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Il cinema per bisogno di raccontare. Intervista alla regista Francesca Archibugi

A New York per presentare alla rasssegna Open Roads il suo Il nome del figlio, Francesca Archibugi ci ha parlato di cosa anima il suo lavoro, di nepotismo e del cast di star del suo film: Gassmman? Un principe. Lo Cascio? Attentissimo. Golino è la luce. Ramazzotti è intelligente e Papaleo è unico

È a New York per presentare alla rassegna di cinema italiano Open Roads il suo ultimo film Il nome del figlio, uscito in Italia a inizio anno. Francesca Archibugi è ormai una pietra miliare del cinema italiano. La sua carriere cinematografica è iniziata per caso quando, ancora giovanissima fu vista per strada e scelta per un film di Bertolucci. Poi venne il Centro Sperimentale di Cinematografia e le prime esperienze da regista. Con Mignon è partita (1988), Il grande cocomero (1993), L’albero delle pere (1998), Lezioni di volo (2006) e tanti altri film noti ha lavorato con i più grandi attori italiani e vinto diversi premi, imponendosi e confermandosi negli anni come una delle voci più originali e vere della cinematografia nostrana.

 Ne Il nome del figlio un cast eccezionale porta in scena un conflitto apparentemente politico, ma di fatto antropologico, che evidenzia i tic di una certa società intellettuale di sinistra mentre svela le piccolezze delle borghesia e un passato non risolto. La scintilla è la comunicazione, durante una cena tra amici e familiari, della scelta del nome del figlio che una delle due coppie di convitati aspetta. Tra bassezze, piccoli segreti e una grande ironia, il gruppo si ritrova in un vortice in cui tutto è messo in discussione. Il film è un adattamento della piece teatrale Le Prénom di Alexandre de La Patellière e Matthieu Delaporte.

Abbiamo incontrato la regista durante il secondo giorno di Open Roads. Dopo un lungo pranzo da Barbetta, mentre i camerieri rassettavano la sala, abbiamo parlato del suo ultimo film, di cinema, di linguaggio, di Italia. Ci ha detto cosa ama degli attori del suo ultimo film e ci ha fatto scoprire cosa rende Francesca Archibugi Francesca Archibugi.

Nel tuo ultimo film, come anche in altri dei tuoi, racconti la società italiana mostrandone, con una certa ironia, gli aspetti più piccoli e allo stesso gli aspetti più di cuore (o pancia, se vogliamo). Se fossi in grado di cambiare la società italiana cosa cambieresti e cosa terresti?

poster“Intanto io ringrazio sempre iddio di fare solo la regista e di non avere responsabilità reali. Io racconto, racconto ciò che vedo e ciò che sento, non giudico i personaggi. Tutti hanno le loro buone ragioni. Io racconto i conflitti di classe un po’ più occulti. Non manifesti. Tutti noi siamo posizionati in una specie di scacchiere sociale, antropologico più che sociologico. E ci muoviamo in questa parte che ci è stata assegnata. Questo è importante per fare un affresco, ma poi i sentimenti sono individuali. Nessuno è uguale all’altro, al di là della sua posizione. Quindi racconto casi unici. I miei personaggi non sono emblemi nient’altro che di loro stessi, però all’interno di un affresco antropologico. Mi piace la parola antropologico più che sociologico perché sociologico mi porta a uno schematismo, mentre l’antropologia è uno sguardo su come ci si comporta, sulle delle regole, sui rapporti di forza, un racconto senza giudizio”.

Ti sembra che da un punto di vista antropologico i personaggi di una certa borghesia italiana che racconti nel tuo ultimo film abbiano qualcosa di distintivo, tipicamente italiano?

“Il mio è un piccolo film che racconta cinque personaggi e ognuno ha il suo posto nel mondo: per quanto in teoria appartengano tutti allo stesso ambiente sociale, in realtà in pratica non è così, ognuno ha il suo ruolo. Io cerco sempre di schiodare la gente dall’idea di luogo comune per cui gli intellettuali di sinistra sono tutti radical chic, o i sedicenni sono tutti così.. non esistono i sedicenni, esiste il mio. Uno. Perché siamo tutti diversi”.

Nel tuo film c’è questo passato storico italiano che riemerge e genera conflitti. A tuo avviso l’Italia ha ancora bisogno di fare i conti col proprio passato e accettare quello che siamo stati?

“Tutti lo devono  fare, qualsiasi persona, qualsiasi stato, qualsiasi nazione, tutti. Ricordare da dove vieni significa soltanto avere molto più precisa la gittata del tuo futuro. Siamo anche quello da cui veniamo, però, di nuovo, mi è difficile ragionare per precetti e dire cosa la gente dovrebbe fare. Ci sono delle persone che potrebbero avere questo ruolo, gli organizzatori politici eccetera, ma non sono io. Io racconto”.

