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Stefano Marchese, storia di un cervello in viaggio

Preferisce essere chiamato performer, parola che per lui meglio esprime la poliedricità e le talentuosità. Stefano Marchese, musicista sin dall’età di otto anni, attore, produttore, compositore, cantante, ora anche conduttore radiofonico, non è il solito italiano all’estero che si trasforma in cervello in fuga...

Nato a Pescara 31 anni fa, a portare oltreoceano Stefano Marchese è stata una borsa di studio vinta al Berklee College di Boston, il tempio della formazione musicale, che a definirlo un semplice conservatorio è proprio riduttivo. In Italia, oltre alla laurea in lettere e filosofia e studi al Conservatorio romano di Santa Cecilia, si è diplomato all’Accademia d’arte “Corrado Pani”.

Una carriera divisa tra musica e teatro, musical e jazz, canto e chitarra, ma in America, scopre che la passione per il mondo della musica va oltre il saper suonare uno strumento o cantare. Quel diploma a Berklee in “contemporary writing & production” gli ha dato la spinta per fondare il festival Sounds of Italy e mettere in piedi il programma radiofonico L’Italia chiamò.

Orgoglioso del suo bagaglio culturale e delle suo origini, dall’America ha imparato a rimboccarsi le maniche, la puntualità e la professionalità nel lavoro. A Boston, dove vive, si è portato dietro la moglie e il cane e pensa all’Italia con nostalgia: “Nel Belpaese trovi sempre la porta aperta anche per un caffè a tarda sera”.

Da Umbria jazz a Berklee, da Pescara a Boston. Storia di un cervello in fuga o in viaggio?

t1È stata l’America a chiamarmi e a portarmi a Berklee, grazie alla borsa di studio che ho vinto a Umbria Jazz come cantante. Qui mi sono reso conto che avevo accesso ad una conoscenza che in Italia non avevo. Mi sono reso conto che la musica non era chiusa in uno spartito. Il diploma in contemporary writing e produzione mi ha dato le competenze giuste per poter iniziare progetti nuovi. Finito il College, ho prodotto il mio primo disco da solista Radici, e ho messo su il festival di musica Sounds of Italy. Dall’esigenza di promuovere il festival è nato il mio programma radio L’Italia chiamò.

Parliamo di questo programma. A chi si rivolge, di cosa parla?

Inizialmente è nato come un programma rivolto agli italiani di Boston, ma poi ci siamo resi conto che ci seguivano gli Italiani in Italia. Abbiamo creato un ponte che lega i due paesi. Insieme Elisa Meazzini, giornalista e attuale co-conduttrice, facciamo intrattenimento sullo stile di Baldini e Fiorello a Viva Radio 2. Non mancano le notizie, le interviste, la musica. In autunno il programma avrà una veste nuova perché pensiamo di dare più spazio a tematiche sociali.

Hai studiato anche al Conservatorio di Roma “Santa Cecilia”. Che metodi e approcci hanno l’Italia e l’America quando si parla di insegnare musica?

Completamente diversi. Con la riforma dei conservatori, in Italia sono cambiate molte cose perché l’istruzione musicale si è aperta al jazz, alla musica elettronica. Nonostante questo, rimangono due mondi e contesti diversi. In America, ti insegnano l’aspetto imprenditoriale della musica, il suo lato pratico. Non solo teoria musicale, ma anche come produrre un festival, un disco. L’istruzione americana è fortemente pratica e collegata al mercato musicale anche nell’insegnamento.

Dal punto di vista musicale, secondo te, che differenze ci sono quando parliamo di jazz, che è il genere a te più vicino?

t2Noi italiani, ci sediamo sugli allori perché pensiamo che il glorioso passato possa bastare. In America, intanto si comincia a studiare musica con un approccio a 360 gradi sin dalle scuole elementari. Il jazz italiano, dimenticando le origini popolari di questo genere, è diventato troppo autoreferenziale, chiuso, elitario. Manca la contaminazione, il dialogo con le altre culture, concetti alla base della nascita dello stesso jazz. Da musica con cui i nostri bisnonni ballavano, è diventata una musica difficile, quasi inaccessibile. In America, c’è molta sperimentazione, collaborazione tra artisti, molto linguaggio interculturale che si traduce in musica.

