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Immigrazione: la grande lezione di Roma (antica)

La distruzione dell'Impero romano, di Thomas Cole. Dipinto allegorico (ispirato molto probabilmente al sacco di Roma dei Vandali del 455), quarto della serie

La distruzione dell'Impero romano, di Thomas Cole. Dipinto allegorico (ispirato molto probabilmente al sacco di Roma dei Vandali del 455), quarto della serie

L'Europa cerca ancora una formula coerente per far fronte alle masse di migranti che dal Sud fuggono da guerre e povertà "in cerca della felicità" verso Nord. Duemila anni fa accadeva l'esatto contrario, dalle regioni settentrionali popolazioni "barbare" cercavano rifugio nell'Impero romano. Per lo storico Alessandro Barbero finchè Roma - come poi gli Stati Uniti -  ebbe una politica di integrazione, i flussi migratori rafforzarono l'Impero, ma poi, con la corruzione e l'inefficienza, arrivò il disastro 

“Poiché molti appartenenti ai popoli stranieri sono venuti nel nostro Impero inseguendo la felicità romana e a essi bisogna assegnare le terre degli immigrati, nessuno riceva assegnazione di questi campi senza precise istruzioni, e poiché alcuni ne hanno occupata più di quella che spettava loro o se ne sono fatta assegnare più del giusto per la complicità dei funzionari o con documenti falsi, si mandi un ispettore per revocare le assegnazioni illegali”.

Se non risalisse a duemila anni fa, questo passo del 399 d.C. tratto da una legge dell’imperatore Onorio sembrerebbe scritto ieri, magari al termine di una delle tante riunioni in cui i capi di governo europei cercano affannosamente un’intesa sulle questioni legate all’immigrazione. Negli ultimi tempi gli stati dell’occidente si sono infatti dimostrati incapaci di gestire i flussi migratori con politiche diverse da quelle dettate dall’emergenza e dalla paura. Eppure, quello che i media dipingono come un dramma esclusivo del mondo contemporaneo è un fenomeno con cui tutte le civiltà hanno dovuto prima o poi fare i conti. Anche i Romani, come noi, dovettero fronteggiare il problema dell’immigrazione, e per secoli lo gestirono con risultati molto migliori dei nostri, traendone linfa vitale per la sopravvivenza del loro immenso Impero. Fino a quando, in conseguenza della gigantesca crisi politica, anche le organizzatissime strutture preposte al suo controllo crollarono, inaugurando quelle che a scuola ci hanno insegnato a chiamare invasioni barbariche.

Certo, c’erano differenze profonde tra il mondo antico e quello in cui viviamo. Visti con la sensibilità moderna, alcuni dei metodi utilizzati nell’antichità sono oggi improponibili, ma è altrettanto vero che il modello romano di integrazione fu in certi casi più inclusivo di quello adottato da alcune moderne nazioni “evolute”.

Ma quali sono le somiglianze, e quali le differenze? E soprattutto, cosa possiamo imparare su questi temi dal più grande impero della Storia? «Fino a pochissimo tempo fa, avrei detto che i flussi migratori con cui ebbe a che fare Roma erano molto diversi da quelli contemporanei, perché l’immigrazione moderna, a partire dall’Otto-Novecento fu composta da singoli che decidevano individualmente di emigrare, magari con la famiglia, mentre le migrazioni antiche erano movimenti di interi popoli che si spostavano tutti insieme e chiedevano accoglienza alla frontiera, negoziando collettivamente con le autorità romane. Nondimeno, alcune migrazioni a cui assistiamo oggi, in particolare quella dei siriani, forse si stanno di nuovo avvicinando al modello antico…» rivela Alessandro Barbero, storico, divulgatore di fama (conosciuto anche dal pubblico televisivo per la conduzione del programma Rai a.C.d.C) e autore, tra gli altri, del saggio Barbari. Immigrati, profughi, deportati nell’impero romano (Laterza). 