Quindi non fai film con l’obiettivo di mandare un messaggio?

“Io racconto, non voglio mandare messaggi. Se li devo proprio mandare, li mando a me stessa. Il lavoro delle persone che raccontano è un lavoro antico come la prostituzione, come l’agricoltura. Esseri umani hanno cominciato a raccontare la vita di esseri umani ad altri esseri umani. Da sempre. E in teoria è una cosa inutile, perché… mangia, caccia, riempiti la pancia. E invece c’è questo bisogno di raccontare ed è sempre stato importante per progredire e chi ha questo impulso viene spesso scambiato per un professore e invece chi racconta racconta, non ha altro intento se non quello di raccontare”.

Sarebbe bello che fosse sempre così, ma non è sempre così.

“No, è vero”.

castNel film c’è un bel gruppo di “attoroni” italiani, forse alcuni dei migliori di questi anni. Ci dici una qualità positiva e una negativa di ognuno dei cinque?

“Negativa è dura perché è stato un lungo lavoro collettivo, abbiamo fatto molte, molte prove prima di girare e io sono completamente innamorata e quindi acritica. Come dice Francesco Piccolo, che ha scritto con me il film, nel suo ultimo romanzo: una persona è fatta come i bastoncini dello shangai, se sfili la cosa che non ti piace rischi che venga giù anche tutto ciò che ti piace. Io vedo la costruzione finita. La montagnetta di stecche di shangai”.

Allora dimmi la tua qualità preferita di ognuno di loro.

“Di Gassmann la nobile generosità. Alessandro è un principe, lo è dentro. È uno che ha un senso dell’equità, della giustizia. Potrebbe guidare una nazione. Di Luigi [Lo Cascio] la meticolosità e l’attenzione: è uno che non ha due occhi, ne ha venticinque. È attento a tutto, si accorge di tutto. Valeria [Golino] la luce. Valeria illumina qualsiasi cosa tocchi, qualsiasi relazione, una stanza: entra Valeria, si accende un fascio di luce. Di Micaela [Ramazzotti] è l’intelligenza, la percettività e la capacità di comprendere delle cose anche complesse. Di Rocco… Rocco è un pezzo unico. L’originalità. Rocco non assomiglia a niente altro che a Rocco Papaleo”.

Tu, come attrice, sei stata scoperta per caso. Una storia poco italiana, quasi da film americano. Quanto pensi che conti il talento e quanto la fortuna in questo mestiere in Italia?

“L’Italia è afflitta da un problema serio che è il nepotismo, soprattuto nel cinema, e da una mentalità mafiosa. È un problema che ci ha bloccato l’ascensore sociale. E a me non piace parlare di questa cosa della meritocrazia che è anche una parola cretina. Perché conta anche la possibilità che uno apparentemente tonto o non bravo a scuola, ma magari con altre qualità, possa trovare la sua strada. Sennò per la meritocrazia sembra che tutti debbano essere da dieci…”.

Che è un po’ il modello americano..

“Esatto. Non è detto che le persone migliori siano da dieci. Poi in Italia c’è una mentalità, che nei momenti di difficoltà si coagula ancora di più, che è una mentalità mafiosa: aiutami che io ti aiuto”.

Come l’hai vissuta nella tua carriera questa mentalità?

“Io sono un caso a parte. Ho avuto fortuna. Sono entrata al Centro [Sperimentale di Cinematografia] e poi ho fatto un piccolo corto di diploma che ha vinto un sacco di premi. E la mia vita è stata facile. Non sempre facile dopo, perché anche io ho avuto dei film che sono andati male o film che sono saltati. Ma gli inizi sono stati facili. Il che mi ha dato anche una sorta di fatalismo, per cui se le cose vanno male non mi incacchio mai, non mi incattivisco. Però penso che ci sia anche da incattivirsi: non per me, ma vedo che c’è troppa ingiustizia”.

Con questo sguardo, hai visto, nel corso della tua carriera persone, magari giovani, che subivano queste ingiustizie e non riuscivano ad emergere?

FA“Sì, e se li ho visti mi sono in fatta in quattro e li ho aiutati. Se li ho visti con i miei occhi e li ho conosciuti, non li ho lasciati soli. Io insegno anche la Centro Sperimentale e mi sono fatta in quattro per quello che ho potuto per tutte le persone che pensavo avessero talento. Purtroppo so che ci sono quelli che non ho mai visto. Ma quelli che ho visto li ho aiutati. E non sono l’unica. C’è una specie di rete che cerca di tirarli fuori, senza che siano i figli di nessuno. Però non è facile”.

Ma allora è ancora possibile, o è mai stato possibile, in Italia, riuscire, senza avere santi in paradiso?

