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Don Ciotti a New York si confessa sull’antimafia, i suoi nemici e gli amici della mafia

Don Luigi Ciotti, leader carismatico fondatore di Libera, associazione che combatte la mafia gestendo i beni sequestrati ai mafiosi, a New York ha presentato Sono cosa nostra, un documentario sui vent'anni di successi di una legge che ha consentito alle sue cooperative di coltivare le terre sequestrate ai boss. In questa intervista esclusiva a La VOCE, il sacerdote antimafia affronta la "ferita" aperta dagli ultimi scandali giudiziari a Palermo, rivela manovre e sospetti sul nuovo percorso legislativo del Parlamento e offre la sua versione sullo scontro con Franco La Torre

Don Luigi Ciotti, grazie alla produzione della Rai, è venuto a celebrare i 20 anni della associazione Libera a New York. Lunedì 7 dicembre, in uno storico cinema di Williamsburg, a Brooklyn, è stato proiettato, anteprima assoluta, il documentario Sono cosa nostra. Alla presentazione, con Don Ciotti, anche il regista Simone Aleandri, e alcune delle protagoniste dell'associazione di Libera, tutti introdotti dal Prof. Antonio Monda della NYU.

Successivamente, durante la cena ad un ristorante di Williamsburg offerta dalla Rai per la estesa delegazione e gli invitati, La VOCE ha avuto l'opportunità di intervistare Don Ciotti. L'intervista è stata concessa mentre ancora si cenava, e in questa lunga conversazione con Don Ciotti abbiamo parlato poco del documentario, di cui potete leggere in un altro articolo, chiedendo invece al fondatore di Libera cosa stia succedendo nell'Antimafia in Italia, soprattutto dopo l'emergere di certi scandali nella magistratura che si occupa dei sequestri dei beni mafiosi. E abbiamo anche chiesto degli scontri dentro alla stessa Libera riportati dalla stampa, che rischiano di offuscare e non poco il successo descritto nel documentario.

Don Ciotti, che emozione e che significato ha far vedere questo documentario sulle attività di Libera e della sua antimafia per la prima volta a New York? 

"Non era certamente nei mie pensieri pensare di trovarmi un giorno a New York a parlare di una pagina della storia del nostro paese. Di beni confiscati ai grandi boss della mafia, dei beni esclusivi nelle loro mani che diventano dei beni condivisi dalla collettività. Non ho mai pensato di potere in questa nazione, gli Stati Uniti, parlare di questi percorsi di positività, di poter dire che se si vuole è possibile dare più dignità, dare lavoro, opportunità sottraendo i beni della mafia per costruire dei percorsi che diano più libertà, perché le mafie tolgono la libertà e la dignità alle persone".

Alcuni americani invitati al ricevimento ci interrompono per salutarlo: "You are a very corageous man, Don Ciotti".

Il documentario è ottimista, si vedono solo i successi di Libera in un'Italia che ha una legislazione unica al mondo affinché i beni della mafia sequestrati vengano utilizzati in un certo modo… Lei però, alla fine della presentazione, ha ammesso che ci sono anche i problemi, non tutto va bene. Che mentre per i beni immobili, le terre, la legge funziona, per quanto riguarda i sequestri delle aziende dei mafiosi c'è ancora troppo che non va. Ecco ci racconti, anche perché al Sud si continuano a perdere posti di lavoro… 

"E' davanti agli occhi di tutti che per quanto riguarda le aziende il processo legislativo non ha funzionato. E' vero che molte di queste aziende confiscate sono delle scatole vuote. Sono società fasulle, che le mafie hanno realizzato solo per riciclare il loro denaro. Alcune invece sono delle aziende che devono essere ripulite dalla presenza criminale mafiosa ma di cui bisogna salvaguardare gli operai, i dipendenti. Però, sulle aziende, è stato il grande fallimento della politica di quella legge di cui noi avevamo raccolto quel milione di firme nel 1996. Perché la legge 109 del '96, che ha permesso di fare dei passi in avanti anche se ancora piccoli, sui beni immobili, sui beni aziendali non ha sostanzialmente funzionato. E soprattutto non si è permesso ai nostri contesti di poterci mettere testa, perché si è pensato che noi ci potessimo occupare al massimo solo dei bei immobili…"

