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Tre morti siciliane “non conformi”: senza “mano mafiosa” restano da ricordare

Rocco Greco, Pino Caruso, Sebastiano Tusa: storie diverse, ma accomunate da una vita "difforme" da ogni canone “politico-narrativo” a rime obbligate

Sebastiano Tusa, Rocco Greco, Pino Caruso.

La “conformità” della morte vale esclusivamente come canone narrativo solo quando serve, ed è funzionale, ad un ordine politico. Un ordine politico che ha istituito un’eco retorica, sorta di bolla, entro cui costringe una più ampia realtà, una più varia complessità, che stanno prima ed oltre quel canone

Si potrebbero definire “morti non conformi”. Assumendo la morte come canone narrativo, la “morte conforme” di un siciliano, noto o ignoto che sia, quale momento di conoscenza aperto ad un interesse comune, è la morte “per mano mafiosa”. Senza “la mano mafiosa”, l’interesse per la morte non c’è; e se c’è, presto scema nell’indistinto della cronaca seriale.

Nel giro di pochi giorni, tre uomini siciliani sono morti di “morte non conforme”: Rocco Greco, Pino Caruso, Sebastiano Tusa.

La “conformità” della morte vale esclusivamente come canone narrativo solo quando serve, ed è funzionale, ad un ordine politico. Un ordine politico che ha istituito un’eco retorica, sorta di bolla, entro cui costringe una più ampia realtà, una più varia complessità, che stanno prima ed oltre quel canone.

La morte, infatti, non è “conforme”; la morte è libera da forme, come la vita su cui si innesta.

Guardiamo, allora, alla vita di questi tre uomini, pur diversi l’uno dall’altro (probabilmente nessuno conobbe l’altro, se non per la indiretta conoscenza che può essere discesa dalla maggior fama di uno di essi), che qui tuttavia appaiono accomunati: proprio perché la loro vita ci si presenta “difforme” da ogni canone “politico-narrativo” a rime obbligate.

Ed ecco il fiducioso uomo d’opera, l’imprenditore, cittadino italiano in Sicilia, di fronte alla “Legge”, alle seduzioni sue e dei suoi camaleontici sacerdoti; scoperto l’inganno, subìta la solitudine, si leva a sconfessare la vile “conformità” di inviti, quasi pretese, ad una falsa emancipazione. Si rende esso stesso umana, irriducibile “difformità”; e, parificando la morte “per mano mafiosa” alla morte “per mano antimafiosa”, scaglia, con la terribile fermezza di un novello Jan Palach, il suo “ingiusto fece me contra me giusto”.

Ecco il garbo di una misura artistica che sorride e fa sorridere, dove il sorriso pareva scandalo. E come si fa a sorridere “in terra di mafia”? E una maniera sapiente, che sapeva offrire certi accenti, certi toni, il gioco di una parola sapida e nutrita delle sue proprie latitudini, ad una platea vasta, in Italia e altrove: sorprendendola mentre la incuriosiva: vivificando quegli accenti, quei toni, quella parola già logorati da un canovaccio tutto padri, padrini e Hollywood, per cavarne una luminosità di paradosso, una verità lietamente pensosa di visioni universali e profonde: “Creare il mondo in sei giorni, ma che poteva venire? Una cosa arrangiata”.

Ecco lo studioso appassionato, devoto alla conoscenza attraverso il passato: i suoi segni, le sue tracce plastiche e visibili, cercate e scoperte nello spazio di una regione “tradotta” in dimensione familiare e affratellante, cifra di una tradizione che dal  padre Vincenzo si trasmette al figlio Andrea. Arché: “Antico”; ma, in effetti: “Origine”, “Principio”. “Dietro ogni cosa c’è un’arché, un principio, che fonda la realtà e che occorre investigare con perizia”, diceva Tusa.  Un lungo e grande passato, di uno spazio umano, di una comunità ricca e complessa, affatto remoto dagli stilemi di quella retorica, che ad ogni via vorrebbe una lapide funeraria, ad ogni sito ricondurre un’efferatezza, e da questo lugubre esercizio di rimandi e citazioni “conformi”, trarre un lustro opaco per sè, ragioni per un’angustia che si vorrebbe monocorde e irrevocabile.

Questa attitudine libera spiega perché uno stesso artista abbia potuto incarnare il carabiniere-zio, il carabiniere-nonno, munendone la figura di un’idea di Giustizia certa e riconoscibile come il volto di un uomo, mentre scriveva aforismi come questo: “Nella vita chi sbaglia paga; a meno che non sia un magistrato”, istruito nel dolore dall’amicizia-testimonianza verso Enzo Tortora.

Spiega perché un illustre docente si sia speso nella responsabilità politica diretta, materiando di scelte antiretoriche la sua azione amministrativa: “Meglio musei puliti e funzionanti che grandi mostre“; spiega perché un’invenzione come “La Soprintendenza del Mare”, un’ovvietà, sembrerebbe, per un’isola, si possa animare di una forza spiazzante grazie al concetto di “corruzione positiva”: “la facilità delle relazioni attraverso il mare, che connette e non divide, provoca contaminazioni, altrimenti definibili “corruzioni” in senso positivo”. Quale maggiore autonomia culturale, che trarre da una parola sinistramente liturgica, bassamente ostile, un invito così alto e “difforme”?

E spiega perché la libertà di quell’attitudine sia d’ostacolo, e duramente invisa, ai cultori della tenebra, dell’Emergenza intramontabile: ai merciai della Sicilia “conforme” e al loro cupo codazzo politicante.

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