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The Italian Americans, l’orgoglio italo americano in prima TV

Il sindaco di New York, Bill de Blasio durante il suo intervento prima della proiezione del documentario alla NYU

Il sindaco di New York, Bill de Blasio durante il suo intervento prima della proiezione del documentario alla NYU

Il 17 febbraio, su PBS, il primo dei due episodi del documentario The Italian Americans che racconta la saga dell'immigrazione italiana negli USA. Parte dell'opera è stata proiettata in anteprima alla NYU alla presenza di de Blasio che ha detto: "Tornare al paese d'origine è un'esperienza eccezionale"

 

Ci siamo. Martedì 17 febbraio va in onda su PBS (dalle 9 alle 11 p.m. ET) il primo dei due episodi dell’atteso documentario The Italian Americans di John Maggio, narrato dalla voce dell’attore Stanley Tucci. Quattro ore (il secondo episodio andrà in onda il 24 febbraio) per raccontare la saga dell’immigrazione italiana negli USA a partire dalla fine dell’800 per arrivare ai giorni di Mario Cuomo. Il documentario è il terzo di una serie di quattro dedicati ad altrettanti gruppi etnici presenti negli Stati Uniti: ebrei, sudamericani, italiani, asiatici. Un omaggio al melting pot che rende unica la società americana e un modo per ricordare che le storie d’immigrazione fanno la storia dell’America.

Per festeggiare l’evento, martedì 10 febbraio, il documentario è stato presentato in anteprima alla NYU durante una serata speciale alla presenza del sindaco di New York, Bill de Blasio. Una breve parte dell’opera è stata proiettata nel gremito auditorium del Kimmel Center. La serata è stata soprattutto occasione per riflettere su cosa significhi essere italo americani e sul perché questa identità sia ancora importante per quelle terze e quarte generazioni che ormai sembrerebbero così lontane dalle storie dei loro antenati partiti con la valigia di cartone.

“Questo documentario significa così tanto per così tante persone – ha esordito Bill de Blasio nel suo intervento – Perché ci consente di aprire una discussione che non teniamo abbastanza spesso. È un processo di ricerca della nostra anima”. De Blasio ha sottolineato come per lui e la sua famiglia il legame con l’Italia sia sentito e importante. Anche nella vita di tutti i giorni: “A Gracie Mansion – ha scherzato il sindaco – abbiamo una scorta di vini italiani, anzi del Sud Italia: abbiamo stabilito una regola per cui il vino che compriamo deve venire da Roma in giù”. E ha poi ricordato il viaggio in Italia della scorsa estate durante il quale, ha detto, i suoi figli hanno sentito tutta la forza di essere parte di un patrimonio storico e culturale importante come quello italiano.

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Il sindaco di New York, Bill de Blasio siede tra il pubblico per assistere alla proiezione del documentario alla NYU

La famiglia di de Blasio, la cui moglie, Charlaine McCray ha radici ganesi, è un perfetto esempio di quell’incontro tra etnie e culture che, secondo il sindaco di New York, si traduce in ricchezza. “I miei figli sono cresciuti con queste due identità, una italo americana e una afro americana: è affascinante vederli prendere tutti questi diversi pezzi di quello che sono e non trovarli in contraddizione. Ovviamente si sollevano degli interrogativi, ma è stato interessante vedere come, attraverso quest’esperienza [del viaggio in Italia], i miei figli abbiano guadagnato in profondità”. Avvicinarsi alle proprie radici, insomma, è un percorso che consente di svilupparsi come cittadini americani e del mondo, sembra dire de Blasio. Per questo motivo ha invitato tutti i presenti a fare altrettanto: “Tornare nel paese d’origine è un’esperienza trascendentale. Io andai per la prima volta in Italia a 15 anni e quel viaggio mi cambiò la vita. Mi piace pensare che i miei figli trasmetteranno quello stesso senso di appartenenza”. 

Il sindaco ha poi voluto sottolineare che questo documentario è importante per risolvere quel senso di incomprensione che troppo a lungo è rimasto parte dell’esperienza italiana in America. “In questo paese si potrebbe fare un concorso per stabilire qual è il gruppo che è stato più incompreso – ha detto de Blasio – Ricordo che c’è sempre stato un senso di disagio in mia madre, nonostante fosse una persona di successo che aveva studiato e raggiunto dei risultati importanti. Ricordo che, nel mezzo di una conversazione, anche quando era ormai anziana, ogni tanto nel parlare di qualcosa diceva ‘gli americani’. Era certamente assimilata alla cultura americana, ma rimaneva sempre qualcosa che non la faceva sentire completamente accettata. Non è per forza qualcosa di negativo, ma è sicuramente qualcosa che ha contribuito a creare quello che l’America è oggi e alcune di quella battaglie hanno reso l’America migliore”.