Delle terre da coltivare cioè

"Delle terre. Devo dire che anche sui beni immobili bisogna dire la verità. Che è stato solo possibile con la buona volontà costruire le cooperative, formando dei giovani per realizzare questi percorsi, per dare lavoro, perché quando non si ha il lavoro c'è la morte civile delle persone. Il lavoro ti da l'identità sociale. Ti da la libertà, la dignità. E noi abbiamo ritenuto di dovere inventarci delle cooperative, ma ce le siamo inventate! Non sono piovute dal cielo. Abbiamo creato delle condizioni con le leggi sull'agricoltura, partecipando insieme ad altri a dei bandi europei, per riuscire a realizzare dei progetti che poi abbiamo dimostrato che, se si vuole, si possono fare delle cose di grande valore sui beni confiscati allargando le opportunità di lavoro. Non dimentichiamo che le nostre sono cooperative di tipo B, cooperative che accolgono persone svantaggiate. Ci è stato possibile farlo sui beni immobili, nulla è piovuto dal cielo, abbiamo trovato gli strumenti. Sulle aziende invece il vuoto. Ora ci sono delle proposte di valore, che facevano parte di due pacchetti già con la commissione del governo Letta, ripresa dal governo Renzi, discussa in commissione, adesso è in commissione alla Camera. Noi abbiamo dato i nostri contributi che permetterebbero di sbloccare una situazione soprattutto con dei provvedimenti per non perdere per strada i lavoratori che sono dentro queste aziende. Di dare delle garanzie di sostegno perché l'azienda possa avere una continuità e l'accesso ad un fondo, c'è la delega al governo di applicare tutti i provvedimenti per far emergere il lavoro nero. C'è anche un meccanismo legislativo che è stato individuato rispetto ai fornitori, perché improvvisamente non ti forniscono più se il mafioso non vuole…. La proposta, da noi condivisa, è che non sia più il ministero degli interni ad occuparsi dei beni confiscati alla mafia, ma sia il Consiglio di Ministri, così tutti siano coinvolti, il ministero dell'agricoltura, dell'economia, e perché no anche il ministero degli interni, ma senza essere schiacciati solo in quella direzione. Potenziamento quindi degli organi e delle professionalità, è da anni che chiediamo un album per gli amministratori, perché alcune vicende recenti lo hanno dimostrato, ed erano anni che si chiedeva questo, che serve più rotazione e trasparenza…"

Don Ciotti e il regista

Don Ciotti con il regista Simone Aleandri e alcune delle protagoniste del documentario “Sono cosa nostra” all’entrata del ristorante Antica Pesa di Brooklyn

Ecco, riguardo allo scandalo a Palermo che ha coinvolto un giudice, con certi beni sequestrati alla mafia che finivano sempre alle stesse persone… Che ne pensa?

"Bisogna fare in modo che non si generalizzi, perché ci sono bravi magistrati che si occupano di questi ambiti. E' una ferita, è per me un dolore toccare con mano, se emergeranno così i percorsi della giustizia. Ma alcuni segnali sconcertanti di fatto si sono toccati, di fatto ci sono. Non è un caso che da alcuni anni chiedevamo come coordinamento delle associazioni di sbloccare il problema degli amministratori, perché anche qui ne abbiamo di onesti, molto bravi, ma anche alcuni che ricevevano dai magistrati tante realtà da seguire, e non sbloccavano velocemente le pratiche perché ogni giorno che passa ci sono più soldi per loro, più parcelle per loro, più garanzie per loro, e l'ex coordinatore dell'agenzia nazionale, il prefetto Caruso aveva denunciato tutto questo ed è stato messo da parte, è stato umiliato, e quindi il suo grido lanciato anni fa era un grido attento e puntuale. Ora di fronte a tutto questo ci sono tutte le condizioni per questi provvedimenti, se passeranno e verranno applicati, di fare un salto in avanti. Ma c'e qualche cosa che mi da un po' di sospetto, ad esempio quando sul problema degli amministratori si vuole la possibilità di recuperare Invitalia…"

Invitalia?

"Invitalia, sì, una società che… Ma perché si deve andare ad individuare un organismo che è stato già chiacchierato in passato e con forza inserire questo organismo per fare in modo che alcuni dei propri dipendenti possano diventare amministratori se il tribunale lo decide? Su questo noi non siamo d'accordo.  Ci chiediamo come mai… Bisogna forse sistemare delle persone?

Lei insomma vede manovre?

