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Michele Palazzo: quando uno scatto può cambiarti la vita

Intervista al fotografo-architetto la cui foto ha fatto il giro del mondo

Foto: Michele Palazzo

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Quella colta da Michele Palazzo è una New York sospesa, quasi inafferrabile, a tratti surreale, durante la tempesta di neve Jonas: la fotografia è uno scatto di pancia, dettato dall’emozione del momento, che però in poche ore diventa virale e fa il giro del mondo

Uno scatto che in qualche modo gli ha cambiato la vita. È sua la foto che tutti i giornali hanno ripreso, stampato, pubblicato. Quella in cui New York si sveglia, una mattina di fine gennaio, al centro dell’annunciata tempesta di neve Jonas. Michele Palazzo esce di casa presto, con l’obiettivo di fotografare la città innevata. Si ferma davanti al Flatiron Building e coglie la Grande Mela in un attimo sospeso, quasi inafferrabile, a tratti surreale. Una New York ferma nel tempo che assomiglia a un quadro impressionista.

Per Michele, ravennate e bolognese di adozione, laurea in architettura a Venezia, è stato uno scatto di pancia, dettato dall’emozione del momento. Non pensava però che sarebbe diventato virale. La foto fa il giro del mondo in pochissime ore.

La fotografia è sempre stata la sua passione anche se ha deciso di fare il digital designer di professione. Ama la street photography e l’umanità di New York, città dove vive dal 2010. Dopo la Grande Mela, la città che gli ha dato molte emozioni fotografandola è stata Barcellona.

Michele, ti aspettavi il successo virale e globale della tua foto?

“Non mi aspettavo assolutamente questo successo. Ho scattato la foto la mattina presto quando New York era al centro della famosa tempesta di neve Jonas. Il mio obiettivo era fotografare le persone. Ho cominciato a fotografare in mezzo alla tempesta e poi sono tornato a casa a scaricare le foto”.

Quando hai capito che quella foto non era una foto come le altre e che aveva già fatto il giro del mondo?

“Sono stati i miei amici a farmi notare della bellezza della foto. Mi hanno suggerito di condividerla nei social. La foto a me sembrava bella, ma non volevo pubblicarla troppo perché non c’erano persone. Non ho dato molto importanza a quello scatto. Dal momento in cui l’ho condivisa su Instagram e Eyeem è diventata virale. Ho capito che era qualcosa di più di una semplice foto quando un famoso blog di arte mi ha chiesto di pubblicarla e di intervistarmi. Da quel momento in poi lo hanno fatto le più importanti testate, dal Telegraph al The Guardian e altri online magazines in Europa e USA. Per due settimane il mio telefono non ha smesso di squillare. Ancora oggi ricevo richieste di pubblicazione”.

Ti sei mai chiesto se quella foto avrebbe avuto lo stesso successo se fosse stata scattata in un’altra città diversa da New York e meno mediatica?

“Credo proprio di no. Quella foto ha avuto molto successo anche perché ha ripreso un’icona storica di New York, il Flatiron Building e perché la Grande Mela è sempre al centro della notizia”.

Cosa ha colpito di più della tua foto?

“Il fatto che evoca un’immagine sospesa nel tempo, quasi rarefatta, impercettibile. È una New York diversa dalla città che siamo abituati a vedere quotidianamente. Una città che non vedi mai ogni giorno”.

