivi della fascinazione che l'Italia esercita sul mondo attraverso le testimonianze di 25 corrispondenti. E qui li racconta a La VOCE di New York

Perché l’Italia esercita ancora una fascinazione irresistibile all’estero? Quali sono i punti di forza del nostro Paese? È vero che viviamo soprattutto dell’eredità del passato, o possediamo ancora delle qualità in grado di renderci fieri del nostro presente? A queste e ad altre domande ha cercato di trovare una risposta l'olandese Maarten van Aalderen, quattro volte Presidente dell’Associazione della Stampa Estera in Italia e attualmente corrispondente per il quotidiano De Telegraaf, con il suo ultimo libro Il bello dell’Italia. Il testo raccoglie le testimonianze di venticinque corrispondenti esteri per indagare quali siano gli aspetti positivi del nostro Paese, quali le risorse su cui puntare e come riuscire a recuperare sentimenti come l’amor proprio e il senso di appartenenza. Van Aalderen è al suo quarto mandato come presidente dell’Associazione della Stampa Estera in Italia ed è attualmente corrispondente per il quotidiano olandese De Telegraaf a Roma

Hamid Masoumi Nejad sottolinea la bellezza e l’interesse crescente ad apprendere la lingua italiana nel mondo; tuttavia, in Italia, registriamo un altro tipo di fenomeno: la lingua si è sempre più appiattita; e, recentemente, Michele Serra ha definito il ricorso improprio e un po’ provinciale a termini in inglese da parte delle istituzioni come “la velleità burina dell’inglesorum”. Qual è lo stato della nostra lingua, al momento? Secondo te la avvertiamo come un bene da tutelare e di cui essere orgogliosi?

Hamid Masoumi Nejad, uno dei 25 giornalisti che ho intervistato, parla della bellezza della lingua italiana. Nell’Iran, la vecchia Persia, da cui proviene, si parla il farsi, che è la lingua della letteratura e ha un suono molto bello, mentre la lingua araba è quella del Corano e della religione. È interessante che un giornalista di un Paese che ha tenuto sempre alla bellezza della lingua della letteratura abbia scelto come argomento la bellezza della lingua italiana. Nejad ha sottolineato come in Iran vi sia un interesse per la lingua a prescindere dalla funzionalità di legami storici connessi al colonialismo. Tanti Paesi conservano una tradizione linguistica perché sono ex colonie (ad esempio, in Marocco si parla francese e in Egitto inglese); nel caso dell’Iran abbiamo ogni anno oltre mille studenti che scelgono di studiare l’italiano in Italia perché è una lingua considerata bellissima in tutto il mondo. Una cosa di cui, forse, voi italiani, non vi rendete sempre conto è che l’italiano è popolare, anche nel marketing e nell’economia. Per esempio, una Audi quattro si chiama così perché suona meglio che nel tedesco vier. Quindi anche nel linguaggio commerciale si ricorre spesso alla lingua italiana, perché è armoniosa. La musica utilizza, ovunque, termini in italiano: da capo, fortissimo, crescendo, piano, pianissimo, dolce, allegro appassionato, andante, diminuendo. L’Italia ha dato, storicamente, un contributo importantissimo alla musica. Aggiungo questo: durante i miei primi anni di permanenza in Italia ho vissuto a Sesto Fiorentino. Per andare a Firenze passavo sempre all’Accademia della Crusca, che si trova nella Villa Medicea di Castello, a Firenze; lì difendono, giustamente e a spada tratta, la lingua italiana. Lo trovo molto giusto, anche perché oggi c’è, effettivamente, una tendenza a rincorrere la terminologia inglese, a volte anche in modo sbagliato, inappropriato e inutile. Questo non mi piace; trovo, peraltro, la vostra lingua molto più bella dell’inglese.

t1La giornalista algerina Nacéra Benali loda la solidarietà e la vocazione al volontariato degli italiani, presenti anche nei periodi di difficoltà e di crisi economica. Le recenti ondate migratorie nel Mediterraneo, tuttavia, hanno anche evidenziato insofferenza e pulsioni xenofobe di una parte della popolazione italiana e della politica: dov’è la verità? Qual è l’atteggiamento prevalente degli italiani dinanzi allo straniero?

In tutti i Paesi europei esistono due gruppi: quello a favore dell’accoglimento dei migranti e quello che ritiene che ce ne siano troppi e che non sia possibile ospitarli tutti. Queste due linee si trovano ovunque, in Italia come nel resto d’Europa. Nel vostro Paese c’è la corrente della sinistra cattolica, che trova doveroso soccorrere questi individui che fuggono da contesti terribili, e c’è una corrente opposta, rappresentata, per lo più, dalla Lega di Salvini, che sostiene che siano troppi e che la situazione non sia più sostenibile. In Francia questa posizione è sostenuta da Marine Le Pen e in Olanda da Geert Wilders. Il contesto italiano è caratterizzato da due fattori: il Paese, dal punto di vista geografico, è più esposto alle migrazioni di massa che arrivano, massicce e improvvise; inoltre, l’Italia è il Paese della Chiesa Cattolica, a cui appartiene una parte consistente della popolazione (in Olanda è una voce quasi irrilevante) e il Papa appoggia molto la linea dell’accoglienza e della solidarietà. È un’autorità non altrettanto forte in altre nazioni, perché il Papa non beneficia ovunque dello stesso ascolto.

