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Pessimisticamente felice con o senza i cinque minuti di gloria

Paolo Tartamella

Paolo Tartamella

Paolo Tartamella, ex bancario siciliano diventato giornalista, con una vita capovolta dall'istinto artistico che lo trascina a New York in cerca di cultura

 

Si definisce uno speranzoso pessimista. Da bancario insoddisfatto a giornalista negli States il passo è decisivo. Per lui senza sogni le cose non accadono, per questo ha prima lasciato un posto sicuro in banca e poi quello come rappresentante d’abbigliamento, per seguire la sua passione, la scrittura. E' diventato così giornalista. Ora il suo sogno è di vivere da scrittore e di scrittura. Ma se fallisse non se la prenderebbe: ci ha provato!

 

“Anche il più terribile fallimento, anche il peggiore, il più irrimediabile degli errori, è di gran lunga preferibile al non averci provato”. Grey's Anatomy

Lui è Paolo Tartamella, classe 1960 originario di Trapani. Nel 1996 scontento della vita che stava conducendo lascia la sua città per volare a New York e lavorare ad "America Oggi", un quotidiano italiano.

E' partito a 35 anni, oggi 53enne, lasciandosi alle spalle una separazione coniugale, un lavoro di quattro anni alla Banca Commerciale, di altri due anni come rappresentante di abbigliamento d’alta moda e di quattro ancora come giornalista presso la redazione trapanese de "La Sicilia di Catania" dove dopo sei mesi è diventato redattore responsabile della redazione di Trapani.

Una scelta forse azzardata dettata dall’inquietudine tipica di chi ha un animo artistico e vive male la routine quotidiana in un ufficio. Il lavoro in banca lo deprimeva e una volta approdato in redazione gli è scattato qualcosa che gli ha fatto decidere di mollare tutto, moglie e lavoro, e partire per una nuova vita Oltreoceano. “Ero demotivato dalla prospettiva di investire il resto della mia carriera giornalistica in una città dove la cultura era raramente di passaggio, dove c’erano due cinema e lavoravo 7 giorni su 7 dalle 11 del mattino alle 9 di sera. Nel 1994 ho frequentato il corso di scrittura creativa di Alessandro Baricco, per il quale mi sono trasferito a Torino per sei mesi, indebitandomi pure. Quest’esperienza mi ha fatto definitivamente capire che era il momento di capovolgere la clessidra prima del tempo”.

Così Paolo, parte la prima volta con un visto turistico e una volta nella Big Apple presenta la domanda di assunzione ad "America Oggi" e la sua vita cambia radicalmente. “Nel 1996 sono venuto a NY per una sostituzione estiva di sei mesi ad America Oggi e sono rimasto perchè il direttore, Andrea Mantineo, mi ha aperto la possibilità di un’assunzione. Sono quindi arrivato da turista, entrato ed uscito illegalmente dagli Stati Uniti una volta. Poi ho ottenuto un Visto H1 e infine la carta verde ottenuta col matrimonio”.Paolo

Per cambiare vita Paolo ha rischiato e gli è andata bene. Al suo arrivo nella Big Apple sapeva di aver fatto la scelta giusta. A NY sentiva l’energia che contraddistingue la città. Era elettrizzato dalla facilità con cui si conoscono le persone di qualsiasi livello sociale, entusiasta di scambiare sorrisi con gli sconosciuti in metropolitana, sbigottito dalla facilità con cui si realizzavano i progetti culturali e sorpreso dalla diversità dell’offerta culturale, a prescindere dalla tua disponibilità finanziaria, incantato dal volume dalla qualità del “New York Times”. Andava ai concerti gratuiti della Julliard e non era più immerso nello scetticismo genetico siciliano. La sua vita era cambiata. “Mi sono lasciato alle spalle una separazione coniugale e un lavoro che offriva uno stipendio sontuoso per le mie esigenze e, immagino, anche delle prospettive giornalistiche che negli Usa non ho”.

Ad “America Oggi” ha girato tutti i servizi redazionali, dall’Economia alla Cultura. Oggi è responsabile delle pagine di Sport. Un lavoro che svolge con il maggiore impegno e passione possibili “Purtroppo abbiamo dei mezzi umani e finanziari ridotti. Questo ci impedisce di svolgere quel lavoro capillare nella comunità che un giornale come il nostro imporrebbe. Scrivo poco, questo non è gratificante. Per fortuna, da cinque anni sono anche il corrispondente delle riviste italiane del settore calzaturiero e conciario. E’ un’esperienza diversa perchè mi porta a confrontarmi con la quintessenza della creatività italiana anche dal punto di vista del business”.

