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Se innovazione e ottimismo si incontrano: Massimo Lapucci e le OGR torinesi

I suoi progetti, con Torino come punto di partenza, prevedono grandi e proficue sinergie tra le due sponde dell’Atlantico

Massimo Lapucci

OGR sta per Officine Grandi Riparazioni. Enorme e maestoso impianto industriale di 20mila metri quadri nel centro del capoluogo piemontese, per circa un secolo da fine Ottocento ai primi anni Novanta del Novecento le Officine sono state quelle che oggi si chiamerebbe un polo d’eccellenza. Nel 2016, grazie a un investimento di 100 milioni di euro da parte della Fondazione Cassa di Risparmio di Torino, le Officine rinascono a nuova vita. Non più macchinari industriali, dimenticate le locomotive, oggi le OGR sono tornate a essere un polo d’eccellenza.

Poi, per fortuna, ci sono gli inguaribili ottimisti. Quelli che vanno controcorrente rispetto alla generale e sottile depressione che sembra voler lentamente pervadere non solo l’Italia ma un po’ tutto il mondo occidentale. A dire ciò, a parlare di crisi di valori e declino inarrestabile, sono sociologi e politologi, fiancheggiati da uffici statistici e dai demografi che prevedono natalità sotto zero e culle sempre più vuote: i giornalisti si limitano a intervistare e registrare, per conferma. Ma i giornalisti ogni tanto e per fortuna si imbattono in qualche ottimista. 

Un ottimista come Massimo Lapucci, per esempio. I cui progetti, con Torino come punto di partenza, prevedono grandi e proficue sinergie tra le due sponde dell’Atlantico: tra l’Europa – non solo l’Italia quindi – e l’America.

Laurea in Economia e Commercio alla Sapienza di Roma: 110 e lode, ovviamente. Perfezionamenti alla London Business School e alla Yale University. Inizio carriera alla Ernst&Young per poi passare, tra le tappe più importanti, a dirigere la pianificazione strategica delle Ferrovie dello Stato e approdare infine nell’universo della Fondazione Cassa di Risparmio di Torino (CRT). Ed è da qui che Lapucci inizia a dividersi ma anche a concentrarsi su due grosse aree lavorative, apparentemente scollegate fra loro: la filantropia e le OGR. Se l’ambito di intervento della prima area è chiara, anche se come vedremo è vasta e complessa, la seconda necessita subito di una spiegazione.

OGR sta per Officine Grandi Riparazioni. Enorme e maestoso impianto industriale di 20mila metri quadri nel centro del capoluogo piemontese, per circa un secolo da fine Ottocento ai primi anni Novanta del Novecento le Officine sono state quelle che oggi si chiamerebbe un polo d’eccellenza. Specializzazione: manutenzione di ogni genere di materiale ferroviario. I pesanti bombardamenti della seconda guerra mondiale avrebbero potuto segnarne la fine. Invece le Officine rinascono. È soltanto sul finire degli anni Novanta che devono arrendersi: l’era dei grandi impianti industriali è conclusa. Battenti serrati, le Officine rischiano di aggiungersi alla triste e crescente lista delle mega strutture simbolo di una stagione operosa e operaia ormai finita. Sembrano inevitabilmente destinate al degrado e alla fatiscenza. Si studiano progetti per la loro demolizione: a quella vastissima area nel cuore della città guarda con interesse la speculazione immobiliare. Invece…

Invece nel 2016, grazie a un investimento di 100 milioni di euro da parte della Fondazione Cassa di Risparmio di Torino, le Officine rinascono a nuova vita. Non più macchinari industriali, dimenticate le locomotive, oggi le OGR sono tornate a essere un polo d’eccellenza. Ma in un campo completamente nuovo, all’apparenza più immateriale ma di sicuro in linea con i tempi. Tre, per la precisione, sono gli ambiti di intervento: cultura contemporanea, innovazione e accelerazione d’impresa. Ovvero: spazi per mostre, molto grandi ma anche modulabili e flessibili. Ma spazio anche alla progettualità, alla inventiva delle start up. «Già oggi – dice Lapucci – abbiamo 500 postazioni disponibili nel nostro spazio Tech e abbiamo ricevuto richieste da 1.000 team, per cui procederemo con una selezione». Il risultato che è che OGR Tech, l’innovation hub delle OGR appena inaugurato a giugno, è già con i suoi 12mila metri quadrati tra i più grandi d’Europa. La Fondazione CRT ci crede e investe: 50 milioni di euro. Gli obiettivi sono ambiziosi. «Vogliamo contribuire alla crescita dell’ecosistema tech italiano facendolo entrare a pieno titolo in ambito internazionale» sostiene Lapucci. «Nei prossimi venti anni puntiamo a catalizzare oltre mezzo miliardo di euro di investimenti e arrivare sul serio ad accelerare entro il 2040 quelle oltre mille startup che stanno premendo alle nostre porte. Non siamo visionari: queste previsioni le abbiamo fatte come conseguenza di uno studio condotto con la Bain & Company». Si parte anche creando centri di ricerca sui cosiddetti smart data, con realtà d’eccellenza come il Politecnico di Torino e la ISI Foundation l’Istituto per l’Interscambio scientifico nato a Torino nel 1983, che proprio in OGR avvierà il primo centro sui Big Data per il settore non-profit con l’intenzione di mettere a punto nuovi indicatori per la valutazione dell’impatto sociale in ambito filantropico.