Barbero

Alessandro Barbero

Capitava dunque abbastanza spesso che spinti da guerre, fame, carestie e cataclismi naturali, masse di disperati si presentassero al confine chiedendo di entrare. Un contesto che ha molti punti in comune con la cronaca attuale, in cui l’instabilità di alcuni territori del Medio Oriente determina lo spostamento di migliaia di profughi verso l’Europa. «Nei riguardi di chi domandava accoglienza nelle province imperiali, i Romani agivano con modalità figlie di un contesto politico e morale immensamente lontano dal nostro» precisa Barbero «in sostanza, si accoglievano tutti quelli di cui si aveva bisogno, respingendo, anche con metodi brutali, coloro che non si intendeva accogliere. A quel punto, le autorità imperiali ricollocavano gli immigrati sul territorio là dove il governo giudicava utile, senza minimamente prendere in considerazione né i desideri degli immigrati, né eventuali opposizioni locali» aggiunge lo storico. Anche qui, è evidente che in un mondo come quello romano, governato in modo autocratico e dove l’opinione pubblica contava poco, erano possibili comportamenti che per fortuna la civiltà contemporanea ha dimenticato.

A ben vedere, però, brutalità a parte, c’era dell’altro: oltre alla spietata organizzazione con cui si selezionava chi fare entrare e chi lasciare fuori, esisteva infatti un disegno lungimirante, volto alla piena assimilazione dei nuovi arrivati nel contesto romano: «L’ultimo passaggio della strategia romana prevedeva l’integrazione degli immigrati, ai quali individualmente veniva attribuita una posizione giuridica precisa – quella di coloni o soldati ad esempio – che preludeva alla cittadinanza e alla piena assimilazione, tanto culturale quanto giuridica. In sostanza – conclude lo storico – il modello romano era al tempo stesso aperto e fortemente autoritario, e tendeva a incoraggiare i singoli ad adottare l’identità etnica romana».

Una volta entrati, gli immigrati iniziavano un percorso di integrazione che nel giro di una o due generazioni li portava a sentirsi a tutti gli effetti parte dell’impero. Per intenderci, non era inconsueto (soprattutto a partire dal III secolo d.C.) che cittadini romani alti e biondi, e dunque di chiare origini barbariche, occupassero posizioni di rilievo nell’esercito o nell’amministrazione pubblica. L’esempio classico è quello di Stilicone, generale dipinto dai libri di scuola come uno degli ultimi difensori dell’impero, il cui padre era nientemeno che un Vandalo (il quale aveva prestato servizio nell’esercito romano). D’altronde, nell’Urbe non mancarono nemmeno imperatori di origini barbare. Avete mai visto un primo ministro di origini africane nella civilissima Gran Bretagna?

Esistono poi delle similitudini incredibili tra l’immagine che l’impero voleva dare di sé e la rappresentazione universalmente riconosciuta di alcune nazioni, come gli Stati Uniti: «l’analogia più vistosa tra il modello americano e quello romano è ideologica» spiega Barbero. «Nel corso del IV secolo, l’impero si presenta sempre più, nelle dichiarazioni ufficiali, come una terra promessa, e gli imperatori si rallegrano che molti popoli barbari vengano a cercare “la felicità romana”». Quasi due millenni dopo, riuniti a Philadelphia, i padri fondatori degli USA coniarono la stessa espressione (pursuit of happiness), rendendola uno dei punti più alti della Dichiarazione di Indipendenza.

Tra l’esempio romano e quello degli Stati Uniti ci sono anche punti di contatto più pratici, come il ruolo che alcune strutture statali svolgono nel processo di integrazione: «un altro parallelismo è dato dal fatto che il servizio nell’esercito e la carriera militare sono una via importante di assimilazione e promozione sociale per gli immigrati. Non c’è invece documentazione nell’impero di quella situazione, tipica degli USA, per cui gli immigrati restano a lungo uniti fra loro in base all’origine, formano comunità etniche, e vivono negli stessi quartieri, ma può anche darsi che questa apparente assenza sia dovuta soltanto alla scarsità delle fonti», conferma Barbero.