Quando “America Oggi” ha ristretto i suoi orari di lavoro per le sue difficoltà finanziarie Paolo ha dovuto fronteggiare il problema economico. “Credo fortemente nel potere sanatorio che possiede la vita (o il destino) sulle persone di animo puro: la soluzione arriva. Non avrei mai pensato di snaturarmi per risolvere i problemi economici, mi hanno offerto di diventare rappresentante di vini o cibi, magari sarei anche riuscito, salvo crollare dopo qualche mese, come successe in banca. Non si può tradire se stessi, il proprio istinto. Quando sono stato giù piscologicamente, questa sensazione l’ho quasi coltivata perchè mi trovo a mio agio sia col dolore intellettuale che col piacere. Amo tutte e due gli stati d’animo. E’ una cosa che capisce bene chi ha corso molte maratone perchè sai che la sofferenza è una tappa obbligata per tagliare il traguardo. Sarei tornato in Italia durante la crisi profonda di America Oggi, magari per impiegarmi all’ufficio stampa del Vaticano, un lavoro che mi attirerebbe molto. Ma non riuscirei a procurarmi una raccomandazione. Invece ho cercato delle collaborazioni professionali, inizialmente anche occasionali, come insegnare calcio in un asilo”

 

“La parola crisi, scritta in cinese, è composta di due caratteri. Uno rappresenta il pericolo e l'altro rappresenta l'opportunità”. John Fitzgerald Kennedy

La giornata di Paolo inizia molto presto. «Negli Stati Uniti i giornalisti lavorano cinque giorni alla settimana. La mia prima attività mattutina inizia alle 5:  scrivere le notizie per la newsletter quotidiana delle mie riviste. La mattina, prima che avessi i figli, andavo a correre o ad allenarmi a baseball a Central Park.” E proprio correndo che ha incontrato il suo nuovo amore. A NY, infatti, Paolo entra a far parte del gruppo podistico partecipando a diverse maratone. Proprio qui incontra Michelle e si sposano.” Michelle e io facciamo parte della stessa squadra di podisti. Da becero italiano, appena la conobbi le feci capire le mie triviali intenzioni e andò male. Ci rivedemmo ad una colazione organizzata dopo una gara. Si sedette accanto a me e le misi il tovagliolo sulle ginocchia, un gesto involontario che la conquistò. Dieci anni e due figli più tardi, credo purtroppo di aver perduto la sensibilità di riporre (involontariamente) il tovagliolo sulle sue ginocchia”.

 

“L'abitudine è in tutte le cose il miglior maestro”. Plinio il Vecchio

Da buon uomo del Sud, in America a Paolo manca molto la famiglia d'origine, l'ironia della gente ma anche “entrare da un fornaio e spendere 4 euro per il pane + le pizzette + le brioscine con lo zucchero + i bomboloni con la nutella + i fiocchetti di pasta sfoglia + il cornetto al pistacchio”. Il sangue siciliano focoso e irruento non gli permette di condividere il senso di solitudine che avvolge molti newyorkesi. “Vivere a NY sottrae umanità ai rapporti personali e alla valutazione degli eventi. Mi accorgo con dolore che non mi concedo il tempo di chiacchierare perchè a NY si pensa che non ci sia nulla di cui chiacchierare e invece occorre discutere funzionalmente. In questo, Manhattan influisce più degli altri quartieri, perchè quando vivevo a Brooklyn mi guardavo più attorno.  Inoltre NY indurisce il carattere per l’ammontare d’indifferenza che ti circonda, che finisci per assorbire e di cui è suo malgrado divenuto vittima inerme. Purtroppo è anche una città consumistica nei rapporti sociali. Le conoscenze vengono coltivate solo se rivestono funzionalità al tuo network. Anzi, il giro di conoscenze è così rapido che ti riempi vanamente il cassetto di bigliettini da visita”.

 

“Quando si tratta di rapporti umani, siamo talmente pieni di pretese da renderli quasi impossibili”.
 James Redfield

Scena teatro

Una messa in scena di un’opera teatrale di Paolo Tartamella

A New York Paolo ha cominciato a scrivere testi teatrali, prima in italiano, poi in inglese. “Coltivavo la scrittura teatrale. Avevo stabilito un rapporto privilegiato con un regista e amico, Vittorio Capotorto, che ha commissionato e messo in scena miei testi originali e adattamenti. Non so se avrei avuto le stesse opportunità in Italia dove il teatro contemporaneo è quasi inesistente”.

In futuro vorrebbe mettere in scena uno dei suoi testi surreali con attori professionali. Inoltre vorrebbe lavorare più in profondità per la diffusione del Made in Italy di qualità. Ma il vero progetto è quello di fare apprezzare ai suoi due figli la cultura italiana. La speranza di realizzare i suoi obiettivi c’è perché nella Big Apple tutto è possibile “A NY succedono molte cose e la città va a caccia di energie, di creatività. Puoi mettere in scena un testo con poche lire o sperare che il tuo copione venga letto dagli Studios. A NY la speranza dei tuoi 5 minuti di gloria personale non muore mai”.

 

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