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E-Bola, un film per sconfiggere l’indifferenza

Il regista Christian Marazziti

Il regista Christian Marazziti

Vincitore del premio Critica Sociale alla Festa del Cinema di Roma, E-bola è il lungometraggio del regista Christian Marazziti che racconta la storia di sei giovani ricercatori, chiamati a mettere in piedi una task-force per fronteggiare l'epidemia. Una grande storia, impeccabile dal punto di vista scientifico e divulgativo, per provare a sconfiggere l'indifferenza

La Sierra Leone è ufficialmente libera dal virus Ebola. Lo ha dichiarato l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) dopo 42 giorni nei quali non si sono verificati nuovi casi di infezione. Tranne che in Guinea dove il rischio che scoppi una nuova epidemia, scrive il New York Times, è molto realistico perché, nonostante i virus che causano Ebola siano noti da quarant'anni, la ricerca fino a oggi ha ricevuto pochissimi fondi per studiarli. La sfida alla malattia parte dunque dall’arte cinematografica con intenti sociali e informativi. Agli Ebola Fighters, il regista Christian Marazziti ha dedicato un film: E-bola.

Presentato alla Festa del Cinema di Roma, dove ha vinto il premio Critica Sociale, E-bola è un lungometraggio in lingua inglese sulla storia di sei giovani ricercatori, provenienti da tutto il mondo, chiamati a mettere in piedi una task-force per fronteggiare una delle peggiori epidemie di Ebola di sempre. Ce la racconta un po' meglio il regista, Christian Marazziti.

E-Bola è un documentario girato da un regista informato dei fatti. Il virus è diventato interessante quando l’occidente “evoluto” ha percepito il rischio pandemico. Stando ai dati di uno studio di Nature, che riprende una stima dell'OMS, quando l'epidemia è iniziata, sarebbero bastati 4,8 milioni di dollari per fermarla. Oggi ne servono molti di più.

Per Marazziti fare cinema significa contrarre un impegno morale con sé stessi e con lo spettatore (lo ha dimostrato come protagonista di Pollicino di Cristiano Anania, un cortometraggio del 2011 sulle difficoltà di tornare a casa per un malato di Alzheimer). È così che con grande coraggio ha tentato una struttura narrativa propriamente cinematografica, una grande storia, impeccabile dal punto di vista scientifico e divulgativo. Per questo il regista si è avvalso della consulenza di medici e di strutture che hanno fronteggiato il virus come l’Istituto per le Malattie Infettive “Lazzaro Spallanzani”, dell’Università “Sapienza” di Roma.

Com’è nata l’idea del film?

L’idea è venuta a Massimo Tortorella della Falcon Produzioni che spesso mi chiedeva perché intorno all’Ebola ci fosse così poca informazione. Una febbre emorragica che ad oggi ha causato circa 12mila morti. La soluzione per controllare il diffondersi della malattia non è infatti chiudere le frontiere dei paesi colpiti dalla malattia, ma informare il grande pubblico su un’emergenza sanitaria che non riguarda solo il continente africano, ma coinvolge l’intero villaggio globale. Mostrare l’Ebola per immagini può aiutare molto in termini di sensibilizzazione. In un mondo sempre più interconnesso come il nostro, le epidemie come quella legata all'Ebola in Africa occidentale hanno il potenziale per colpire ogni Paese del pianeta. E soprattutto, occorre combattere inutili paure e pregiudizi, soprattutto nei confronti dei migranti o, più in generale, contro persone di origine o provenienza africana.

Perché hai pensato a un film-formazione?

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Una scena del film

La malattia è stata inaspettata e sconosciuta a tutti. Il fatto che tanti operatori sanitari si siano ammalati ha dimostrato l’inadeguatezza del sistema sanitario mondiale a contrastare un’epidemia che si stava rivelando più pericolosa delle previsioni. Assenza di materiale di protezione e training adeguato ha favorito il contagio tra medici e infermieri, ma non ha frenato l’abnegazione di molti. Il mio film vuole diffondere conoscenza tra i professionisti sanitari affinché abbiano gli strumenti necessari per combattere la malattia. Penso che sia importante dotarsi di strumenti per affrontare in futuro emergenze simili a quella dell’Ebola, abbandonando la mera risposta emergenziale.

Che impatto ha avuto il caso di Fabrizio Pulvirenti nel film?

Mentre scrivevamo la sceneggiatura Fabrizio Pulvirenti, il medico siciliano volontario di Emergency, si è ammalato in Sierra Leone. E così ci siamo adattati alla sua storia. Quella di un uomo che molla tutto e parte per una missione umanitaria perché fortemente convinto che la professione medica non debba limitarsi alla cura della malattia, ma estendersi al “prendersi cura” del malato. E che nonostante la paura di morire o di rimanere invalido, non vedo l’ora di tornare in Sierra Leone. Per me Pulvirenti è stato una grande fonte di ispirazione, ho sentito che dovevo dare voce ai veri eroi. I medici, gli infermieri e gli altri operatori che ogni giorno hanno lottato e continuano a lottare sul campo contro la malattia e il dolore.

Ti puoi definire un regista sociale?

Sicuramente mi sono avvicinato al sociale perché sono estremamente sensibile. Individualismo, egoismo e indifferenza sono tratti ormai profondamente radicati nella nostra società. Lamentarsi per la gente è diventata un’abitudine, quando basterebbe andare oltre sé stessi per accorgersi che oggettivamente ci sono situazioni più gravi. Certo non è facile portare al cinema tematiche che fanno pensare. La gente va al cinema per dimenticare, almeno per un’ora e mezzo, i propri problemi. Che fare allora? È una questione di educazione. Non è bello ammetterlo, ma il popolo va educato e istruito; vanno combattuti l'analfabetismo e l'ignoranza in tutte le loro forme. E chi può farlo se non le Istituzioni pubbliche? Per il mio film io ho ricevuto il sostegno del Ministero della Salute, ma alcun contributo finanziario. E allora mi chiedo: ma se le istituzioni continuano a mostrarsi disinteressate, come riusciranno film come E-Bola a raggiungere il grande pubblico?


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