Paul Ginsborg parlava, a proposito del nostro Paese, di “rapporto deformato del cittadino con lo Stato”, Cesare Garboli, addirittura, di cittadini “esuli in patria”, perché separati dal “Palazzo” dove si decidono i loro destini. È ancora così? Non si è perfino acuito, questo sentimento, da allora? E come è possibile curare la diffidenza e sanare questa distorsione?

Concordo con loro. Io vivo qui dal ’90 e ho sempre notato che il rapporto fra gli italiani e lo Stato è pessimo. Credo che la diffidenza del cittadino verso lo Stato e la classe politica ci sia sempre stata, ma si è acuita negli anni Novanta, con Tangentopoli e con l’assassinio di Falcone e Borsellino. Quello che mi colpisce, e mi spaventa, è la violenza verbale diffusa degli italiani nei confronti della politica, anche perché non vedo alternative alla democrazia parlamentare. Io non vedo un modo democratico migliore, per esprimere la nostra opinione, dell’andare alle urne a scegliere delle persone che ci rappresentino in Parlamento. Non c’è un’alternativa migliore a questo sistema. Il fatto che sui social media si legga “bisogna sparare ai politici” o “si deve mettere una bomba”, e il fatto che non si tratti di casi sporadici, ma di tante dichiarazioni di questo tenore, mi spaventa. In questo senso, si spiega anche il successo di Grillo che, specie all’inizio, ha utilizzato un linguaggio di un’incredibile violenza verbale, che io trovavo assolutamente inaccettabile. Mi colpisce la maleducazione di tanti parlamentari e trovo alcuni dei loro comportamenti pessimi. Purtroppo il rapporto tra cittadini e istituzioni è logoro e non vedo opportunità di miglioramento. Questo mi dispiace molto, ma bisogna riconoscere che c’è anche la tendenza a scaricare la colpa sugli altri, a dare, troppo facilmente, la colpa di tutto al governo. È una questione di mentalità. Se io perdessi il lavoro, non mi verrebbe mai in mente di dare la colpa allo Stato. Io dallo Stato non mi aspetto che mi garantisca un lavoro, ritengo di dovermi dare da fare da solo. Il mio è un atteggiamento liberale, mentre ritengo che quegli italiani che si aspettano questo dallo Stato abbiano una mentalità più assistenzialista. Un rimedio potrebbe essere l’assunzione delle proprie responsabilità: se le cose non vanno, bisogna lottare per migliorarle e cambiare mentalità.

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Il giornalista Beppe Severgnini

Beppe Severgnini spiega la ritrosia italica all’osservanza delle leggi in questo modo: “Obbedire è banale, noi vogliamo ragionare sulle regole”, fornire la nostra interpretazione e decidere se e come la regola si applichi al nostro caso. Sei d’accordo?

In realtà non è del tutto vero che le regole non vengano mai seguite; al contrario, a volte capita che le regole vengano più seguite in Italia che all’estero. In questo senso, bisogna anche stare attenti ai luoghi comuni. Ad esempio, quando è stato introdotto il divieto del fumo, è stato largamente rispettato, mentre quando è stato proposto in Olanda, c’è stata molta più disobbedienza. Abbiamo anche visto i tifosi del Feyenoord contravvenire alle regole di civile comportamento, e anche i tifosi inglesi hanno una pessima reputazione. Non so se sia vero che gli italiani rispettino meno degli altri le regole; uno dei problemi è che ci sono tante, troppe leggi, in Italia, e quindi si crea una burocrazia un po’ soffocante, di cui ha parlato anche il mio collega Udo Gümpel nella sua intervista. Le regole sono necessarie, ma quando ce ne sono troppe si sente la necessità, o la voglia, di aggirarle.

Sembra che la capacità critica di noi italiani verso noi stessi oscilli tra due opposti, l’autoindulgenza e l’autolesionismo; come si costruisce un sano, normale, equilibrato, spirito di giudizio?

Non è un caso che io abbia scritto questo libro in Italia. Se fossi stato un corrispondente a Parigi o a Londra non avrei scritto un libro come questo, perché i francesi e gli inglesi sono molto più consapevoli della grandezza del proprio Paese. Quello che è tipico degli italiani è il diffuso autolesionismo. Trovo interessante il tuo commento sull’autoindulgenza, che è senz’altro una caratteristica cattolica. Ciò che sicuramente non vi manca è l’autoironia, di cui parla Gina de Azevedo Marques nella seconda intervista, ed è un aspetto bello, positivo e significativo, perché sapete scherzare su voi stessi. Gli italiani sono eccessivamente critici verso loro stessi, ma posseggono una grande autoironia e la capacità di non prendersi troppo sul serio. Conoscono i loro difetti, e sbagliano quando pensano si trovino soltanto qui da voi, e non altrove, ma il vostro senso dell’umorismo vi rende simpatici, perché riconoscere le proprie debolezze rende simpatici. A volte, però, portate questo atteggiamento all’estremo. Per quanto riguarda l’autoindulgenza, io ho sempre notato più ironia, che indulgenza; autoironia e autolesionismo, che sono simili, perché fanno entrambi autocritica.

