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Alla scoperta della Nazione napoletana con Gigi Di Fiore

Il giornalista de Il Mattino di Napoli Gigi Di Fiore ha completato un lavoro storico-letterario intitolato "La Nazione napoletana - Controstorie Borboniche e identità sudista" che sta ottenendo in Italia un buon successo di pubblico e di critica. La VOCE di New York ha intervistato l'autore per saperne di più

Gigi di Fiore, editorialista e inviato de Il Mattino di Napoli, giornalista di lungo corso ed acclamato storico con il suo ultimo lavoro entra in un dibattito storiografico culturale che negli ultimi anni ha registrato diversi pubblicazioni sul tema. "La Nazione Napoletana –controstorie borboniche ed identità sudista" (UTET, 2015). Il lavoro di Di Fiore sta ricevendo attenzione e considerazione anche dal mondo accademico italiano e dai media nazionali. Abbiamo incontrato di recente Gigi di Fiore per parlare del suo lavoro storico-letterario.

"La Nazione napoletana". Perchè questo titolo? A chi è diretto questo lavoro storico-letterario? 

"'La Nazione napoletana' è un titolo che identifica la storia e la cultura di tutto il territorio dell’Italia meridionale, rimasto per sette secoli entità politico-amministrativa autonoma e indipendente dal resto della penisola. Il libro è diretto a chiunque sia interessato ad arricchire la conoscenza storica del Sud e dell’identità meridionale. La storia è un mosaico fatto di molti tasselli, possederne solo una visione parziale è culturalmente riduttivo. Credo che, in tutt’Italia, conoscere le diverse storie dei vari territori che la compongono sia elemento unificatore: la conoscenza è unione non divisione".

Quali sono state finora le reazioni i commenti seguiti alle presentazioni del suo volume? 

"Finora ho avuto reazioni assai positive, anche nelle vendite con tre ristampe. La maggioranza ha compreso lo spirito del libro. Ho ricevuto apprezzamenti anche nelle tante recensioni che possono essere lette nella pagina che la UTET ha dedicato alla Nazione napoletana, sul rigore storico e sulle fonti utilizzate da cui non prescindo mai. Credo che una narrazione godibile in un saggio debba essere sempre accompagnata dalla chiarezza sulle fonti di riferimento altrimenti è mistificazione".

Esiste davvero un'identità meridionale oppure è un altro diversivo politico per creare consensi elettorali?

"Credo che l’identità meridionale sia evidente dalla comunanza di culture, di espressioni artistiche, di usi, consuetudini. Un esempio religioso-storico: come mai al Sud, in luoghi diversi, esistono comuni culti di Madonne nere? E la lingua unica, con differenziazioni nelle intonazioni, è sempre espressione di un'identità comune".

Lo Stato Unitario ha beneficiato il Sud oppure come sostengono altri autori ed analisti ha spogliato il Sud di parte delle sue ricchezze?

"Credo che metterla in questa modo sia semplificare un processo storico complesso. L’unità d’Italia, favorita da circostanze fortuite favorevoli, è stata affrettata e pilotata da gruppi di potere che ne hanno distorto le finalità. Gruppi di potere che, nel Sud, hanno avuto il puntello della classe dirigente dei latifondisti e dei notabili locali ben descritti dal romanzo "Il Gattopardo" di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Basta analizzare le scelte politico-economiche dei primi 30 anni di unità per capire quali territori abbiano favorito. Su otto finanziamenti di concessioni ferroviarie, ad esempio, nella prima legislatura del regno d’Italia solo due erano diretti al Sud".

Al momento al Sud esistono le condizioni per un movimento indipendendista al pari di quelli che si sono afferamti in Scozia o in Catalogna?

"Non credo esistano le condizioni per movimenti indipendentisti come in Scozia e Catalogna. Il risveglio di attenzione alla storia è rivendicazione di un orgoglio di appartenenza ad una terra e ad una parte d’Italia, spesso denigrata, azzerata attraverso un’operazione culturale che fu studiata (e lo spiego nel mio libro) subito dopo l’unità, per costruire dal nulla un’unica identità italiana che doveva partire da qualche riferimento. E si scelse il riferimento culturale-politico del Piemonte con la necessità, quindi, di denigrare tutto il resto".

L'emigrazione dal Sud di fine Ottocento fu, secondo le Sue ricerche, davvero un'operazione politica di spopolamento dei territori meridionali da parte dei latifondisti e dello Stato Centrale sabaudo?

"Non fu operazione politica, ma necessità. La grande questione agraria, irrisolta in Italia anche con la riforma degli ani’50 del Novecento, perpetuò le degenerazioni legate alla concentrazione della terra in mano a pochi, specie al Sud. La vendita di terre demaniali e di enti ecclesiastici fu a vantaggio dei soliti latifondisti. Tutto un ceto, e lo ha scritto benissimo Gramsci, quello contadino del Sud, rimase escluso dalla elitaria rivoluzione risorgimentale, in cui fu impegnato meno dell’un per cento della popolazione italiana. I contadini ne furono fuori; presero parte, con migliaia di morti, alla rivoluzione della loro guerra: quella del brigantaggio, repressa con la forza e con la paura dai "galantuomini" meridionali. L’emigrazione fu una necessaria reazione alla fame. "O brigante, o emigrante" scrisse il lucano Francesco Saverio Nitti".

Lei si sente più italiano o meridionale ?

"Io mi sento un italiano del Sud. La mia cultura affonda le sue radici in quelle della mia terra, che naturalmente è punto fondamentale di partenza per l’allargamento ad ogni cultura possibile. Rifuggo il luogo comune, il pregiudizio: sono un meridionale che tiene alla puntualità, che odia gesticolare, che è infastidito da chi urla per affermare le proprie convinzioni. Ma sono orgoglioso di tutte le espressioni culturali e del buono che, sulla mia terra, è stato fatto nella storia. Non difenderò mai il folklore degenere, le illegalità, le distorsioni della napoletanità sana. E questa è una distinzione importante presente nel mio libro: napoletanità positiva che è senso di appartenenza e di orgoglio ad una storia, una cultura, certe radici, contrapposta alla "napoletaneria" che ne è la degenerazione, con l’esteriorità voluta, la volgarità, il folklore ad uso e consumo di altri, la giustificazione piagnucolosa di tutto ciò che non va e che, rimboccandosi per primi le mani, dovrebbe essere corretto".

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