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Giuseppe Mattiolo e l’arte dei videogiochi

Giuseppe Mattiolo ha trasformato in mestiere la sua passione per i videogiochi, una passione che lo ha portato dall'altra parte dell'oceano e cambiato non poco la sua vita. A La VOCE racconta qual è il prezzo da pagare per chi lascia l'Italia

Una laurea in Ingegneria informatica all’Università di Catania, un dottorato in Matematica e diverse esperienze in Europa (quattro anni tra Danimarca e Inghilterra) prima di approdare a Los Angeles. È qui che oggi Giuseppe Mattiolo, siciliano di Augusta, vive e lavora come Ingegnere informatico nell’azienda di videogiochi The Workshop Entertainment. A portarlo oltreoceano è stata proprio la sua passione per i games, la matematica e l’informatica, una passione che ha ha cambiando la sua vita, facendogli vincere la sua iniziale timidezza. Oggi Giuseppe ci racconta cosa significa essere espatriati per passione e necessità, qual è il prezzo da pagare per chi lascia la nostra Itaca.

Giuseppe, come nasce un videogioco?

t1Un videogioco nasce da una idea divertente. Una meccanica nuova, un personaggio principale accattivante, una bella storia da vivere in prima persona. Questa è la parte cosiddetta del design e il design team è di solito responsabile nel decidere le regole, lo stile di gioco, il genere. Il team si occupa anche di progettare i livelli e le serie di sfide che il giocatore si troverà ad affrontare durante una partita, e di solito lavora strettamente a contatto con gli artisti: modellatori 3D, disegnatori, lighting artists, texture artists, animatori. Dalla loro collaborazione nasce lo stile artistico e il carattere ludico del videogioco. Si può scegliere di realizzare un gioco dove la grafica e il modo in cui gli oggetti si muovono è realistico o si può andare anche verso l’altro estremo. La cosa bella è che non ci sono davvero limiti a quello che si può realizzare. Gli unici vincoli sono le capacità tecniche dell’hardware che si ha a disposizione. Ed è qui che entra in gioco l’ingegneria: dietro una bella immagine generata al computer ci sono strutture, dati, algoritmi e modelli matematici tesi a imitare fenomeni naturali, come l’interazione tra i diversi materiali e le sorgenti luminose, le forze e i momenti che muovono gli oggetti nel mondo virtuale che si sta realizzando. Tutte idee che devono essere tradotte in un linguaggio di programmazione perché possano essere eseguite da un computer.

L’industria dei giochi in Italia sta crescendo sia in termini di consumi che di produzione. Quali le differenze rispetto agli Stati Uniti?

Da un recente comunicato dell’Associazione Editori Sviluppatori Videogiochi Italiani (AESVI), alla fine del 2014 il mercato dei videogiochi in Italia finiva con un bilancio di circa 900 milioni di euro di fatturato. A maggio 2015 il trend positivo si assestava sul +3.8%. Anche la demografia dei consumatori è cambiata. Molte più donne e adulti giocano ai videogiochi: la fascia di età con più videogiocatori è quella tra i 35 e i 44 anni, seguita da quella degli ultra 45enni e poi dalla fascia tra i 25 e 34 anni. Negli Stati Uniti, nel 2012 l’industria dell’intrattenimento aggiungeva 6,2 miliardi di dollari al PIL statunitense contando circa 150.000 persone impiegate nel settore. Il 42% degli americani gioca ai video giochi almeno 3 ore a settimana ed ha un’età media di 35 anni. Il 30% dei giocatori è tra i 18 e i 35 anni.

Quanto è diverso, nel tuo campo, il mondo del lavoro americano da quello italiano?