"Io sono inquieto perché su questi temi mi piacerebbe che si possa operare nella verità, nella trasparenza, nella chiarezza, e che siano i meccanismi, qualunque applicati, chiari, puliti, trasparenti. Trasparenti! Quando si comincia a vedere che si fanno delle forme di compromesso, come è stato fatto, almeno alla Camera, con divisioni, dubbi e interrogativi, e poi questa imposizione che arriva forte, beh se uno permette i mie dubbi sono più sani delle certezze. Io ho tanti tanti dubbi. Ma Don Ciotti non è nessuno. Io sono un piccolo strumento che spendo un po' della mia vita prima col mio ministero sacerdotale, da 50 anni nel gruppo Abele con i poveri, con gli ultimi, con chi fa più fatica, da venti anni anche a coordinare questo mondo di realtà diverse… Premetto che sono convinto che in politica alcuni compromessi si possano fare, ma si fanno sempre verso l'alto i veri compromessi, non verso il basso. E quando vedo questi segnali, mi chiedo che se vogliamo veramente fare la lotta alla mafia, alla violenza e alla corruzione, allora c'è bisogno di leggi che non abbiano punti, punti e virgola, due punti. Ma che siano radicali. Radicali! Perché la storia ci ha insegnato che quelle paroline che si inseriscono ogni tanto, possono cambiare il senso di tutto quanto…  "

Don Ciotti, ma che cosa è successo con Franco La Torre? Abbiamo letto che c'è stato un forte contrasto tra voi. Eppure nel documentario che abbiamo visto si vede La Torre partecipare con voi ai successi di Libera…

"Non basta avere un cognome di grande dignità e di grande rispetto. Io ho rispetto per Franco La Torre, sono stato ben lieto di averci lavorato insieme, di averlo  accolto nell'associazione. Credo che ci sia bisogno di tutti per tutti, di avere rispetto nel processo di trasformazione di una realtà come la nostra dopo venti anni, di essere capaci di sostenere le trasformazioni del cambiamento, e di essere rispettoso delle persone giovani che si sono assunte delle responsabilità. Posso garantire che Libera sta in buona salute, ma non lo dico tanto per dirlo, chiedo alla gente di venire a verificare le cose che si fanno. Di venire a verificare. Le modalità che Franco La Torre ha usato non sono condivise. Perché sono insorti tutti i familiari? Perché tutti referenti regionali e provinciali e dei presidi sono insorti dicendo: ma che cosa dici? Ma che cosa dici? E poi quando si va a dare interviste a certi organi di informazione,  mi sembra che si è prevaricato un pochettino. Mi auguro che serva anche a Franco, e lo dico con tutto rispetto e anche affetto, che se vuoi bene ad una associazione, ad una realtà, non la vai a buttare in pasto alla gente, quando io, noi, per rispetto alcune cose non andiamo a dirle. Anche sulle responsabilità che riguardano… Eh, ci saranno pure delle ragioni. Io credo che bisogna avere un senso di rispetto nel collaborare per il cambiamento. Libera in tre assemblee nazionali quest'anno ha cambiato un po' il suo regolamento. Ha inserito aspetti nuovi. Si è organizzata in modo diverso e quindi…"

Quindi lei respinge l'accusa di essere quel leader autoritario di cui ha parlato La Torre?

"E' stata una scelta dell'ufficio di presidenza. Io ho subito offerto con un sms, la possibilità di incontrare…  Ma il rapporto di fiducia è venuto meno, per alcuni fatti che La Torre conosce molto bene. Ma io ho ritenuto che si possa parlare, si possa ragionare, ci si possa confrontare, solo se c'è rispetto per la verità, solo se non si diventa nemici della verità".

Venti anni di Libera. Una storia comunque di successo. Ma cosa c'è in questa storia che lei non ripeterebbe più, quale l'errore, e cosa c'è invece che rimarrà sempre il grande successo di Libera?

"Il grande successo di Libera è il noi. Non è opera di solitari. Io ho messo parte della mia vita in gioco, continuando a vivere con i poveri e con gli ultimi del gruppo Abele, guai se mi viene meno la quotidianità e il faccia a faccia con le persone, con la loro fragilità, con occasioni di percorsi che diano loro libertà di vita.  Coordinare Libera non è semplice, non è facile, 1600 associazioni di mondi e contesti diversi, ecco perché ci vuole coraggio da parte di tutti, umiltà, voglia di lavorare insieme, meno autoreferenzialità, meno protagonismi… Sicuramente degli errori ne abbiamo fatti. Ci siamo dovuti inventare le cooperative sui beni confiscati, abbiamo dovuto inventarci delle cose…"

Avete dovuto improvvisare?