Sì, tutto molto bello e promettente. Ma Torino non è forse in crisi? Dopo il boom delle ormai lontane Olimpiadi invernali del 2006, il rilancio imprenditoriale, la prima metropolitana senza conducente avviata in Italia, il grande risveglio culturale, oggi il vento è girato di 180 gradi, i segnali sono scoraggianti. La FIAT se ne è andata. Lo storico Salone dell’automobile è stato appena scippato da Milano. Le Olimpiadi invernali del 2026, pure. E sono stati respinti i goffi tentativi dell’attuale amministrazione a trazione grillina per chiedere in ritardo (mendicare?) una piccola partecipazione. Gli amici torinesi, sconsolati, raccontano di negozi eleganti in pieno centro che chiudono a raffica. La Torino ruggente e vivace di pochi anni fa oggi sembra un ricordo.

Lapucci non si scompone. La prende alla lontana ma risponde. «La nostra missione è quella di costruire ponti con le istituzioni e le eccellenze a livello globale. Oggi, nell’era della globalizzazione e della glocalizzazione, le soluzioni innovative annullano i confini; o meglio: estendono i confini d’azione, collegando Torino con tutto il mondo». Insomma, traducendo: se a livello locale la città con l’attuale amministrazione non se la passa indubbiamente bene, il rilancio può passare proprio attraverso soluzioni come quelle proposte dalle OGR: «Un luogo di sperimentazione sicuramente inserito nel tessuto di una città ma aperto al mondo, un posto in continua evoluzione dove le eccellenze e i talenti si uniscono in nuove idee e progetti».

Per arrivarci, è comunque necessario unire le forze. Così OGR Tech sigilla una importante alleanza tra le due principali Fondazioni bancarie torinesi: CRT e Compagnia San Paolo. E nell’accordo entra un terzo attore di rilievo: l’Innovation Center di Intesa San Paolo, ovvero la più grande banca italiana. Ancora Lapucci: «Per noi significa poter dimostrare e confermare che realtà anche nell’ambito della filantropia possono unirsi a corporate nazionali e internazionali per avviare progetti innovativi. Senza avere, almeno all’inizio, aspettative di ritorno, se non in termini di sviluppo e di eccellenza. E questo porta benefici all’indotto e alla comunità locale». Letta così, potrebbe davvero essere un possibile e bel salvagente per una giunta municipale seriamente in difficoltà e in calo di popolarità.

Ma le sinergie non possono essere soltanto provincialmente locali, pena l’irrilevanza. Ed ecco che entrano in ballo gli americani. «Sì: tramite Fondazione Sviluppo e Crescita della CRT abbiamo consolidato un legame con l’ambasciata degli Stati Uniti in Italia e il Dipartimento di Stato di Washington. Le OGR – annuncia Lapucci – saranno la “casa” di BEST, Business Exchange and Student Training, il programma bilaterale Italia-Usa. In linea di massima il progetto prevede che, dopo un periodo di formazione e traininig di sei mesi nella Silicon Valley, i giovani talenti possano usare le OGR per la creazione di startup in Italia nel campo dell’high tech». Coinvolta è anche Invitalia, l’agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo d’impresa. E, contando pure sulla preziosa collaborazione e la lunga esperienza della Fulbright Commission, il programma consentirà ai giovani di frequentare corsi di Open Innovation presso la Startup School di Mind the Bridge di San Francisco. E poi c’è da collaborare ed entrare in Techstars, uno dei più grandi “acceleratori” americani di start up. «Con loro lanceremo, a fine estate, un bando per startup che si occupano di smart mobility».

