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Matteo Troncone, il regista italo-americano “illuminato sulla via della pizza”

Intervista al regista impegnato a promuovere negli States il suo film "Arrangiarsi, pizza and the art of living"

Matteo Troncone.

"Tutto nasce davanti ad una pizza, la prima volta che ho visitato Napoli. In quel momento nasce l’esigenza di raccontare un modo di vivere, una città, intrecciandolo con le mie esperienze di vita e la cultura di appartenenza. La pizza è solo una metafora e uno strumento per iniziare una riflessione sulla vita, sul modo di vivere degli italiani e sulle scelte che ognuno di noi fa".

Illuminato sulla via della pizza, il regista italo-americano Matteo Troncone, è in giro da una costa all’altra degli Stati Uniti  per continuare a promuovere Arrangiarsi, pizza and the art of living, il suo primo film che ha debuttato lo scorso anno dopo dieci anni di gestazione.

“Arrangiarsi ( pizza…and the art of living)” Trailer from matteo troncone on Vimeo.

Tutto ha inizio in California, a Mill Valley, dove Matteo si è trasferito dopo aver vissuto prima in Pennsylvania e poi a New York. Cresciuto in una famiglia di origine italiana (i nonni paterni erano campani mentre quelli materni di Pordenone), Matteo studia teatro alla San Francisco State University e ottiene un   master al Old Globe Theater di San Diego.

Una carriera da attore e da assistente fotografo, ma anche di insegnante di yoga e giardiniere, Matteo decide di virare verso nuove direzioni quando per la prima volta visita Napoli alla ricerca delle sue radici.

Mentre la sua vita in California stava andando a rotoli, riceve, dice lui, una sorta di chiamata che poi si concretizza nella realizzazione di questo film.

Sono dieci le volte in cui Matteo fa la spola tra la California e  Napoli, parla con la sua gente, vive in tenda al Vomero, mangia 400 pizze. E prima di arrivare alla post produzione del film e al montaggio finale, si imbatte in una serie di rocambolesche avventure: rimane più volte senza soldi, la sua telecamera si rompe, taglia i rapporti con la sua famiglia, la sua fidanzata lo molla, vive in un furgoncino per cinque anni in California, ha rischiato di essere messo sotto da una macchina, ha perso conoscenza durante una camminata in bici.

Realizzato con una telecamera da 700 dollari e 25 mila dollari raccolti con un crowdfunding, Matteo non fa un film sull’arte culinaria a Napoli per eccellenza ma sulla pizza come metafora di vita. Arrangiarsi è un film che si snoda tra la natura del documentario, quella del travelogue e del monologo,  ma sopratutto si compie nell’atto di essere racconto sulla città e dalla città.

Esce fuori uno spaccato di vita e di realtà pura, una Napoli che oltreoceano non sono abituati a vedere, lontana dagli stereotipi propinati. Un inno alla vitalità della città che vuole insegnare, con la sua naturale passione, l’arte di arrangiarsi che si fa arte di vita nella misura in cui si riesce a trovare una soluzione nelle difficoltà.

Matteo ci racconta in questa intervista il messaggio e la lezione che questo film gli ha insegnato e che non è ancora finita.

Arrangiarsi è quasi un film in fieri che si sviluppa seguendo l’onda emotiva delle tue vicissitudini, senza una trama prestabilita.

“Tutto nasce davanti ad una pizza, la prima volta che ho visitato Napoli. In quel momento nasce l’esigenza di raccontare un modo di vivere, una città, intrecciandolo con le mie esperienze di vita e la cultura di appartenenza. La pizza è solo una metafora e uno strumento per iniziare una riflessione sulla vita, sul modo di vivere degli italiani e sulle scelte che ognuno di noi fa”.

Andiamo per ordine. Cominciamo dalla pizza come metafora di vita che esprime al meglio l’arte di arrangiarsi.

“Si tratta di una pietanza che nasce dallo spirito di arrangiarsi nelle difficoltà, storicamente legato ad un periodo di povertà. Pochi ingredienti, acqua e farina, molta arte, cuore e passione. Ingegno e creatività. Il messaggo sta proprio lì: trovare una soluzione nelle difficoltà, non piangersi addosso. Di fronte alle avversità ci sono due vie di uscita: quella di cadere nel facile vittimismo o di trovare una soluzione ingegnosa”.

E poi c’è Napoli, città che tu racconti con i colori e le parole dei suoi abitanti, con testimonianze importanti. Non sei stato tentato dal facile stereotipo?

“Assolutamente no. Napoli è una città incredibile, un set naturale per il cinema, il teatro. La cosa più soprendente è la bellezza della sua gente, l’umanità calorosa e intensa. Napoli merita di essere raccontata per la sua storia, la sua cultura, le sue tradizioni e non per i soliti stereotipi. È una città difficile, non si possono negare certe dinamiche ma la sua bellezza e la sua vivacità prendono il sopravvento”.

Alle tue vicende personali, si uniscono i racconti dei tuoi protagonisti, quelli che hai deciso di interpellare nel documentario. Dall’artista di strada Peppe Martinelli, ai pizzaioli come Starita a Pino Aprile. Tutti raccontano Napoli come metafora di vita.

“Le loro riflessioni sono state per me lezioni di vita. Il messaggio, fatto mio, è quello di essere autentici, di seguire una passione, di non arrendersi nelle difficoltà ma di trovare una via di uscita che supporti la nostra identità e la missione per cui siamo in questo mondo. È stata una mia cara amica di Trieste, vedendo il film prima del montaggio finale, a dirmi che questo non era un film sulla pizza ma sulla vita”.

Come è cambiata la tua vita dopo il film?

“Mi sono sentito un uomo libero di esprimermi, di essere quello che sono, di portare avanti i miei desideri. Ho imparato a sentirmi dentro prima che pensare. Tutto comincia dal sentire quella voce in noi che ti dice di andare avanti, di non rinunciare”.

Hai detto che i tuoi genitori hanno deciso, a un certo punto, di tagliare i ponti con te. Accade però una sorta di riconciliazione con le tue radici e con loro.

“Sono cresciuto in una famiglia di italo-americani e l’italianità era parte dei nostri riti legati al cibo. Mio padre, che era un militare, era molto orgoglioso delle sue radici e sono sicuro che se avesse visto il film sarebbe stato molto più orgoglioso. Mia madre, prima di morire disse che era orgogliosa del fatto che suo figlio vivesse in un furgone in California. E capisci che il cerchio si chiude: ritrovi le tue radici e i tuoi genitori ritrovano te”.

C’è stato un momento in cui hai penato di mollare tutto?

“In alcune situazioni sarebbe stato facile e forse scontato. Ma ecco la lezione che ho imparato: sono le avversità che ci spingono a non mollare e ad andare avanti trovando soluzioni. Se se segue questo spirito, l’universo ci assiste”.

Cosa ci sarà dopo Arrangiarsi?

“Non lo so ancora. Per me questo film è come una piccola creatura da custodire, accompagnare. Sento che ha ancora bisogno di me. Mi piacerebbe farlo entrare nel circuito dei grandi festival del cinema e proiettarlo a Napoli, come regalo alla città”.

Alla fine quante pizze hai mangiato?

“Quattrocento. Tutte buonissime. La mia preferita? La marinara”.

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