Anche all’estero mi sembra che ci sia un atteggiamento ambivalente nei confronti dell’Italia, che esercita ancora una grande attrattiva, ma viene anche costantemente criticata. Tutti i Paesi hanno i loro problemi, ma con l’Italia sembra esserci un atteggiamento più severo. Da cosa deriva quest’ipercriticismo? Siamo noi italiani che lo favoriamo, dimostrando scarso amor proprio?

Quello che non mi piace è l’arroganza, ingiustificata, dei Paesi nordeuropei nei confronti dell’Italia. Allo stesso tempo, però, questi Paesi amano l’Italia, quindi sono d’accordo nel dire che il sentimento è ambivalente. C’è un detto molto famoso che recita: “I tedeschi amano gli italiani, ma non li stimano; gli italiani stimano i tedeschi, ma non li amano”. Bisogna vedere cos’è da preferire, cosa sia più importante. Idealmente, si vorrebbe essere stimati e amati. Però c’è una tendenza, immotivata (e spesso noto anche dei veri e propri errori di valutazione, anche da parte di colleghi) a criticare ingiustamente alcuni vostri aspetti, mentre voi, dal canto vostro, troppo spesso venite incontro a questi errori. Però spesso, poi, si solleva dall’Italia uno spirito di rivalsa, che mi suscita molta simpatia. Per esempio, nel calcio, l’Italia non ha mai perso una partita contro la Germania. Secondo me, per voi, vincere con la Germania è particolarmente soddisfacente, perché la Germania ha questa tendenza a sentirsi superiore. Allora lo spirito di rivalsa vi rende ancora più forti – non per la dote della fantasia di cui parla il mio collega Udo Gümpel, ma per spirito di rivalsa. Vedo nell’orgoglio e nel riscatto una motivazione molto forte, e questo mi piace moltissimo.

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Paolo Mieli

Quindi c’è un legame tra l’ipercriticismo che proviene dall’estero e il nostro carente orgoglio?

Assolutamente sì. Se la stampa estera rivolgesse, ad esempio, ai francesi, le stesse critiche che riserva a voi italiani, ci sarebbero delle reazioni molto diverse. Il vostro è un popolo che, generalmente, suscita più simpatia.

Che cos’è il disincanto italiano?

Cinismo. Gli italiani in questo periodo sono molto cinici. Si vede anche nella stampa. È difficile avere degli ideali, di destra o di sinistra. Penso che si debba recuperare un po’ di patriottismo, che è una cosa in cui credo molto. Io amo molto l’Italia, ma la patria è in difficoltà, Bruxelles decide sempre di più, e l’autonomia del Paese e il diritto di decidere del proprio destino vengono ridimensionati. Anche gli ideali tradizionali della sinistra sembrano venire smantellati, non solo in Italia, ma in tutta Europa. Pure i valori cattolici sono in crisi, ma, tutto sommato, resistono anche grazie alla popolarità del Papa. C’è da dire che, oltre al cinismo, gli italiani sono dotati di un grande istinto di sopravvivenza, di cui Udo Gümpel parla nella prima intervista. Siete sempre in grado di tirarvi fuori dalle difficoltà.

È interessante che quest’apologo dell’Italia sia stato scritto da dei giornalisti stranieri. Un italiano avrebbe potuto sentire la motivazione a scrivere un libro come questo?

Ci sono giornalisti italiani molto bravi nell’osservare e nel descrivere quanto c’è di buono nel vostro Paese. Uno che ammiro molto è Aldo Cazzullo, che ha appena scritto un libro sulla Resistenza e che pensa in modo molto propositivo all’Italia. Mi piace molto anche Paolo Mieli, con cui collaboro per un programma che si chiama Italiani di carta, sulla storia del giornalismo.

Se dovessi consegnare al lettore un ricordo, un vanto, un traguardo i cui noi italiani possiamo essere fieri, tu cosa sceglieresti?

L’Italia non può prescindere da Napoli. È una città piena di problemi, ma i media spesso si limitano a mettere in risalto i difetti, e non i pregi. Nonostante tutte le sue difficoltà, è una città meravigliosa e quello che mi auguro di cuore è il riscatto dell’Italia, che non può avvenire senza un coinvolgimento di Napoli. Mi spiace che i napoletani si sentano spesso discriminati. Nell’introduzione ho anche accennato al ruolo sempre più importante che la donna ha assunto nella società italiana. L’Italia è un Paese sempre più emancipato, in cui le donne rivestono sempre più posizioni di prestigio, sia in politica che nel mondo dell’imprenditoria.

 

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