Nello sguardo del giornalista forse Lapucci vede passare un lampo di scetticismo («Un altro grande progetto sulla carta, tanti bei nomi ma poi…?»). «Tranquillo. Abbiamo già nel cassetto una serie di successi. Dall’esperienza di BEST sono nate tante aziende che stanno andando bene, startup ad alto contenuto tecnologico nei campi dell’energia, della farmaceutica, della meccatronica ovvero della interazione tra meccanica, elettronica e informatica, della robotica, del MED-Tech cioè l’applicazione delle tecnologie d’avanguardia in campo sanitario. Vuole qualche nome? Bioecopest, D-Orbit, Cellek Bioetek AG, Smania…». 

Ma il poliedrico Massimo Lapucci è anche, tra le tante cose, Presidente dell’EFC, l’European Foundation Centre. Nato nel 1989 a Bruxelles con l’obiettivo di rafforzare il ruolo della filantropia nella società, il centro riunisce 300 organizzazioni europee e statunitensi che, complessivamente, gestiscono patrimoni per oltre 200 miliardi di euro e erogano risorse per oltre 22 miliardi all’anno. La filantropia, però, non è a sua volta in crisi, un po’ come Torino? Non è sotto attacco, come lo sono tutte le organizzazioni umanitarie e le associazioni solidaristiche che, in questa stagione di egoistici sovranismi e nostalgici e antistorici populismi, sono sotto il mirino di governi e politici poco lungimiranti, politici incapaci di capire che cooperazione e solidarietà sono strumenti di politica estera decisamente più efficaci dell’innalzamento di muri e respingimenti alle frontiere?

Sembrerebbe di no. «La filantropia – dice convinto Lapucci – resta un grande distributore di ricchezze che altrimenti non arriverebbero alle persone maggiormente in difficoltà. La filantropia potrà dover fare i conti con i nuovi complessi equilibri geopolitici, ma non è in crisi». In effetti sembrerebbero dirlo anche i numeri. Cominciamo con quelli che riguardano l’Italia, perché riservano sorprese. Nell’EFC l’Italia è presente con ben 36 organizzazioni, di cui 24 Fondazioni di origine bancaria. A livello internazionale, sono in buona compagnia assieme a protagonisti storici della filantropia internazionale, molti a stelle e strisce ma non solo: Rockefeller Foundation. Bill & Melinda Gates Foundation, Ford Foundation, Welcome Trust, Robert Bosch Stiftung, Fundaçâo Calouste Gulbenkian, King Badouin Foundation, Stavros Niarchos Foundation….

Così, qualche settimana fa, Lapucci è volato a New York per partecipare da protagonista in quanto presidente di EFC a un primo incontro sulla filantropia organizzato in ambito ECOSOC, il Consiglio economico e sociale delle Nazioni Unite. Il tema era il rapporto tra filantropia e SDG, ovverossia i Sustainable Development Goals, i 17 obiettivi per uno sviluppo sostenibile fissati nel 2015 dall’Onu per la cosiddetta Agenda 2030. A leggere l’elenco di questi obiettivi c’è un po’ da sgranare gli occhi. Non si sa se sorridere con scetticismo o applaudire con convinzione. Al primo punto c’è: «No alla povertà». Al secondo: «Non più fame». E si va avanti così: dal miglioramento del livello qualitativo dell’istruzione, alla parità di genere, dall’energia pulita e a basso costo al lavoro dignitoso per tutti, dalla riduzione delle ineguaglianze agli interventi sul clima. C’è persino un punto, il 16esimo, che sottolinea la necessità di raggiungere pace e giustizia per tutti, attraverso il rafforzamento delle istituzioni.

Utopia? Forse. Ma di certo è un programma bellissimo, che risolverebbe tutti i mali del mondo. Sembra quasi scritto da un bambino dall’animo buono: i sogni confidati nel diario delle belle intenzioni per le quali fare la preghierina la sera prima di addormentarsi. Del resto, qualcuno ha scritto che alla fine il mondo sarà salvato dai bambini. Non lo ha scritto Massimo Lapucci che è un manager adulto e di esperienza, non certo un bambino sognatore. Ma sognare fa bene a tutte le età: aiuta anche a portare a termine progetti difficili. E questo, probabilmente, lo sa anche Lapucci.

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