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Gli Italiani che fecero l’America a colpi di martello e scalpello

Sono tanti i cognomi italiani che si trovano a Barre, in Vermont, dove, a partire dalla fine dell'Ottocento, scultori toscani, emiliani e veneti portarono la propria arte e la insegnarono trasformando la città nella capitale del granito in America. Abbiamo visitato un'azienda dove cinque generazioni di italiani hanno lavorato con passione

La seconda tappa dell'Italian American Country ci ha portato a Barre in Vermont, dove in pieno centro svetta la statua di un uomo con in mano un martello e uno scalpello. È Carlo Abate, "scultore, mentore e amico", come recita l'iscrizione, che da Milano alla fine dell'Ottocento portò la sua arte in America, da emigrato, e la insegnò per anni.

Sul basamento una dedica: "In onore di tutti gli italoamericani le cui conquiste arricchirono la vita sociale, culturale e civile di questa città,  questa regione e questo Stato. I nipoti e gli amici".                                                                                                  

L'affermazione degli italiani emigrati a Barre sta nei segreti della lavorazione della pietra che essi portarono con sé quando vi emigrarono alla fine dell'Ottocento. Gli scultori toscani (ma anche emiliani e veneti) fusero la propria esperienza alla tecnica dei cavatori scozzesi, arrivati pochi anni prima, facendo di Barre la capitale americana del granito.

Gherardi

Mark Gherardi imprenditore italoamericano, titolare della principale azienda di lavorazione di granito

In una splendida giornata di sole, perfetta per ammirare i colori fiammeggianti dell’autunno incontriamo Mark Gherardi, titolare della Buttura & Gherardi Granite Artisans, azienda di lavorazione del granito. Cinque generazioni di italiani – come ci tiene a sottolineare – che hanno applicato la loro conoscenza e passione a un’arte che ha trasformato un piccola cittadina del Vermont nella capitale del granito. Le ore che passiamo con lui sono una continua scoperta di storie e personaggi: la prima sorpresa è che la famiglia Gherardi è originaria, come noi, della provincia di Modena.

Poi incontriamo Paige, la figlia, che in un ottimo italiano in cui si nota una leggera inflessione fiorentina, ci racconta di avere voluto recuperare la lingua dei bisnonni, scegliendo di studiare e lavorare in Toscana per due anni. Un’ulteriore conferma del ciclo di rimozione e recupero della lingua madre: la prima generazione parla solo l’italiano, la seconda lo parla solo in casa ma non lo trasmette ai figli, che lo perdono completamente, la quarta generazione cerca di riappropriarsene studiandolo a scuola. Paige si rivela anche la più interessata a recuperare le storie di famiglia ed è lei che in un viaggio a Pievepelago, paese di origine nell’Appennino modenese, incontra una cugina che le mostra un baule con tutte le lettere spedite dal Vermont dai bisnonni ai parenti rimasti in patria. Incontriamo anche il marito di Paige, Eduard, un ragazzo albanese che dopo avere cercato per anni di farsi una vita in Italia, si innamora di una giovane americana e oggi abita con lei in Vermont, dove ha trovato la sua personale America.

L’ultima sorpresa arriva verso la fine della visita allo stabilimento Gherardi, quando al riparo di un paravento vediamo una figura minuta intenta a scolpire una lastra di granito. Quando si volta per un attimo abbiamo la sensazione di incontrare uno dei lavoratori di fine Ottocento ritratti nelle fotografie del nostro Trovare l’America; Giuliano, questo il suo nome, si rivolge a noi in italiano – anche se dice che a Barre ha sempre parlato in carrarino – raccontandoci di essere arrivato in Vermont all’inizio degli anni Sessanta, dopo avere studiato per sei anni le tecniche di scultura del marmo. Al suo fianco una serie di statue che ha realizzato con pezzi di recupero e che dimostrano la sua grande capacità artistica. Mark interviene dicendoci che quei pezzi sono la galleria personale di Giuliano e che non se ne separerebbe per nessuna cifra. Mentre ci salutiamo ci fa notare una bandiera italiana appesa sulla sua postazione di lavoro e aggiunge “In tasca ho ancora la carta verde, sono ancora italiano”.

cimiteroNell’Hope Cemetery di Barre, in Vermont, è possibile guidare nei viali tra le tombe, tanto è grande l’area. Le lapidi sono tutte dello stesso granito chiaro che costituisce la materia prima su cui ha prosperato l’industria della zona. L’impressione è di estremo ordine, ravvivato dai colori accesi dell’autunno sui monti Appalachi. Colpisce la quantità di nomi italiani come Gherardi, Stefanazzi, Rossi, Bettini, Mastroianni, Savoia, Corti. Sono tombe sobrie, squadrate, con qualche bassorilievo, in pochi casi gruppi scultorei. Uno di questi è il monumento funebre di Louis Brusa, alto quasi quattro metri, raffigurante una donna che sorregge un uomo in fin di vita. Brusa era un cavatore italiano morto nel 1937 di silicosi, malattia che colpiva coloro che lavoravano in miniere e cave e che quotidianamente inalavano le polveri dei minerali. La parete posteriore del basamento è leggermente ondulata, per evocare al tatto la superficie dei polmoni affetti da questa malattia.

lapidePoco lontano si incontra il monumento a Elia Corti, morto in circostanze tragiche nel 1903. Corti era unanimemente considerato il migliore scultore di Barre, tanto da essere stato scelto dalla comunità scozzese per scolpire il monumento che vollero dedicare al loro poeta più amato, Robert Burns. Corti venne ucciso da un connazionale nel corso di una manifestazione politica nella quale si fronteggiarono socialisti e anarchici italiani alla Labor Hall, la casa del popolo di Barre, costruita proprio dai nostri emigrati nel 1900. Nel mezzo di un parapiglia generale, un colpo di pistola partì dall’arma impugnata da un socialista e a rimanere mortalmente ferito fu proprio Elia Corti.

A Barre gli immigrati italiani erano fortemente politicizzati e gran parte aderì al movimento anarchico. Il più noto di essi fu Luigi Galleani, che a Barre nel 1903 iniziò a pubblicare la rivista Cronaca Sovversiva. Una traccia dell’importanza di questo gruppo nel paese si può trovare proprio all’Hope Cemetery, dove su una lapide posta in prossimità del bosco, accanto al nome e alla data di morte campeggia soltanto una parola: anarchico.

 


mappaQuesta è la seconda puntata dell'Italian American Country, un tour di 6.000 miglia e 15 tappe attraverso gli USA alla scoperta degli italoamericani che vivono nelle piccole comunità. Da questo viaggio nasceranno un libro fotografico e un documentario che vedranno la luce nella primavera/estate del 2015. Il viaggio è interamente autofinanziato, ma per produrre libro e documentario è stata lanciata una campagna di crowdfunding sulla piattaforma indiegogo.com; ciò significa che tutti possono sostenere questo progetto “corale” con un contributo anche minimo, che parte dai 5 dollari. Potete saperne di più e contribuire al progetto sulla pagina web della campagna

 

Le immagini storiche e i testi sono tratti dal libro di Paolo Battaglia, Explorers Emigrants Citizens, disponibile su Amazon.

 

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