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Ellis Island, un prezioso museo della memoria

Il 20 maggio, Ellis Island diventa ufficialmente il Museo Nazionale dell’Immigrazione: l’unico museo degli Stati Uniti a documentare l’intera storia dell’immigrazione dall’era coloniale ai giorni nostri. E tra documenti e archivi, anche il contributo di lacrime e sudore degli italiani

Ricordate la scena del Il Padrino parte secondaù, dove Francis Ford Coppola racconta di un giovanissimo Vito Andolini sfuggito alla vendetta del boss mafioso di Corleone, e che cerca rifugio negli Stati Uniti? Dopo un lungo viaggio in nave Vito approda a Ellis Island, che in origine gli inglesi chiamano Gibbet Island: la usano per confinarvi i pirati sorpresi “con le mani nel sacco”; poi diventa un forte e un deposito di munizioni; è una delle quaranta isole delle acque di New York, e dal 1894 la utilizzano come centro di smistamento degli immigrati.

L’ispettore dell’Immigrazione chiede invano a Vito come si chiama. Il ragazzino non spiccica una parola d’inglese, tace; l’ispettore dà una frettolosa occhiata al cartellino spillato sulla spalla del ragazzino: c’è scritto “Vito Andolini da Corleone”; l’ispettore ha fretta, del ragazzino gli importa poco, nel documento di ingresso scrive: “Vito Corleone”; è così che il futuro boss si ritrova una nuova identità…

arrivimuseoL’episodio mi viene in mente dopo aver esplorato via Internet l’archivio degli italiani che sono sbarcati a Ellis Island (e mi riferisco solo a quelli che sono sbarcati tra il 1892 e il 1924). Narcisista, “clicco” il mio cognome, che in Italia non è tra i più diffusi, se si esclude una particolare zona del Veneto, il bellunese. Ne trovo 574, fanno parte di quel popolo che “…Partono 'e bastimente pe' terre assaje luntane”, come dicono i versi della famosa canzone Santa Lucia luntana. Partiti, come sappiamo dalla Sicilia, dalla Campania, ma anche dall’Emilia, dal Veneto, dal Piemonte… Nel film di Coppola Andolini si ritrova battezzato Corleone; buona parte dei Vecellio andati a cercare fortuna nella 'Merica provengono da Auronzo, paese di tremila persone circa, che Giosué Carducci canta nell’Ode Cadore come “bella al piano stendentesi lunga tra l’acque, sotto la fosca Ajàmola…”.

A dar credito ai registri conservati a Ellis Island il paese di Auronzo assume una, nessuna e centomila identità: di volta in volta lo sbarcato risulta residente ad Aurenzo, Auranzo, Auranza, Ouranzo… Una piccola nota divertente ma indicativa delle difficoltà in cui i nostri nonni si sono trovati, una volta sbarcati nella grande 'Merica: questo paese sconfinato, dove tutto è gigantesco, dove chi già vive lì, dimentica di essere a sua volta un emigrato, ti guarda dall’alto in basso considerandoti un fastidioso inferiore; e valli a capire, con quella lingua strana, dove uno dice “small” e già il suono dà l’idea di una cosa grossa, e invece vuole dire l’esatto contrario; e almeno l’italiano lo scrivi e lo leggi nello stesso modo, quelli invece scrivono in un modo, e pronunciano in mille maniere differenti; ti vogliono offendere chiamandoti “maccaroni”, e però se li mangiano di gusto, eccome; e alla fine siamo noi, i complicati…

Alla fine ci sono arrivati anche “loro”, quelli che ti chiamano “maccaroni”, “dago”, e ti squadrano dall’alto in basso, con aria di padreterni. Hanno preso atto che gli Stati Uniti d’America, se sono quello che sono, nella loro grandezza e potenza, lo devono anche a quei milioni di italiani che fin dai primi anni dell’Ottocento lasciano la loro terra attratti dal paese dalle mille opportunità: quell’American Dream, spesso destinato a restare tale.

Scrive un’emigrante ai genitori (la lettera è tra quelle conservate a Ellis Island: “Sono venuto in America perché mi avevano detto che le strade erano lastricate d’oro. Quando sono arrivato ho visto che le strade non sono lastricate affatto; anzi ho scoperto che ero io che dovevo lastricarle…”. Le hanno lastricate, le strade; e non solo quelle, gli italiani andati a cercare fortuna; e tanti la fortuna la trovano, ma nulla è regalato: se la guadagnano con le unghie e con i denti. L’emigrazione in ogni tempo significa fatica, sudore, dolore.

Da Ellis Island sono passati almeno dodici milioni di emigranti, da mezzo mondo. Prima un sommario esame sanitario, poi nella Sala dei Registri, per essere schedati dagli ispettori e finalmente ottenere il permesso di sbarcare. Per i “marchiati” c’è un controllo più approfondito. Spietato il criterio di esclusione: negato il permesso per vecchi, deformi, ciechi, sordomuti, malati contagiosi, e affetti da qualsiasi altra infermità. Per i ritenuti non idonei, c'è l'immediato reimbarco sulla stessa nave che in base alla legge americana, è obbligata a riportarli al porto di provenienza. Nel giro di alcune ore si decide il destino di intere famiglie, ed è per questo che Ellis Island viene anche chiamata Isola delle lacrime. Molti emigranti, pur di non tornare indietro, preferiscono togliersi la vita, o morire annegati nel disperato tentativo di raggiungere New York a nuoto…Bisogna attendere Fiorello La Guardia, mitico sindaco italo-americano di New York, perché i controlli si facciano prima della partenza, e non all’arrivo; per risparmiare ai non ammessi almeno l’odissea del viaggio inutile.

Nel 1954, dopo aver registrato circa 12 milioni di persone, Ellis Island chiude, e gli edifici vanno in rovina per il disuso. Solo nel 1990 viene avviato un programma di restauro. Oggi Ellis Island è aperta al pubblico, i visitatori possono vedere che trattamento veniva riservato a chi veniva a cercare pane e libertà in America e possono cercare negli archivi digitalizzati i nomi di chi è passato da questo centro di immigrazione. Sono oltre cento milioni gli americani che possono far risalire la loro origine negli Stati Uniti a un uomo, una donna o un bambino che passarono per la grande Sala di Registrazione.

Il 20 maggio, in coincidenza con il completamento del Peopling of America Center, il già esistente museo di Ellis Island diventa ufficialmente il Museo Nazionale dell’Immigrazione: l’unico museo degli Stati Uniti a documentare l’intera storia dell’immigrazione dall’era coloniale ai giorni nostri. Il Museo della speranza, del dolore, della fatica, del sudore, delle lacrime. Un prezioso Museo della Memoria: siamo quel che furono, saranno quel che siamo.  

 

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