C’è anche una storia interessante legata alla foto…

Michele Palazzo

Il fotografo-architetto Michele Palazzo

“A tre giorni dallo scatto sono tornato al Flatiron, alla galleria d’arte che si trova proprio sulla punta, la Cheryl McGinnis Gallery. È uno spazio tutto vetrate, sembra un’acquario, è un posto bellissimo. Il locale è della Sprint, una importantissima compagnia telefonica americana che lo aveva concesso gratuitamente alla galleria. Ora però Sprint vuole indietro lo spazio per farne, credo, una vetrina per cellulari. Con la gallerista avevamo pensato a una possibile soluzione per salvare la galleria, ma non è andata in porto. La Sprint mi aveva contattato per chiedere di utilizzare la mia foto, ho rifiutato perché non voglio usarla a scopo commerciale. Però gli ho fatto una controproposta, loro avrebbero dovuto lasciare lo spazio alla galleria e io, usando come veicolo la mia foto, avrei raccontato ai giornali la storia di Sprint e del suo amore per l’arte. Loro ci avrebbero guadagnato dal punto di vista dell’immagine, io anche e la galleria sarebbe rimasta aperta. Ma non hanno capito il potenziale della notizia”.

Questa foto ha cambiato la tua vita professionale?

“Io mi sento fotografo sin da bambino. La fotografia ha sempre fatto parte della mia vita, ma per me rimane una forma di arte e di espressione personale. Dopo questa foto sono nate nuove collaborazioni con una galleria d’arte e ben vengano pubblicazioni future. Non voglio però fare il fotografo professionista perché la fotografia di oggi è troppo commerciale e mainstream. Sono un’architetto di formazione e mi occupo di design digitale come professione. Oggi tutti si improvvisano e fanno i fotografi. Tutti hanno una macchina fotografica o un telefonino con cui scattare foto. Non che sia una cosa sbagliata, ma distinguersi è molto difficile ed è una professione che ha perso il suo allure”.

New York è una delle città più fotografate al mondo, forse la più fotografata. Per uscire fuori dalla solita fotografia iconica della città, tu quale aspetto prediligi per i tuoi scatti?

“Io amo la street photography e preferisco sempre fotografare le persone. Non sono particolarmente interessato alle foto di architetture, le trovo fredde. Cerco momenti particolari: un tramonto, una tempesta, una giornata di pioggia. Nelle mie foto New York è sempre parte del background, ma la sua umanità, è quella che mi interessa di più”.

A quale parte della città sei più affezionato fotograficamente?

“Downtown, ma anche Brooklyn e le zone periferiche”.

Quando una foto diventa una foto unica?

È una sensazione molto di pancia. I dettagli, la composizione, per me che faccio le foto, contano, ma ci deve essere qualcosa di più. È la storia che riesci a raccontare che fa la differenza. Amo molto la fotografia calda che riesce a cogliere momenti che spesso non riusciamo a vedere”.

E quali sono gli scatti di altri fotografi che ti sarebbe piaciuto realizzare?

“Vivian Mayer, ma anche Stanley Kubrick secondo me era un grandissimo fotografo. Steve Mc Curry e tra gli italiani Fontana e Ghirri. Non sono uno che ha la cultura fotografica da museo, sono più un fotografo di strada”.

Sei arrivato a New York per caso o con un obiettivo?

“Per caso. Mi sono preso una pausa dal lavoro per imparare l’inglese. Non sono uno che è scappato dal proprio paese dove tra l’altro avevo un ottimo lavoro. Al ritorno, Bologna era per me diversa. Mi avevano fatto una nuova e ottima offerta di lavoro, ma io ho deciso di lasciare tutto e ritornare a New York. Qui sono partito da zero e questo è stato uno stimolo fortissimo per migliorarmi e crescere”.

Subisci ancora lo stesso fascino della Grande Mela?

“Sono un po’ meno innamorato di questa città, ma qua mi sento a casa. La trovo unica anche se non escludo di ritornare in Europa tra 4/5 anni”.

Nella tua Bologna?

“Forse Londra o anche Milano che fino ad ora avevo snobbato, ma che credo stia vivendo un bel periodo”.

Dopo New York, quale altra città ti ha dato le stesse emozioni nel fotografarla?

“Barcellona, dove ho vissuto per un anno. Una città che amo e che trovo stupenda”.

La fotografia è più potente della scrittura, secondo te?

“Ci sono autori che riescono a creare immagini con le parole. Sono due cose diverse, ma di certo la foto arriva prima, è più diretta”.

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