Ma se è vero che per molto tempo la strategia romana di integrazione funzionò alla grande, perché, viene spontaneo chiedere, a un certo punto iniziarono le invasioni barbariche? «Il collasso delle strutture preposte al controllo dell’immigrazione è riconducibile con precisione a una specifica congiuntura: l’ingresso dei Goti nel 376. In condizioni di estrema emergenza, un intero popolo “in fuga dalla guerra” come si dice oggi, venne fatto entrare nell’impero – spiega lo storico – e le strutture destinate all’accoglienza collassarono sia per il peso eccessivo dei profughi, sia perché l’operazione umanitaria, in un’epoca in cui non esisteva il controllo dei mass media, venne gestita nel modo più corrotto da generali che intravidero la possibilità di intascare grossi profitti in nero, costringendo i Goti a pagare le razioni che avrebbero dovuto essere distribuite gratuitamente e per cui il governo aveva stanziato i fondi». Ancora una volta il pensiero corre alle terribili inefficienze del nostro sistema, all’interno del quale permettiamo a losche cooperative di intascare grossissime somme troncando sul nascere qualsiasi seria politica di integrazione. Aprire un centro di accoglienza, è per molti un modo come un altro di lucrare alle spalle della comunità, incentivando le tensioni tra popolazione locale e immigrati. Per dirla alla Salvatore Buzzi, noto malavitoso coinvolto nello scandalo “Mafia Capitale”, è un business che “rende più del traffico di droga”.

Tornando ai romani (antichi), la disastrosa gestione dell’ingresso dei Goti segnò l’inizio della fine. Dopo essere entrati in gran numero nell’impero e aver subito abusi eccessivi da parte delle autorità, i Goti si ribellarono. La conseguenza fu la sanguinosa battaglia di Adrianopoli (378 d.C.) con cui sconfissero l’imperatore Valente, costringendo il governo a stringere accordi in base ai quali potevano restare nel territorio imperiale, ma a condizioni ben diverse da quelle fino ad allora riservate agli immigrati. I Goti, da quel momento, avrebbero potuto vivere tutti insieme, armati e stipendiati dallo stato romano: «dopo anni di conflittualità più o meno latente, di ostilità e sospetto da una parte e dall’altra, di continui incidenti, la soluzione fu alla fine trovata nello stanziamento dei Goti in una provincia romana, la Gallia del sud, che di fatto si distaccò dall’impero, costituendo il primo regno romano-barbarico. Su quel modello, nel corso del V secolo tutto l’Occidente venne assegnato a popoli barbari e di fatto si frantumò» conferma lo storico.

L’epilogo, è vero, non è dei migliori. L’impero d’Occidente cadde, anche perché di gran lunga più povero e disorganizzato rispetto alla parte orientale, che invece sopravvisse ancora per secoli (fino al 1453). Nessuna civiltà, nemmeno quella romana, è eterna. Tuttavia, nell’ovvia diversità di contesti storici e culturali, possiamo trarre delle preziosissime lezioni dall’esperienza dell’antica Roma. «L’immigrazione è una risorsa indispensabile quando è gestita bene, con regole chiare e diritti e doveri chiaramente stabiliti; mentre una società può collassare sotto il suo peso se manca una salda direzione politica. È anche molto importante che la piena assimilazione sia percepita dagli immigrati come possibile e concretamente molto vantaggiosa: i barbari sono stati una risorsa per Roma finché non hanno desiderato altro che diventare Romani, il disastro è cominciato quando i Goti hanno sentito che era più vantaggioso rimanere Goti anziché diventare Romani» è la saggia conclusione di Barbero.

 

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