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Corsi nelle scuole e doposcuola: due strategie efficaci e complementari per imparare l’italiano

Per imparare l'italiano negli USA il modello dell'esame AP, che sta registrando importanti successi nella Tristate area, non è del tutto esportabile al resto degli Stati Uniti. Se l'obiettivo è il bilinguismo, altre strategie possono dare risultati ma serve l'impegno delle famiglie e della comunità

 

Il raggiungimento del quorum di 3.000 studenti iscritti all'esame AP di italiano è un traguardo importante, frutto di uno sforzo collettivo senza precedenti. Dimostra come la comunità italiana abbia le risorse (intellettive e organizzative) per raggiungere qualsiasi risultato qualora si unisca su obiettivi condivisi.

Il 60% degli studenti iscritti all'esame AP viene dagli stati di New York, New Jersey e Connecticut, dove c'è una forte presenza italiana sul territorio ed una rete diffusa di corsi di italiano nelle scuole e dove opera con grande successo lo IACE, Italian American Committee on Education. 

La domanda è se questo sia un modello esportabile al resto degli Stati Uniti. La risposta è sì e no. Sì, nel senso che ci sono vasti ambiti di potenzialità per un marketing più aggressivo e moderno della lingua italiana nelle scuole. No, perché non esiste dappertutto la stessa concentrazione di popolazione italo-americana e soprattutto perché questo è un modello pensato in primo luogo per le seconde e terze generazioni.

Esiste un altro bacino di utenza le cui potenzialità finora non sono ancora state adeguatamente utilizzate e che richiede un approccio diverso e specifico. Mi riferisco a quello dei numerosissimi figli di prima generazione dei "nuovi immigrati italiani" oggi presenti, sia pure con concentrazioni diverse, su tutto il territorio americano. 

Negli ultimi decenni abbiamo assistito negli Stati Uniti (e nel resto del mondo) ad una nuova ondata migratoria italiana con caratteristiche molto diverse dal passato. Si tratta di una migrazione "intellettuale" di migliaia e migliaia di giovani professionisti in cerca di lavoro qualificato, i quali, a differenza del passato, mantengono legami molto stretti con l'Italia (anche in conseguenza della facilità dei viaggi e dell'uso delle nuove tecnologie).

Per rispondere alle esigenze dei figli di questi nuovi immigrati italiani occorrono strategie e informazioni coerenti per le famiglie che spesso si sentono abbandonate a se stesse e indecise sul da farsi. I vantaggi, anche economici, del bilinguismo sono oggi confermati da tutti gli studi, ma il bilinguismo non si apprende per via genetica, solo perché i genitori o un genitore parlano un'altra lingua; è un processo lungo e complesso che richiede impegno, costanza e determinazione da parte delle famiglie. Ci sono alcune regole da seguire da parte della famiglia e alcuni iniziative che le istituzioni culturali e politiche italiane potrebbero prendere per favorire questo processo.

La prima regola è che i genitori debbano sempre e comunque continuare a parlare italiano con i loro figli (anche nel caso di un solo genitore italiano). Spesso la preoccupazione di integrare i figli nella nuova società spinge a decisioni errate, come quella di abbandonare la lingua madre nella comunicazione con i propri figli, con l'unico risultato di privarli di una ricchezza culturale senza alcun reale vantaggio sull'apprendimento della lingua "del luogo" che avviene comunque in modo naturale e senza traumi attraverso altri canali (la televisione, la scuola, gli amici, l'ambiente di vita). Anche la paura che ciò ritardi l'apprendimento della lingua del posto è del tutto fuori luogo. Ciò che è realmente dannoso per un bambino (che è naturalmente programmato ad apprendere senza sforzi nell'infanzia ben più di una lingua), è sentire parlare il genitore mischiando i linguaggi o parlando "poveramente" una lingua non sua.

Anche nel caso che i figli parlino fluentemente l'italiano in famiglia, occorre ricordarsi che la conoscenza di una lingua non è solo orale ma anche scritta e che in Italia coloro che parlano fluentemente la lingua ma non sanno leggere e scrivere sono chiamati "analfabeti". La lingua (e la cultura) vanno anche studiate. Per chi parli in famiglia l'italiano è sufficiente un incontro settimanale di doposcuola, purché esso sia svolto regolarmente dalla materna alle superiori. I corsi "intensivi" non valgono per i bambini. Il segreto è la regolarità dell'uso e nell'apprendimento. 

Per promuovere il bilinguismo occorre quindi costruire una rete capillare di corsi doposcuola, che i bambini possano frequentare con regolarità. A questo proposito molto possono fare le associazioni culturali italiane o – in assenza – anche gli stessi genitori. Organizzare corsi di doposcuola per i bambini con un insegnante di madrelingua dovrebbe essere una delle priorità per tutte le famiglie italiane presenti in terra straniera. È facile, poco costoso, ma ci vuole iniziativa e convinzione. Laddove questi elementi esistano i risultati sono straordinari. L'assenza di corsi di italiano nelle scuole non deve in ogni caso costituire un alibi per le famiglie italiane.  

Esistono poi alcune ottime idee alle quali i genitori italiani all'estero spesso non  pensano, ma che danno risultati eccellenti. Ovviamente la prima è quella che i ragazzi passino più tempo possibile in Italia (ad esempio durante le vacanze estive) in ambienti e circostanze che li costringano a parlare italiano. Ma ci sono anche altre idee da considerare: un  trimestre di scuola in Italia alle medie. Sì, basta un trimestre, da settembre a Natale, presso parenti o amici italiani (è facile da organizzare, i ragazzi non perdono contatto con gli amici e la scuola del loro paese, tre mesi volano, ecc.). Tre mesi di scuola in Italia consolidano il bilinguismo  per tutta la vita. 

Si può inoltre approfittare del fatto che la scuola superiore in America è di soli 4 anni per fare un ulteriore anno di scuola superiore in Italia (posticipando di un anno l'inizio dell'Università). Non c'è pressione per i giovani, perché il diploma ce l'hanno di già, ma è una grande lezione di vita.  

Occorrerebbe infine intervenire non solo nell'offerta ma anche nella domanda. Un'ottima idea sarebbe se anche in Italia si introducesse per legge l'obbligo della frequenza scolastica d'italiano (per un minimo di 30 ore all'anno) per i figli dei cittadini italiani all'estero. È una misura che altri paesi (Germania, Cina, ed altri) hanno adottato già da tempo con grande successo e che avrebbe un grande impatto culturale e educativo.

Non è un discorso astratto: con i doposcuola nell'area di Detroit, ad esempio, la Dante Alighieri sta portando con successo decine di ragazzi bilingue all'esame AP, offrendo un modello facilmente esportabile altrove. Non si tratta di contrapporre il doposcuola ai corsi nelle scuole, ma di rendersi conto che si tratta di strumenti diversi e complementari, rivolti a una utenza diversa ma entrambi essenziali al fine comune di una maggiore diffusione della lingua italiana all'estero.

 


GB*Gabriele Boccaccini, PhD, docente di Second Temple Judaism and Christian Origins, Department of Near Eastern Studies / Frankel Center for Judaic Studies, University of Michigan (Ann Arbor, USA). Founding Director, Enoch Seminar (International Scholarship on Second Temple Judaism and Christian Origins). Founding Director, 4 Enoch: The Online Encyclopedia of Second Temple Judaism and Christian Origins

 

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