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Argentina: la voce dei desaparecidos italiani

Le testimonianze degli italiani ritrovati grazie al coraggio delle Nonne di Plaza de Mayo

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Nonne a Plazade Mayo (fonte Nuevolaredo tv)

I 920.000 cittadini italiani residenti in Argentina hanno subito incredibili sofferenze durante la dittatura militare, come dimostrano gli archivi sui “desaparecidos” che il governo italiano ha consegnato alle autorità argentine dal 2012. Ecco il racconto esclusivo di alcuni di loro a La Voce di New York

Fossati, Menna, Carlotto, Della Quadra, Molfino, Pietragalla… cognomi di famiglie che un giorno hanno lasciato l’Italia cercando un futuro di pace e di lavoro in Argentina dove, dopo una vita non priva di sforzi, sono state colpite dalla dittatura civico-militare (1976-83) nel modo più inumano e spietato, col rapimento e l’appropriazione dei bambini nati nei campi di concentramento illegali durante il sequestro (“desaparición”) delle loro mamme.

L’elenco delle Nonne di Plaza de Mayo, che cercano i nipotini rubati dai militari che assassinavano le donne dopo il parto, include 500 casi, molti di famiglie italiane. Sono “desaparecidos” ancora vivi che, adottati illegalmente, non hanno mai conosciuto la loro vera identità.

Ma, grazie al paziente lavoro delle Nonne, 121 nipoti sono stati ritrovati e hanno avuto la possibilità di ricostruire la storia di orrore subita dalle loro famiglie, e anche il percorso di amore che li ha riportati a casa. Percorso che parla di due situazioni drammatiche: la lontana emigrazione e i crimini contro l’umanità commessi 40 anni fa dai militari argentini e i loro complici.

“Il seminario o la nave perché a casa non c’era più da mangiare”, “Le leggi razziali di Mussolini ci hanno costretto a emigrare”, “Mio padre aveva paura di una terza guerra mondiale”, “Mancava il lavoro e la gioventù ha fretta”, quante volte gli italiani all’estero hanno ascoltato queste parole dal nonno malinconico o dalla mamma che scriveva alle sorelle mai riabbracciate?

Il porto di Buenos Aires è stato un primo punto di arrivo per migliaia di italiani che, tra la fine dell’ 800 e il 1950, tentavano di rifarsi una vita sia nella capitale sia nei piccoli e lontani paesi del vasto e spopolato territorio argentino. Una terra da coltivare, una cava, una valle ai piedi della Cordigliera: dalla “pampa” alla Patagonia e dal mare alla montagna, gli italiani lavoravano senza sosta pensando al futuro e ai figli.

Figli che hanno frequentato le scuole pubbliche e hanno partecipato alla vita culturale, sociale e politica locale, oscillante tra dittature e brevi periodi di governi civili, tra colpi di Stato ed elezioni non del tutto libere, con il movimento di Juan Perón (“peronismo”) vietato dal ’55 in poi. Fu proprio mentre l’ex presidente Perón era in esilio a Madrid che cominciò la “resistenza peronista” contro le successive dittature e i giovani si organizzarono in diversi gruppi lottando per “la giustizia sociale”, “la patria socialista”, e in grande maggioranza per “il ritorno di Perón”.

La repressione militare si scatenò contro l’opposizione, uccidendo o facendo scomparire 30.000 persone, tra argentini, italiani, italo argentini e di altre nazionalità. Naturalmente, la comunità italiana, di 920.000 residenti in Argentina, è stata molto colpita, come dimostrano gli archivi sui “desaparecidos” che il governo italiano ha consegnato alle autorità argentine dal 2012 in poi. I fascicoli che le autorità italiane portarono a Buenos Aires (e che ora si trovano nell’Archivo Nacional de la Memoria), includono lettere dei parenti di 46 cittadini italiani, 440 italo argentini e 176 di origine italiana, cioè in totale 662 “desaparecidos”.

“Sono nato in un centro clandestino di detenzione illegale, il commissariato 5mo. della città de La Plata (50 km di Bs As), il 12 marzo di 1977”, dice a La Voce di New York Leonardo Fossati, un nipote ritrovato nel 2004 grazie ai dati delle Nonne di Piazza di Maggio.

“Mio padre, Ruben, aveva 22 anni quando fu sequestrato nel gennaio del 77 insieme a mia mamma, Ines Ortega, di 17 anni, incinta. Ufficialmente loro due sono ‘scomparsi da quel momento’”, racconta Leonardo, che dodici anni fa ha avuto molti dubbi sulla sua identità e si è avvicinato alle Nonne per chiarire la sua origine.

