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I vignaioli che aggirarono il Proibizionismo

Nel 1898 un gruppo di famiglie italiane lasciò le coltivazioni di cotone di Lake Village per cercare condizioni migliori. Fondarono Tontitown, nell'Arkansas, avviarono la coltivazione della vite e, con tanti stratagemmi, riuscirono a produrre vino anche durante il Proibizionismo 

Ci lasciamo alle spalle Lake Village, in Arkansas, esattamente come fece a fine Ottocento una parte delle famiglie italiane in fuga dalle troppo dure condizioni di vita e di lavoro.

A guidarli c'era il prete forlivese father Pietro Bandini, il quale aveva individuato una zona più favorevole all'insediamento, circa 300 miglia più a nord. Lì nascerà nel 1898 il paese di Tontitown, così chiamato in onore dell'esploratore italiano Henri de Tonti che alla fine del Seicento esplorò il Mississippi per conto del governo francese.

LÔÇÖedificio in cui sorge il Tontitown Historical Museum

LÔÇÖedificio in cui sorge il Tontitown Historical Museum

Oggi i nomi delle strade, le insegne e le lapidi nel cimitero di Tontitown parlano ancora italiano. Le famiglie Zulpo, Maestri, Tessaro, Pianalto, Penzo o Cortiana sono soltanto alcune fra quelle che discendono dai primi settlers, e che conservano vive la memoria e l'identità italiane nel paesaggio agrario, nei ricordi, nella gastronomia, nella religione e nei passatempi e – non ultimo – nel museo locale, il Tontitown Historical Museum.

Padre Bandini aveva scelto questa zona proprio perché le dolci colline degli Ozarks gli sembravano propizie per impiantare la più tipica delle colture italiane: la vite.

La famiglia Ranalli ci accoglie alla Tontitown Winery

La famiglia Ranalli ci accoglie alla Tontitown Winery

Julie Zulpo ci guida alla scoperta del laboratorio di pasta del ristorante Mama ZÔÇÖs

Julie Zulpo ci guida alla scoperta del laboratorio di pasta del ristorante Mama ZÔÇÖs

I fondatori di Tontitown, provenienti per la maggior parte dalla provincia di Vicenza, riuscirono in effetti a fare diventare questa una zona ricca di vigneti. Non a caso la festa della comunità italiana locale, che si tiene da più di 100 anni, è proprio il Grape Festival, la festa dell’uva. Gran parte del raccolto veniva venduto a Welch’s, un’azienda con sede nella vicina Springdale che produceva succo e gelatina d’uva, ma una parte veniva usata dagli italiani per produrre vino casalingo. Una tradizione che non venne interrotta nemmeno durante gli anni del Proibizionismo, quando la produzione e la vendita di tutte le bevande alcoliche venne proibita dal Volstead Act.

Nei racconti delle persone che abbiamo incontrato si ricordano le staffette da una casa all’altra per avvertire dei controlli della polizia e dei nascondigli più o meno ingegnosi (doppifondi nei pavimenti, finti covoni di fieno) che le varie famiglie avevano escogitato per impedire alle autorità di trovare le riserve di vino durante le loro perquisizioni. Secondo una delle testimonianze raccolte, lo stesso Padre Bandini cercò di convincere le autorità a lasciare che gli italiani continuassero a produrre e a bere il loro vino.

Non immaginavamo di trovare qui, oltre un secolo dopo, delle 'sfogline' in grado non solo di sfornare, ma addirittura di fare a mano la pasta all'uovo, le lasagne e i ravioli. Siamo stati a pranzo da Mama Z's, dove Z sta per Zulpo, il cognome della proprietaria e cuoca Julie che ci ha aperto le porte del laboratorio e della cucina. La specialità sono gli spaghetti al sugo con meatballs – polpette – il pane fritto e i ravioli ripieni di pollo. Mentre le tecniche di produzione sono rimaste esattamente italiane, a ricordarci che siamo pur sempre in America campeggia all'ingresso del locale la scritta al neon Budweiser & Spaghetti.

 



mappa Questa è la settima puntata dell'Italian American Country, un tour di 6.000 miglia e 15 tappe attraverso gli USA alla scoperta degli italoamericani che vivono nelle piccole comunità. Da questo viaggio nasceranno un libro fotografico e un documentario che vedranno la luce nella primavera/estate del 2015. 

 

 

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