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Tutto cominciò a Ellis Island

Il viaggio di Paolo Battaglia, Daniela Garutti e Giulia Frigieri, alla ricerca del retaggio italiano States, come quello di tanti connazionali arrivati a New York nell'era delle grandi ondate migratorie, non può che partire da Ellis Island dove i tre ricercatori trovano storie di sogni, paure e pregiudizi

Prima di salire sul ferry che parte da Battery Park con destinazione Ellis Island, abbiamo fatto colazione in un take-away all’angolo tra 80th West e Broadway. Una turista canadese ci ha chiesto che cosa facessimo a New York, e alla nostra risposta le sono brillati gli occhi: anche lei era qui per Ellis Island, sulle tracce del bisnonno siciliano,Tony Militello. L'abbiamo incontrata di nuovo all'Immigration Museum, nella sala di consultazione dei registri: emozionata, ci ha annunciato di averlo trovato. Per 29 dollari (in base al tipo di cornice scelta il prezzo può salire), ha potuto ordinare la copia del documento originale che attestava l'arrivo in nave nel 1906 di Tony, registrato per età, razza, capacità di leggere e scrivere, quantità di denaro in tasca e destinazione finale negli States. 

Paolo Battaglia, Daniela Garutti e Giulia Frigieri

Paolo Battaglia, Daniela Garutti e Giulia Frigieri iniziano la loro ricerca da Ellis Island

Anche noi abbiamo scorso i cognomi in cerca dei nostri. E trovato una sorpresa. Sotto il cognome Frigieri è comparso Ritorno. Ritorno Frigieri, modenese, partito da Le Havre e arrivato a New York nel 1907, a vent'anni. Non sappiamo se abbia passato il resto della sua esistenza in America o se sia mai tornato in Italia, sotto la stella augurale del suo nome. Ma Ritorno ci ha ricordato che tra i pregiudizi più radicati nei confronti degli immigrati italiani vi era quello che fossero birds of passage – uccelli di passo – che si trasferivano negli Stati Uniti solo per sfruttare le possibilità offerte dal paese per il tempo strettamente necessario a racimolare un piccolo tesoro da riportare in patria. In effetti, quella degli emigranti temporanei era una realtà estremamente diffusa: si calcola che almeno il 40 per cento degli italiani (quasi 2 milioni di persone!) rientrò dagli Stati Uniti dopo periodi di lavoro più o meno lunghi.

Nel XIX secolo, il viaggio verso Ellis Island, iniziava spesso da Genova, da cui salpò il 61 per cento degli emigranti italiani tra il 1876 e il 1901. In seguito, assecondando il crescente numero di partenze dal Sud, Napoli divenne rapidamente il porto principale. Nel 1907, furono 240.000 gli emigranti a imbarcarsi a Napoli, che aveva più traffico di qualsiasi altro scalo non solo in Italia, ma in tutta Europa. 

Ellis Island

Lo stanzone in cui avvenivano i primi controlli degli immigrati all’arrivo ad Ellis Island

Alcune delle aziende italiane più conosciute erano la Navigazione Generale Italiana, il Lloyd Sabaudo e la Cosulich. Ancora nel XX secolo, venivano utilizzati piroscafi vecchi, malsani e poco sicuri. Il diario di bordo della Città di Torino nel novembre 1905 riporta: “Con oltre 600 persone a bordo, ci sono stati 45 morti, di cui 20 per febbre tifoidea, 10 per malattie broncopolmonari, 7 per morbillo, 5 per influenza, 3 per incidenti sul ponte”. E nel 1907, un emigrante napoletano scriveva: “Come può un passeggero di terza classe ricordarsi di essere umano quando deve prima raccogliere i vermi dal suo cibo […] e mangiare nella sua soffocante e puzzolente cuccetta, in un’atmosfera calda e fetida in una camera in cui sono 150 uomini?”.

Nulla, nemmeno la pericolosa traversata oceanica, generava più paura negli emigranti della possibilità di essere respinti a Ellis Island. Una volta sbarcati dalle loro navi, entravano in un dedalo di uffici ed edifici. I nuovi arrivati temevano soprattutto la visita medica. “[Molti] sono risultati affetti da tracoma [una malattia agli occhi], e la loro esclusione era obbligatoria – raccontava Fiorello LaGuardia, che in gioventù aveva lavorato come interprete a Ellis Island – Era straziante vedere le famiglie separate. […] A volte, se si trattava di un bambino a soffrire di tracoma, uno dei genitori doveva tornare con lui al paese natale”

Statua Libertà

I nuovi immigrati, all’arrivo a New York, salutavano la Statua della Libert├á, simbolo di un nuovo inizio

Non importa quanto miserabile fosse stato il viaggio e quanto potesse diventare difficile la vita in seguito, nel ricordo della maggior parte degli immigrati il primo avvistamento della Statua della Libertà rappresentava un momento di gioia e di speranza. “La notte prima del nostro arrivo, ci hanno detto che se volevamo vedere la statua avremmo dovuto alzarci presto la mattina – ricordava Renata Nieri, venuta in America nel 1930, all’età di undici anni – Ci siamo alzati alle quattro. Siamo andati sul ponte, e tutti erano lì. E, oh mio Dio, quando è venuta in vista ho avuto la pelle d’oca, e fino ad oggi, sono stata là sei o sette volte. […] Ho portato anche dei cugini venuti dall’Italia. Siamo andati a Ellis Island e mi è ancora venuta la pelle d’oca. Io amo quella donna. È bellissima”

 


mappaQuesta è la prima puntata dell'Italian American Country, un tour di 6.000 miglia e 15 tappe attraverso gli USA (qui a lato la mappa dell'itinerario) alla scoperta degli italoamericani che vivono nelle piccole comunità. Da questo viaggio nasceranno un libro fotografico e un documentario che vedranno la luce nella primavera/estate del 2015. Il viaggio è interamente autofinanziato, ma per produrre libro e documentario è stata lanciata una campagna di crowdfunding sulla piattaforma indiegogo.com; ciò significa che tutti possono sostenere questo progetto “corale” con un contributo anche minimo, che parte dai 5 dollari. Potete saperne di più e contribuire al progetto sulla pagina web della campagna.

 

I testi e le immagini storiche sono tratti dal libro di Paolo Battaglia Explorers Emigrants Citizensdisponibile su Amazon.

 

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