“Una ostetrica mi lasciò a casa di una coppia senza figli che mi ha registrato con il loro cognome. Questa ostetrica morì nel 2002, quindi io non ho potuto avere nessuna informazione da lei e l’unica strada aperta erano le Nonne di Plaza de Mayo. Non avevo molte speranze… Invece le Nonne sono arrivate alla verità’”, spiega il giovane. E aggiunge: “Libertà, sollievo, sicurezza sono i sentimenti che ho provato quando sono arrivato a sapere chi ero veramente. Io non ero stato abbandonato, anzi, la mia famiglia biologica mi cercava da sempre, i miei genitori erano stati sequestrati!”

Leonardo ha partecipato nel 2011, a Roma, a un’ incontro di giovani italiani all’estero dove ha “conosciuto il problema di molti italiani che vivono all’estero e che costantemente ricostruiscono la loro identità sin da quando i genitori o i nonni hanno preso la decisione di emigrare”, dice. “Una ricostruzione che anch’io voglio fare, cercare le mie radici italiane”, afferma.

“Io sto mettendo in ordine i pezzettini di un grande rompicapo… mio nonno è morto, mi mancano i genitori… Ma in questo quadro c’è l’Italia. Le mie radici affondano nell’emigrazione. Voglio conoscere il passato della mia famiglia per capire meglio il mio presente”, riflette Fossati.

Leonardo non sa ancora da quale paesino, forse del Lazio, sia partito il bisnonno. Invece Maximo Menna, il nipote 121 ritrovato pochi giorni fa, ora sa che suo padre, Domenico, assassinato dai militari argentini nel 1976, era abruzzese e che nel dopoguerra fu portato in Sudamerica dai genitori. Maximo, medico, 40 anni, ha così conosciuto la drammatica storia di Domenico e di Anna Lanzilloto, incinta di otto mesi al momento del sequestro, dopo un test del DNA voluto dalle Nonne di Piazza di Maggio. Il risultato è stato confermato dalla conoscenza (e la somiglianza) di un fratello, Ramiro (43 anni) che Maximo è riuscito a riabbracciare. Purtroppo, come in quasi tutti i casi di nipoti ritrovati, nulla si sa di Anna, una dei 30.000 scomparsi, che partorì Maximo in un centro clandestino di detenzione.

Il nipote di Estela Carlotto, la presidente delle Nonne di Plaza de Mayo, si chiama Ignacio, è un musicista e fu ritrovato nel 2014. Sua madre, Laura Estela, fu sequestrata e assassinata dopo il parto il 26 giugno di 1978. Martin Amarilla Molfino, nato in un centro militare nel 1980, dopo la scomparsa forzata dei genitori nel ‘79 (e che nessuno cercava perché non si sapeva che la giovane madre Marcela fosse incinta al momento del sequestro) ha dovuto insistere per trovare le prove scientifiche di appartenenza a una famiglia. Martin ha tre fratelli, tutti con l’orecchio bucato come lui, molti zii e cugini. Sua nonna Molfino purtroppo fu sequestrata a Lima (Perù), deportata illegalmente e uccisa a Madrid dai militari argentini.

Insomma, le storie sono una più agghiacciante dell’altra. All’appello mancano ancora quasi 400 nipoti (oggi adulti) che “potrebbero vivere all’estero dopo la crisi economica argentina del 2001”, dice Fossati. “Ci arrivano molte domande di giovani che vivono in Italia e dubitano della loro identità”, chiedendo poi “tutto il supporto possibile” al lavoro delle Nonne di Piazza di Maggio.

Tra i nipoti ancora ricercati c’è Clara Anahi Mariani, che aveva tre mesi il 24 di novembre del ’76, quando la sua casa fu bombardata dai militari. La mamma di Clara, Diana Teruggi, morì durante la feroce aggressione e il padre, Daniel Mariani, che in quel momento era al lavoro, fu sequestrato il primo di agosto del ’77. Sia la nonna, Maria Isabel ‘Chicha” Chorobik (che oggi ha 93 anni ed è una delle fondatrici delle Nonne di Plaza de Mayo) sia il nonno, Enrique Mariani (violinista e direttore di orchestra che visse per alcuni anni in Italia) hanno cominciato subito le denunce.

A luglio del 83 il maestro Mariani ha diretto l’orchestra sinfonica del Teatro dell’Opera di Roma durante un concerto in Campidoglio in solidarietà con i “desaparecidos” e per la “democrazia in Argentina”, patrocinato dalla Giunta Capitolina e organizzato dai parenti degli italiani scomparsi. La fotografia della piccola Clara Anahi era appesa in piazza durante il concerto. Trentatré anni dopo il maestro è deceduto e “Chicha” cerca ancora la nipote.

La settimana scorsa la Conferenza Episcopale Argentina (CEA) ha annunciato l’imminente apertura di alcuni archivi della Chiesa cattolica sui “desaparecidos”. Con i registri parrocchiali di battesimi, non inclusi nell’apertura, “si sta facendo un lavoro diverso”, ha dichiarato mons. José María Arancedo, presidente della CEA. Se questo lavoro andasse avanti potrebbe essere utile per trovare finalmente verità sulla sorte dei nipoti dispersi.

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