L’America rimane una tappa obbligatoria per i musicisti?

Sì e no. Oggi, grazie alla tecnologia e alla globalizzazione, puoi confrontarti con gli altri ed imparare senza necessariamente lasciare il tuo paese. Quello che rimane obbligatorio è, secondo me, la conoscenza dell’inglese e il vedere e pensare oltre il proprio naso. Noi italiani, a volte, pensiamo di essere superiori, ma dobbiamo avere più umiltà e capire che c’è sempre qualcuno più bravo di te. In America, non è tutto facile come sembra. Ti scontri con un paese che ha una lingua, delle regole e un sistema diversi dal tuo. Ci sono mille difficoltà e ostacoli da superare. La vita del musicista, già difficile in ogni dove, qui non diventa semplice.

Questo significa che smontiamo il mito del sogno americano.

Il sogno americano è un’utopia, non esiste. Non è come una volta perché sono cambiate le condizioni, il sistema sociale. Sono cambiati gli italiani che vengono qui. Se una volta erano disposti a fare qualsiasi tipo di lavoro oggi arrivano con un bagaglio culturale di grande spessore e non si accontentano di poco. Quello che rimane è la meritocrazia. Se in America ti impegni molto e hai un obiettivo specifico, questo paese ti permette di raggiungere i tuoi obiettivi. Cosa che in Italia non accade perché la meritocrazia non esiste, ma esiste il clientelismo. Per questo l’America ci attrae, nonostante tutto: perché premia le tue capacità.

Cosa ti ha insegnato l’America? In che modo ti ha cambiato?

t3Mi ha insegnato la professionalità, la puntualità, a fare un focus sui miei progetti, l’esperienza sul campo. A livello umano, la multiculturalità e lo scambio con diverse culture mi hanno arricchito. Ho fatto alcuni errori, preso alcune batoste, ma ho imparato. Non è stato e non è tutto facile. L’America mi ha insegnato, soprattutto ad amare il nostro paese, a rendermi consapevole della bellezza del nostro patrimonio culturale. Purtroppo, ci accorgiamo di tutto questo solo quando lasciamo la nostra terra. L’Italia è un paese bellissimo, ma distrutto da un ventennio politico che lo ha lacerato. Forse non abbiamo ancora toccato ancora il fondo. Ho fiducia nelle nuove generazioni e spero che un giorno i nostri padri capiscano che il futuro è nelle mani dei figli.

Radici, il tuo primo album da solista, mette insieme la musica folk abruzzese e il jazz. Hai sentito il bisogno di tornare, in qualche modo alle tue radici?

Questo album mette insieme le canzoni più note della musica popolare abruzzese rivisitate in chiave moderna, con alcune note jazz. Mi ha aiutato molto a rivalutare il rapporto con la musica della mia regione, il dialetto. Noi italiani siamo esterofili e snobbiamo il nostro dialetto, che poi è una lingua, e le nostre canzoni popolari. All’estero amano questo repertorio e questo album mi ha reso ancora più orgoglioso delle mie origini.

Sei molto vicino alla comunità italiana di Boston. Chi sono gli italiani di Boston?

C’è la vecchia emigrazione e la nuova. Quelli che arrivano oggi, grazie soprattutto alle prestigiose università presenti a Boston, sono professionisti di grande spessore: ricercatori, musicisti, medici. Insieme non riusciamo a formare una comunità compatta perché gli italiani siamo fatti così. Spesso, ad unirci è solo la lingua.

La nostalgia dell’Italia è qualche volta accompagnata dal sentimento del ritorno?

Mi mancano gli affetti, il mare, le passeggiate, i rapporti interpersonali. Un certo modo di stare al mondo che è solo italiano e che si trova in Italia. A casa mia la porta era sempre aperta fino a tarda sera per un caffè, questo qui non accade neanche tra italiani. L’America mi ha dato delle possibilità che il mio paese non mi ha dato. Se un giorno l’Italia dovesse offrirmi quello che ho qui, potrei considerare di ritornare.

 

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