t2Non ho mai lavorato nel mio settore in Italia, ma posso dire che chi cerca lavoro negli Stati Uniti deve tenere presente alcune cose. Anzitutto l’America non è interessata a una immigrazione umanitaria, almeno non tanto quanto accade in Europa. L’immigrante/lavoratore ideale ha un livello di istruzione elevato, ha qualifiche professionali ed è benestante. Se non si possiedono specializzazioni, titoli accademici o skills speciali, immigrare negli Stati Uniti può rivelarsi complesso. Complicato è anche il discorso del Visto di lavoro: la maggior parte dei contratti di lavoro, specie nel mio settore, sono “at will”, un contratto cioè che può essere rescisso da ambo le parti in qualunque momento e senza alcun preavviso. Ogni azienda americana guarda al proprio impiegato come una risorsa che se non è redditizia o si dimostra una perdita va rimossa perché non necessaria o addirittura nociva. Allo stesso tempo molti lavoratori considerano la propria azienda corrente come una stazione nella propria carriera professionale e sono pronti a saltare sul prossimo treno se necessario o più conveniente. La “leggerezza” del contratto di lavoro è forse uno dei motori della dinamicità economica degli USA. La sicurezza sul lavoro e il mito del posto fisso così tanto idealizzato nel nostro paese è considerata roba vecchia negli USA. In America, i giorni di ferie l’anno sono limitati in numero rispetto all’Europa e lo straordinario spesso non è ricompensato. I contratti di lavoro solitamente includono l’assicurazione sanitaria, quella dentistica, contributi pensionistici più o meno generosi, abbonamento a palestre, rimborsi su libri e media, shares dell’azienda.

Hai trascorso parecchio tempo all’estero. Cosa raccomanderesti a chi decide di abbandonare il proprio paese per trovare fortuna fuori?

t3Penso che se hai già cominciato a pensare seriamente di lasciare il nido per volare verso nuovi lidi, probabilmente non sei molto lontano dal farlo. Posso dire una cosa per certo. Occorre essere consapevoli che tempi difficili ti aspettano. Ma incredibilmente esaltanti allo stesso tempo. Io ho cominciato a vivere all’estero un po’ tardi, quando sono andato per studiare grafica e realtà virtuale in Danimarca per circa 8 mesi. Vengo da un paesino siciliano dove ho trascorso gran parte dei miei anni giovanili studiando, guardando film e giocando ai videogiochi ovviamente. Andare all’estero ha cambiato tutto drasticamente. È un po’ come nascere di nuovo. In un certo senso si ha la possibilità di scegliere cosa si vuole essere e ricominciare da capo. Ho cominciato a rompere il guscio di timidezza che mi aveva sempre contraddistinto per necessità. Non avevo più i miei genitori e amici pronti ad aiutarmi o a tenermi compagnia nei momenti di bisogno. Dovevo trovarne di nuovi, dovevo rendere quel posto la mia nuova casa per un tempo più o meno determinato. All’inizio si è molto soli. E questo non deve fare paura perché col tempo si conosceranno nuove persone e si costruirà un piccolo gruppo di amicizie. Credi sempre alle tue intuizioni e istinti quando hai deciso di lasciare tutto. Ci si abitua al nuovo posto, alla lingua, anche se la si parla pochissimo all’inizio, ai nuovi costumi e modi di fare. Un’esperienza sicuramente affascinante è avere relazioni sentimentali non nella propria lingua madre, corteggiare o persino litigare con il proprio partner in una lingua straniera è una sfida davvero nuova e incredibile. Vivendo fuori si scopre di avere abilità che non si immaginavano nemmeno prima e in fondo è proprio quando si è in una situazione difficile, di “pericolo”, di disconfort che si trovano nuove risorse per andare avanti. È quasi un istinto di sopravvivenza. Il prezzo che si paga quando si lascia la propria casa è che la si perde, ma in cambio se ne crea una nuova.

Che consigli daresti a chi volesse intraprendere la tua stessa strada?

Dipende molto da quale settore interessa e cosa piace fare. Se si è interessati al lato del design consiglio vivamente di unirsi a una delle tante mod community su internet che di solito si divertono a creare nuovi livelli per giochi già esistenti. Spesso gli sviluppatori mettono a disposizione l’editor che è stato usato per creare missioni e livelli per il gioco principale così gli appassionati possono creare nuovo content e scelte di gameplay e design. Esistono anche competizioni e spesso molte software house nascono proprio così, da gruppi di modders online che diventano famosi e decidono di creare i loro meccanismi di giochi anziché creare nuovi contenuti per giochi già esistenti. Se si è più interessati al lato artistico occorre davvero tanta passione per il disegno e la modellazione digitale, l’animazione. Il lato tecnico richiede certamente grande interesse per la tecnologia, per la programmazione, l’informatica e la matematica. Direi che tanta pazienza, tenacia e passione per risolvere problemi sono un must. Diverse nozioni e familiarità sono ovviamente richieste a seconda che si lavori nella grafica, nell’intelligenza artificiale, nei tool di sviluppo, nel suono, nell’animazione, nella simulazione fisica, nel network. Ottime basi matematiche pazienza e tanta voglia di imparare sono l’elsa, il filo e la punta della spada di colui che sviluppa videogiochi.

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