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Expo, Protocollo di Milano e sostenibilità alimentare: intervista a Paolo Barilla

Fautore del Protocollo di Milano, un passaggio chiave della Carta di Milano per garantire a livello mondiale cibo sano e sufficiente per tutte le popolazioni, con Paolo Barilla parliamo di Expo, di sostenibilità alimentare e di temi caldi, come gli OGM e l'uso dell’olio di palma

Lo incontro nello stabilimento di pasta di Pedrignano, uno dei tanti simboli dell’impero Barilla. Soddisfatto delle performance 2014 del gruppo, positive sia sul lato economico che su quello della sostenibilità, Paolo Barilla, Vice Presidente del gruppo, è colui che è stato il fautore, attraverso la Fondazione BCFN (Barilla Center for Food & Nutrition), del Protocollo di Milano, un passaggio chiave della Carta di Milano che con tutta probabilità porterà l'Expo 2015 ad un accordo mondiale per garantire cibo sano e sufficiente per tutte le popolazioni. Molto fiducioso sugli esiti positivi dell'Esposizione Universale, Paolo affronta vari temi caldi, dalla Carta di Milano, alla posizione di Barilla sulla sostenibilità alimentare, ma anche agli OGM e all’utilizzo dell’olio di palma.

La famiglia del Mulino Bianco è diventata un modo di essere. Una scelta strategica di affiliazione o un imprinting familiare?

È stata una scelta degli anni ‘70 ed è nata come espressione di un marchio, che poi era un modo di vivere italiano. È il desiderio degli italiani che lo vedono come la loro storia e le loro origini. È stata tenuta in vita nei tempi, cambiando di volta in volta il linguaggio e gli atteggiamenti. Sappiamo purtroppo che non dappertutto esiste la famiglia del Mulino Bianco, ma Mulino Bianco vuole avere un ruolo di calore e di storia nella nostra vita.

Passiamo ad un argomento molto attuale: Expo e il Protocollo di Milano siglato da organizzazioni internazionali, rappresentanti governativi ed ONG (1. Le Parti si impegnano a ridurre del 50% entro il 2020 l’attuale spreco di oltre 1,3 milioni di tonnellate di cibo commestibile; 2. Le Parti si impegnano a promuovere forme sostenibili di agricoltura e produzione alimentare alla luce dei cambiamenti climatici e nel rispetto delle risorse naturali; 3. Debellare la fame nel mondo e combattere l’obesità). In concreto come Barilla farà fronte a questo impegno?

Noi ci siamo assunti i nostri impegni che sono frutto di una ricerca che abbiamo attivato molto tempo fa, approfondendo tutti i temi importanti che sono quelli della nutrizione, della sostenibilità delle imprese e dell’impatto delle imprese con i propri prodotti sia sulla vita del pianeta che sulle persone. Abbiamo allargato i nostri confini di conoscenza fondando il Barilla Center for Food Nutrition che ci ha permesso di sapere molto di più su queste tematiche. Mi sento di dire che siamo assolutamente in linea con il tema e condividiamo il pensiero che queste cose vadano affrontate sia singolarmente, come imprese, che come individui. Inoltre ritengo necessario che siano condivisi a livello costituzionale perché gli obiettivi diventino una regola, una disciplina e una indicazione per tutti.

In che modo la Carta di Milano dovrebbe fare la differenza rispetto ad altre linee guida in precedenza proposte da FAO e altre organizzazioni?

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Guido Barilla con Matteo Renzi, tra i firmatari del Protocollo di Milano

È un fatto di condivisione da parte di tutti i paesi che devono vedere che anche le singole persone desiderano certi cambiamenti. Expo è, in questo caso, un palcoscenico mondiale dove le persone possono condividere un certo messaggio ed è quindi più facile per le istituzioni capire che questa è la direzione voluta da tutti. È un dato certo che le istituzioni di tutti i paesi reagiscano davanti a quello che le persone vogliono. Mi auguro che questo sia un motivo di accelerazione su delle tematiche che sono comunque presenti sulle agende di tutti i governi. Per cui se qualcuno mi dovesse chiedere se la velocità con cui affrontiamo queste tematiche sia sufficiente per trovare una soluzione in tempi molto brevi che possono essere 10/15 anni, la mia risposta sarebbe che oggi forse siamo ancora troppo lenti. Ma spero con tutto il cuore che Expo dia un’accelerazione a tutto ciò.