“No, i santi devi averceli. Ma te li puoi fare con il tuo talento. E c’è tanta gente brava che sa quanto questo è importante e si fa santo di qualcuno da cui non ha niente da prendere”.

L’amore per il cinema nella tua vita come è nato? 

“Ero una ragazzina, studiavo musica, facevo il liceo classico, la mia famiglia faceva tutt’altro, mio padre era professore di economia. Certo, andavo al cinema con i miei amici, mi piacevano certe cose, erano anni in cui capitava anche di andare a vedere cose difficili, ma se non fossi capitata su un set non sarebbe successo. All’università mi ero iscritta a psicologia, quindi forse avrei fatto la psicologa perché mi piacciono le persone, mi piace il pezzo unico”.

Il tuo film è italiano nei temi ma allo stesso tempo non sembra avere quelle caratteristiche di italianità tipicamente più esportabili. Come ti relazioni al pubblico americano e cosa ti aspetti?

“Spero di dargli la gioia di aprire una finestra su una casa e avere anche delle sorprese, che il film abbatta dei luoghi comuni e che faccia un po’ quello che il cinema dovrebbe fare, quel racconto di esseri umani per altri essere umani. Il dire: ma guarda Roma, ma guarda come sono. E poi che si affezionino ai personaggi”.

Quella raccontata nel tuo film è a tuo avviso una situazione romana?

“Sì. Quel conflitto, in quel modo, è romano. Cosa racconti non è la stessa cosa di come lo racconti. Quella situazione è romana nel come. Il cosa c’è dappertutto, anche a New York ci sono questi conflitti. Ma quel che conta è il come. E quel “come” è romano, perché io sono romana e, col mio terzo occhio, vedo una cosa che gli altri non vedono. È l’essenza dell’arte. Le storie, i rapporti, ci sono già tutti nell’Odissea: sono come le sette note, è il come le fai che fa la differenza. Tutti vedono costruzioni, ma l’arte è una cosa molto semplice, è il tocco”.

Detto questo, secondo te esiste un linguaggio italiano o esiste un linguaggio di Francesca Archibugi e un linguaggio di un’altra regista e via dicendo?

“Esiste il mio. Il mio! È l’unica cosa conta”.

Quindi quando vieni a presentare un film qui non ti poni come regista italiana?

“Certo che lo sono. Sono donna, sono italiana, sono romana, queste sono tutte sovrastrutture importanti. Essere nati ricchi o poveri, belli o brutti sono tutte cose fondamentali, ma sono grandi insiemi, grandi campi semantici, poi c’è l’unità particolare. Ed è nell’unità particolare che si esprime l’artista. Gli altri sono campi semantici cui puoi ascrivere tante cose, ma non capire davvero la qualità dell’opera: non la puoi capire se non capisci il tocco individuale. D’altra parte di pittura sacra ce n’è tanta ma perché poi Raffaello era Raffaello, il Giorgione era il Giorgione. Madonne con bambini e deposizioni ne hanno fatte tutti. È il come sono fatte che fa la differenza”.

Tante volte il cinema italiano, però, forse per motivi commerciali o per facilità del racconto, si è un po’ adattato a quel grande insieme, rinunciando all’individualità dell’artista, in favore di un’iconografia identificabile immediatamente come italiana. 

“Certo, ma questo non è vero solo per l’Italia. Il cinema è in un momento terribile e difficile, con il problema della sala, l’assalto di una bellissima televisione. Però un vero artista si riconosce sempre, anche nei momenti di appiattimento. Se intorno tutto si appiattisce, non significa che quando poi uno vede una cosa non sia in grado di riconoscere la mano diversa”.

Tu comunque non tendi a proporti con quei tratti di “facile” italianità che vogliono vedere all’estero…

“Non sarei nemmeno capace di farlo”.

New York. Che rapporto hai con questa città?

“La amo perdutamente perché quando sono a New York mi sento libera, mi sento accettata completamente, cosa che non succede magari a Londra o a Parigi. New York è una città avvolgente. Ti do un’immagine, perché io parlo sempre per immagini: due o tre anni fa ero qui con le mie figlie e ci siamo fermate a guardare una scena. C’era una alta così [fa un gesto ad indicare l’altezza di una bambina], con un camicione, un cespuglio di capelli grigi, che ciabattava e accanto c’era una signora alta alta alta, magra magra magra, elegante elegante elegante, e parlavano e ridevano di gusto. E mia figlia mi ha detto: ‘vedi? A Roma queste due non sarebbero mai amiche’. Questa è New York”.

An Italian Name (Il nome del filglio) sarà proiettato al Walter Reade Theater del Lincoln Center, in italiano con sottotitoli inglesi. sabato 6 giugno alle 9.00 pm e martedì 9 giugno alle 8.45. La proiezione di sabato sarà seguita da un icontro con la regista.

Guarda il trailer del film>>

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