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L’italicità 2.0 riparte dal Venezuela

In occasione dei 70 anni della Repubblica, a Caracas si è tenuto il primo Festival Italico

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Musica, cinema, conferenze, letteratura, sbandieratori: una festa della cultura italiana rivista dagli italici venezuelani, per dire che essere italiani, oggi, non è una questione geopolitica, ma uno stile di vita. Ed è unna comunità che cresce anche in rete

In questi anni ho scritto molto di Italicità. L’ho fatto su queste pagine perché credo che si debba cambiare il modo di pensare la presenza italiana nel mondo. Lo si deve fare per uscire dalle abitudini dell’italiano emigrato senz’arte né parte, con la valigia di cartone; del cervello in fuga costretto o meno a lasciare l’Italia per trovare lavoro altrove, come fosse un tradimento verso il suo paese che gli ha dato i natali e lo ha allevato, per uscire dall’idea che la cultura italiana creata fuori d’Italia sia solo un riflesso di quella italiana se non addirittura una pessima imitazione, a partire, in quest’ultimo caso, dall’Italian sounding.

In altre parole allontanarsi dal paradigma di riferimento tipico dello Stato-nazione per dare valore e significato a comportamenti culturali ibridi, transnazionali. Allontanarsi dagli schemi idealtipici a raggiera: dall’Italia verso gli altri paesi, perché sappiamo bene che nelle pratiche non è così. I processi culturali veicolati dalla forte mobilità contemporanea di persone e simboli sui media e dai mezzi di trasporto determinano mutamente possibilità che non possono essere riconosciute come appartenenti ad una precisa società nazione. Ne è un esempio la straordinaria gastronomia ibrida di origine italiana, che però italiana non è, ma che molti riconoscono paradossalmente come italiana.

È per questo motivo che nell’opinione pubblica italiana si riconosce come positivo se imprese italiane comprano le straniere e non viceversa, prescindendo da ogni scelta razional-economista che sta dietro e dai risultati ottenuti: maggiore produttività, occupazione, brand italiani più presenti nel mondo, conseguenza dell’apporto di capitali e management straniero che crede nell’Italian way of life.

Questo modo di pensare è connaturato ad una percezione del mondo diviso geopoliticamente dove l’ibrido spiazza e non trova categoria identificatoria. Ne subisce le conseguenze anche lo stesso made in Italy, come ho recentemente scritto altrove.

La cultura italiana per la sua vocazione storicamente accertata come universale e particolare, in altre parole glocalista, ci racconta che i processi culturali che la identificano sono di altra natura, soprattutto in tempi di mutamenti profondi. La cultura italiana non appartiene alla sola Italia ma si produce anche fuori da essa. Quali sono i motivi che la rendono tale? Storicamente persone e merci sono partite da sempre dalla penisola per arrivare in ogni angolo del mondo. Fino alla metà del XVIII secolo soprattutto élite, poi la grande massa degli italiani post-unificazione. Successivamente il processo, in particolare modo nel XXI secolo, ha avuto luogo nella rete. Internet è divenuto il motore del mutamento culturale di identità, determinando il passaggio da comunità definite territorialmente, quindi dallo Stato-nazione, ad altre organizzate intorno alla condivisione di interessi simili, tipiche dei social network. L’italicità in tempi postmoderni ha senso proprio per la sua vocazione 2.0. Basta dare uno sguardo ai gruppi sorti spontaneamente sui Facebook, alle iniziative promosse per capire cosa intendiamo.

Come vado affermando da tempo, l’attività sulla rete, mediatizzata, non è sufficiente all’italicità se non è affiancata da quella in presenza, quella che si instaura attraverso la relazione interpersonale fisica dell’immediatezza. L’italicità ha necessità di eventi, manifestazioni, festival, dove la gente interagisce sui contenuti offerti. È per questo che mi sento di promuovere e di far conoscere attraverso queste pagine il primo Festival Italico pensato e costruito a partire dall’idea di italicità, a Caracas, in Venezuela. Lo hanno organizzato Italicos.com, l’Istituto di Cultura Italiana di Caracas e l’Ambasciata italiana, La Fondazione Vagnoni, la Camera di Commercio del Venezuela, Cavenit. Si è trattato di un festa della cultura italiana rivista e pensata dagli italici venezuelani, in primis Alfredo D’Ambrosio, presidente della Camera di Commercio. L’evento ha avuto luogo dal 2 al 5 giugno. L’occasione è stata quella dei 70 anni della Repubblica italiana. Musica, letteratura, arte, gastronomia, tradizioni si sono incontrate in un mix originale nella Plaza Los Palos Grandes. L’evento assume ancora più importanza perché nasce in un contesto di forte tensione politica e di grave crisi economica che il paese sta attraversando.

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La mostra Da Giotto a Caravaggio, la nascita del mondo moderno attraverso la pittura italiana è stata documentata attraverso  fotografie, riproduzioni di altissima qualità. Un esempio di universalità, l’arte al servizio dell’essere umano, insegnamento per tutti, che ha avuto come cicerone l’ambasciatore Silvio Mignano. L’esposizione ha un fatto paradossale alle spalle: i curatori hanno richiesto le immagini al Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo che ha risposto di non esserne in possesso in quanto le immagini digitalizzate, per essere esposte, dovevano superare anche i 60 giga. È stata quindi consultata un’altra fonte italiana che ha chiesto prezzi troppo alti.  I materiali sono stati poi forniti a costi più accessibili e con ottima assistenza tecnica da un’azienda anglo-americana. Avete capito bene. L´Italia non è padrona di se stessa. Non ha materiali e tecnologia per riprodurre il proprio patrimonio culturale nazionale.

Sono stati letti e interpretati Leopardi, Montale e Umberto Eco, a cura di Luigi Sciamanna, Antonio Constante, Victoria De Stefano e Tulio Hernández. Da Sermoneta, in Lazio, sono arrivati gli sbandieratori e poi ancora musica, cinema, il gruppo folkloristico Arlecchino del Club Italo di Caracas, conferenze su modernità e Rinascimento italiano tenute da Marco Diamanti e sulla lingua italiana, tenute da Giancarla Marchi, Mariano Palazzo della locale Società Dante Alighieri e dalla direttrice dell’Istituto italiano di Cultura, Erica Berra. La comunicazione dell’evento è stata continuamente promossa tramite i social da parte di Beatriz Lopez. Da buoni italiani, c’è stata una Santa Messa celebrata dal Nunzio Apostolico con l´interpretazione della Missa Brevis di Antonio Lotti, interpretata dalla Schola Cantorum, il coro più antico del Venezuela. É stata molto bella, anche se la chiesa era mezza vuota.

I due volti dell’italicità a braccetto: presenza fisica e sui social. Nella piazza alcuni aforismi accompagnavano l’esperienza italica: “Essere italico non è una nazionalità ma uno stile di vita”, “Gli italici hanno le loro radici in Italia e i frutti nel mondo”, “Insieme, gli italici sono una comunità globale di più di 300 milioni di persone in tutto il mondo”. Come avrete già immaginato, l’iniziativa è stata un successo. Buona italicità a tutti.

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