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Sanjay’s Super Team, l’ultimo gioiello della Pixar

Il regista Sanjay Patel (Courtesy: Pixar)

Il regista Sanjay Patel (Courtesy: Pixar)

Sanjay’s Super Team è il nuovo cortometraggio della Pixar che accompagna l'uscita di The Good Dinosaur, a giugno 2016; diretto da Sanjay Patel, che ci racconta qualcosa di più su soggetto e produzione, il film ha trovato il giusto equilibrio estetico tra la tradizione culturale indiana e l’estetica dell’animazione contemporanea, un piccolo gioiello con tanti messaggi diversi per il pubblico

Come da tradizione, anche il nuovo, imminente, lungometraggio della Pixar (The Good Dinosaur, in uscita a giugno 2016) sarà accompagnato da un cortometraggio. Questa volta tocca a Sanjay’s Super Team dell’indiano Sanjay Patel, incentrato sul rapporto complicato tra un padre rigido osservatore delle tradizioni religiose del suo paese d’origine e un figlio invece sempre incollato alla TV, che fantastica grandi avventure con i supereroi che vede su quel piccolo schermo che per lui rappresenta l’evasione dalla grigia stanza in cui si autoconfina.

L’idea di base di Sanjay’s Super Team è quella di coniugare la tradizione culturale indiana con l’estetica dell’animazione contemporanea, quella che ha reso la Pixar la grande casa di produzione che è oggi. E questo suo ultimo, piccolo gioiello non ne smentisce assolutamente l’arte. Ecco cosa ci ha raccontato il regista Sanjay Patel.

Come è riuscito a trovare il giusto equilibrio estetico tra i due mondi nettamente distinti che il suo cortometraggio mette in scena?

Se volevamo che la storia avesse un riscontro emozionale originale e insieme potente, dovevamo puntare sulla forza del colore e della luce, mi è stato chiaro fin dal principio. Abbiamo deciso di dividere nettamente i due mondi: quando il ragazzo sta nella stanza con suo padre l’atmosfera è opaca, senza colori forti, noiosa. Così puoi capire inconsciamente perché il bambino è così attaccato alla televisione, a ciò che succede in quell’universo. Abbiamo semplicemente tolto ogni eccitazione da quella parte della storia, del mondo reale, in modo che l’altra risultasse ancora più entusiasmante, non solo agli occhi del bambino, ma anche a quelli degli spettatori. Un mondo che è un’esplosione di colore e dettagli.

Il cortometraggio arriva alla fine di un percorso molto lungo nella sua carriera di animatore e nella sua ricerca personale. Qual è stato il momento più difficile di questo percorso?

Guardandomi indietro adesso vedo ogni passo compiuto come un dono, so di essere stato molto fortunato ad arrivare fino a qui. Mentre compivo questo cammino però a volte sono stato molto stressato, sentivo la grande pressione di dover raccontare una storia che mi apparteneva in maniera così personale, e raccontarla al grande pubblico nella maniera più chiara e divertente possibile. È stato molto difficile trovare quell’equilibrio necessario per comunicare ciò che volevo raccontare sia alla mia cultura di appartenenza che a quella che mi stava ospitando, in particolar modo a tutti gli amici qui alla Pixar. E il tutto in sei minuti e senza dialogo.

Cosa vorrebbe che il pubblico imparasse vedendo Sanjay’s Super Team?

t1Sono sicuro che tipi di pubblico differente troveranno messaggi diversi nel cortometraggio, che ne possiede molti. Per quanto mi riguarda, i più importanti sono la volontà di preservare le proprie radici culturali e la saldezza dell’istituzione familiare in un mondo che cambia così velocemente e senza sosta.

La Pixar negli ultimi anni, soprattutto attraverso i cortometraggi, ha tentato di far connettere mondi e posti tra loro differenti. Oltre al suo cortometraggio penso anche a La luna, diretto dall’italiano Enrico Casarosa, oppure Lava, che parla delle tradizioni hawaiane. Cosa ne pensa di quest’idea?

È la grandezza della Pixar, che permette a tutti di esprimersi se possiedono una buona storia da raccontare. Sono gli artisti che lavorano in questo posto incredibile ad avere idee che vengono dalla loro esperienza personale, e quindi sono ancora più sincere e capaci di arrivare al cuore del pubblico. Personalmente sono stato davvero ispirato dal cortometraggio di Enrico Casarosa, è uno dei miei lavori preferiti in assoluto tra tutti quelli che la Pixar ha prodotto negli anni.

Quando ho visto il suo cortometraggio ho percepito una malinconia che non riuscivo a inquadrare, poi ho capito: il padre e il figlio nel corto mi sono sembrati soli. Perché non ha inserito il personaggio della madre, che avrebbe potuto rappresentare un ponte per far incontrare i due protagonisti?

È la prima volta che qualcuno mi fa questa domanda, e nel subconscio in realtà credo la stessi aspettando da tanto tempo, perché quando racconto di questo cortometraggio parlo sempre e soltanto della mia esperienza con mio padre. La verità è che quando sono nato mia madre ha iniziato a soffrire di una grave forma di schizofrenia, ne ha sofferto e ancora oggi ne è affetta in maniera molto forte. Alla fine purtroppo eravamo io, mio padre e i miei fratelli che dovevamo prenderci cura di noi stessi e del nostro gruppo familiare. Ognuno di noi ha preso poi strade differenti, ma siamo tutti rimasti molto affezionati a nostra madre. È ancora viva e papà si prende cura di lei magnificamente, anche se ancora dopo tutti questi anni per noi tutti è molto dura. Non ho problemi a parlarne, so che molte famiglie hanno vissuto simili esperienze al loro interno e condividere il loro dramma le ha aiutate.

Per chiudere la nostra chiacchierata, può gentilmente rivelarci il segreto che rende la Pixar così favolosa?

Non è un segreto, sono le persone che ci lavorano e la loro apertura mentale nei confronti di qualsiasi idea venga proposta, a prescindere da chi la propone.

>>Guarda il Trailer di Sanjay’s Super Team

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