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Il dibattito seguito alla proiezione del documentario The Italian Americans alla NYU. Da sinistra: Maria Laurino, Gay Talese, John Maggio, Stefano Albertini

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Lo scrittore e giornalista italo americano, Gay Talese

Dopo la proiezione di una parte del documentario, che è diviso in capitoli, ognuno dei quali affronta un tema cruciale nel processo di integrazione degli italiani in America, sono saliti sul palco dell’auditorium, introdotti dal direttore della Casa Italiana Zerilli-Marimò NYU, Stefano Albertini, John Maggio, Maria Laurino, che ha scritto il libro che accompagna il documentario, e Gay Talese, noto giornalista e scrittore italoamericano che nel documentario offre diverse significative testimonianze.

Nel prendere la parola Gay Talese ha raccontato come, essendo nato nel 1932 e cresciuto in una cittadina del New Jersey con una ridotta presenza italiana, la sua infanzia sia stata segnata da una costante sensazione di diversità: “Anche solo la merenda che mi portavo a scuola mi faceva sentire diverso”. Talese ha detto di appartenere a quella che è forse stata l’ultima generazione ad aver vissuto direttamente le discriminazioni e il peso degli stereotipi: “Forse io sono uno dei pochi che possono ricordare di aver sentito usare epiteti come dago e wop”.  Ancora, Talese ha raccontato del disagio legato all’essere italiani durante la Seconda guerra mondiale quando l’Italia era paese nemico. Ma poi sono venuti tempi migliori: “Quando sono arrivato a New York e ho iniziato a fare il giornalista mi capitava di scrivere di italo-americani famosi e ho recuperato un certo senso di orgoglio”. Poi, però, ancora delle ricadute, quando gli capitò di doversi occupare delle famiglia mafiose newyorchesi. Le parole di Talese hanno ben descritto quella dicotomia, quel tormento del voler appartenere a qualcosa e allo stesso tempo non sentirsene completamente rappresentanti. “Penso di stare bene dove sono, ora, ma è stato un processo lungo” ha concluso lo scrittore.

John Maggio ha ricordato lo sforzo fatto per cercare di includere tutte le voci e tutte le storie nel suo documentario e in particolare ha detto che avrebbe voluto avere tempo e spazio per raccontare anche i giovani italiani che oggi arrivano negli Stati Uniti e che “se pure diversi  – ha detto Maggio – affrontano le stesse sfide. Arrivano in questo paese in cerca di opportunità”. Con le dovute differenze, ha poi specificato: “Non solo perché arrivano con un alto grado di istruzione e perché il mondo oggi è più piccolo, ma anche perché oggi l’Italia è un posto che tutti amano”.

A compensare alcune delle omissioni del documentario che, per motivi di spazio, ha dovuto necessariamente restringere il discorso ad alcuni argomenti chiave, ci pensa il libro di Maria Laurino che ha spiegato: “Ho cercato di approfondire le storie presentate nel documentario e ho aggiunto dei personaggi che non sono presenti nel film”.

Quando il microfono è stato aperto alle domande del pubblico, dagli interventi è emerso un generale bisogno di identificarsi con una storia, ma allo stesso tempo la difficoltà a riconoscersi in un’unica storia. Il documentario riesce a dare voce a varie espressioni di una comunità ricca ed eterogenea, ma nella storia collettiva la profondità delle vicende personali rischia inevitabilmente di perdersi.

Resta il fatto che, a un secolo e mezzo dalle prime grandi ondate migratorie dall’Italia, quel pezzo di Bel Paese in America sembra avere ancora un che di irrisolto. Da questa parte dell’Atlantico continuano a sentirsi italiani per tradizioni, senso della famiglia, abitudini alimentari e tante altre di quelle piccole grandi cose che fanno l’identità di un individuo; ma dall’altra parte dell’oceano, in Italia, gli italoamericani sono visti come americani. In questa non completa appartenenza sembra esserci una tristezza di fondo che può forse trasformarsi in ricchezza nel momento in cui l’identità italo americana diventa identità a se stante, con l’orgoglio di non essere né completamente italiani né solo americani, ma un’altra cosa ancora. Magari questo documentario contribuirà a farci capire come.

 

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