"Improvvisare, quando avvolte si deve inventare delle cose in un mondo così complesso e difficile. Perché dall'altra parte ci sono i mafiosi, ci sono i sostenitori dei mafiosi, ci sono le persone con quell'indifferenza, e ci sono segmenti della politica che non vanno alla sostanza dei problemi, ma che semplifica, che giudica, che etichetta in base ad altre ragioni, che a volte è anche complice di tutto questo… Beh, se allora sarei e saremmo più determinati, più duri e più fermi, allora forse avremmo cacciato per tempo alcune situazioni che abbiamo tollerato al nostro interno. Non bisogna dimenticarci che le mafie fanno di tutto per infiltrarsi. Nelle cooperative. Nelle associazioni. E noi dobbiamo essere molto attenti, perché loro tentano di inquinare e delegittimare. La macchina del fango è la loro strategia. Noi abbiamo risposto costituendoci parte civile in tutti i processi per non lasciar sole le vittime e per sostenere il percorso della giustizia. Più chiarezza e più determinazione anche da parte nostra.  Ma mai siamo scesi a compromessi. Mai. Ci abbiamo messo la faccia, pagando prezzi non indifferenti. Però qualche errore si è certamente fatto. Forse si sono fatte delle attività che potevamo farne meno, alcune. Perché tanti chiedono cose, chiedono interventi, ecco forse avessimo fatto meno cose in alcuni ambiti e molte di più in altri che sono quelli fondamentali, più importanti…"

Chiudiamo con la politica: lavorare nell'antimafia, lavorarci oggi, con gli attuali politici, rispetto a dieci anni fa, o anche venti anni fa. E' più facile, uguale o addirittura più difficile?

"Io ho trovato nel corso di questi venti anni, nella politica uomini e donne puliti, onesti. Alcuni molto attenti, preparati. Ma poi ho trovato anche molta ignoranza, impreparazione…"

Complicità?

"Sì. E le ho sempre denunciate. Credo che se una cosa che in coscienza non posso rimproverarmi, è di non aver mai mandato a dire delle cose, di averle chiamate per nome, di averne pagato i prezzi e le responsabilità e su questo io credo nella consapevolezza che abbiamo fatto quello che potevamo fare. Mettere insieme un mondo di tante associazioni non è facile e non esiste nulla come questo nel mondo ma dall'altra parte non verrà mai meno la denuncia seria, attenta, documentata a fianco delle proposte…"

Ma oggi nell'antimafia si lavora meglio o peggio?

"Oggi ci sono ancora dei mascalzoni che girano. Che si nascondono dietro i banchi del Parlamento. Ci sono alcuni che sono lì, o che non fanno nulla, perché non far nulla e un altro modo di essere complici. O hanno giochi e interessi e sono preoccupati di quello, o che per cercare consenso fanno altre forme di alleanze… Ma non verrà mai meno il nostro continuare a chiamare per nome. Noi siamo parte civile al processo contro il Senatore D'Alì. Ci abbiamo messo la faccia, noi siamo lì. Premetto che auguro a tutti di dimostrare la propria verità, che ognuno possa dichiararsi innocente. Però vogliamo che nessuno faccia le carte false nell'altra direzione. Credo che sia importante per noi, abbiamo bisogno di questa verità, non solo nel suo rispetto ma anche nel rispetto degli altri. Abbiamo visto che quando la commissione antimafia con voto unanime ha deliberato per i candidati alle elezioni che dovevano avere degli elementi di chiarezza e trasparenza, tutti d'accordo. Ma quando poi sono stati chiamati in causa, con nomi e cognomi, abbiamo visto tirare il fango sulla presidente della commissione antimafia (Rosy Bindi, ndr) che si era battuta perché ci fosse un sistema di codici che non vengono rispettati quando toccano gli interessi di qualcuno, e questo davanti agli occhi di tutti. Il primo vero codice è la nostra coscienza, non sono solo quelli scritti sulla carta. Ecco, vorrei che non fosse mai la magistratura a dovere richiamare quei segmenti della politica che stanno dalla parte sbagliata, invece siano le forze politiche a saper distinguere i loro membri, non solo in base ai fatti giudiziari, che certo contano, ma già con i comportamenti, le amicizie, che parlano. Allora abbiamo delle zone d'ombra nel nostro paese e le abbiamo ancora oggi, questo mi inquieta del mondo della politica. Sono pochi, ma significativi".

 

 

 

 

 

 

 

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