In che modo Barilla pratica la sostenibilità alimentare?

Attraverso tutto quello che fa perché nel momento in cui tutto ciò diventa un patrimonio della cultura delle persone che fanno parte dell’azienda, essa si esprime nei progetti di tutti i giorni e in tutto quello che facciamo. È importante essere a conoscenza dei temi, condividerli e, a questo punto, portare a compimento i progetti.

In passato sono circolate voci sull'utilizzo da parte della vostra azienda di grani con micotossine e OGM. Può smentire fornendo qualche dato?

Io so come lavoriamo e quali sono le nostre intenzioni per cui siamo ben distanti dal praticare delle strade pericolose perché non lo vogliamo né per noi né per le persone che lavorano per noi né, a maggior ragione, per chi serviamo. Siamo ad un livello totalmente differente da queste voci, poi si sa che queste esisteranno sempre. Ci feriscono comunque perché non veritiere. Noi possiamo commettere degli errori nel nostro mestiere, ma abbiamo chiarissima la strada da percorrere.

I vostri prodotti contengono oli vegetali tra cui olio di palma, uno dei principali responsabili della distruzione delle foreste del Sud-est asiatico, oltre che accusato di far male all'uomo. Questo non è in contraddizione con i principi della Carta?

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L’Accademia Barilla a New York

In questo periodo mettere l’olio di palma al centro delle tensioni alimentari è diventato un fatto di moda perché c’è qualcuno che ha affermato che noi nei nostri territori abbiamo fatto quello che i malesi stanno facendo oggi nei loro. Se pensiamo alle nostre zone di coltivazioni dove vengono praticate colture intensive, come le stesse viti o il grano, e ad altri Paesi del mondo dove vi sono zone coltivate a mais, colza o segale, a mio avviso noi abbiamo già attuato quello che non vogliamo che gli altri facciano. Ritengo ciò estremamente discriminante verso alcuni Paesi dal momento che non possiamo additare il colpevole del sistema in qualcuno che sta compiendo delle azioni che noi stessi abbiamo già realizzato. Ritengo sbagliata l’osservazione perché si dovrebbe partire dai propri territori praticando le stesse linee guida che vorremmo suggerire anche agli altri paesi, come ad esempio, i temi della biodiversità e della rotazione delle colture. Evidentemente c’è una zona geografica del mondo che produce olio di palma che è il loro unico sostentamento. Da parte nostra vogliamo avere prodotti che abbiano certe caratteristiche senza pagare il rovescio della medaglia. È un tema molto delicato che andrebbe trattato con persone che conoscono molto bene quelli che sono i risvolti dell’utilizzo di certi prodotti. Per esempio nessuno sa che l’olio di palma è un prodotto che prima di tutto non fa male come viene spesso evidenziato. Non esistono prodotti che fanno bene o fanno male, ma prodotti che vanno dosati secondo gli stili di vita del paese in cui viviamo. Dal punto di vista ambientale l’olio di palma è l’olio più sostenibile del mondo, basti pensare che l’olio di oliva ha un impatto di 6 volte superiore a quello di palma. È opportuno e necessario, a mio parere, conoscere in modo approfondito certe tematiche prima di mettere nell’occhio del ciclone un prodotto che è solo uno dei mille prodotti che andrebbero forse utilizzati in maniera diversa.

A suo parere, come può equilibrarsi la tematica di Expo con alcune tipologie di sponsor presenti (vedi Mc Donald e Coca Cola)?

È giustissimo che siano in Expo come è giusto che tutti possano essere presenti, perché altrimenti si potrebbe parlare di discriminazione, che di per sé non è un atteggiamento corretto. Anche perché a questo punto dovremmo indicare chiaramente aziende, enti o persone in grado di rappresentare Expo, ovvero individui o organismi senza colpa. È un tema estremamente delicato. In realtà in Expo dovrebbero esserci tutti con una proposizione costruttiva su come migliorare il nostro futuro. L’unica domanda che dovremmo porci è come migliorare il nostro pianeta. Non dobbiamo solo lanciare accuse sul mondo che abbiamo costruito, perché questa non è la strada della risoluzione dei problemi.

 

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