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Il ponte tra l’America e l’Italia? La parola a chi lo costruisce

Incontro con l'ingegnere Antonio Nanni, una carriera all'insegna dell'accademia e dell'impresa

Uno dei ponti in costruzione di cui il Prof. Antonio Nanni parla nell'intervista

Il Prof. Antonio Nanni presiede il Department of Civil, Architectural & Environmental Engineering presso il College of Engineering della University of Miami, ed è allo stesso tempo professore ordinario al Dipartimento di Strutture per l’Ingegneria e l’Architettura all’Università Federico II di Napoli. Ecco l'Intervista a cura dell'ISSNAF

Il Prof. Antonio Nanni

Materiali innovativi per l’edilizia e l’ingegneria, in grado di resistere ai terremoti e alla corrosione operata dal tempo. È fatto anche di questo il “ponte” di intelligenze e di ricerca fra le due sponde dell’Atlantico, che ISSNAF vuole promuovere e far crescere. «L’eccellenza italiana non è solo nella moda o nel food, ma anche in mondi meno “sexy” come le costruzioni». Ne è sicuro Antonio Nanni, ingegnere strutturista la cui carriera non ha mai smesso di correre parallela fra USA e Italia, incrociando in modo virtuoso la ricerca e il mondo dell’impresa. Oggi Nanni presiede il Department of Civil, Architectural & Environmental Engineering presso il College of Engineering della University of Miami, ed è allo stesso tempo professore ordinario al Dipartimento di Strutture per l’Ingegneria e l’Architettura all’Università Federico II di Napoli.

Ci racconti la sua storia. Quando e perché è arrivato negli Usa?

“Dopo la laurea in Ingegneria civile all’Università di Bologna nel 1978, ho conseguito un master a Johannesburg, in Sudafrica, dove sono entrato in contatto con ricercatori dell’Università di Miami. Mi sono trasferito in Florida per sette anni, per un dottorato che poi è diventato un lavoro da membro della facoltà. A Miami mi sono sposato con mia moglie, italiana, poi il lavoro mi ha portato per nove anni alla Pennsylvania State University, per due a Tokyo e poi alla Missouri University of Science and Technology. A Miami sono tornato nel 2006; nel frattempo, nel 2002, è arrivata la chiamata, per chiara fama, all’Università Federico II di Napoli”.

Come ha vissuto questo ritorno in Italia, che sembra quasi la chiusura di un cerchio?

“Ho con l’Italia rapporti costanti e fortissimi. Per chi è stato educato e cresciuto in Italia, non è possibile cancellarla dal cuore. Credo inoltre che mantenere un rapporto solido con università e industria Italiana sia alla base di una continua crescita dal punto di vista umano e professionale. Nell’autunno 2016 ho passato tre mesi in Italia lavorando alla Federico II e in altre università. Abbiamo rapporti solidi con l’ateneo di Bologna, come il programma di dual degree, che permette a studenti della laurea specialistica di ingegneria di frequentare l’ultimo anno alla University of Miami, conseguendo due lauree, una magistrale in Italia e un master negli Usa. Tre studenti del Politecnico di Milano stanno scrivendo qui la loro tesi di laurea specialistica”.

I suoi “ponti” sull’Oceano Atlantico si limitano all’aspetto accademico?

“No, ho anche solidi rapporti con aziende italiane nel settore dei materiali innovativi. Grandi imprese come Mapei e Kerakoll finanziano progetti di ricerca qui negli USA e noi le aiutiamo ad ottenere la certificazione qui dei loro prodotti. Collaboriamo anche con aziende più piccole come Ruredil di Milano e ATP di Angri (Salerno), aiutandole a penetrare nel mercato nord-americano, e più in generale nell’internazionalizzazione dei loro prodotti”.

In che modo l’Italia rappresenta una palestra di creatività e di applicazione del suo lavoro?

“L’Italia è una palestra di tecnologia: il suo immenso patrimonio storico e l’alta sismicità hanno fatto sì che vi si sviluppasse una grande abilità nell’inventare e nel testare per primi prodotti edilizi innovativi. Tuttavia in molti casi è negli USA che questi materiali ottengono una diffusione e un riconoscimento più ampio. Il meccanismo è simile a quello dei vasi comunicanti: l’innovazione si genera spesso in Italia, ma l’adozione e l’implementazione dei nuovi prodotti avviene negli USA (e di qui nel resto del mondo), dove la burocrazia è più snella, poi, di ritorno, questo riconoscimento fa sì che quei materiali vengano accettati e immessi nel mercato anche in Italia”.

Un esempio concreto?

“In Italia non esiste un ponte in cemento armato costruito con barre di rinforzo in vetroresina, ma negli Usa sì: la costruzione di un ponte a cinque campate è cominciata il 9 gennaio scorso. Eppure quelle barre vengono prodotte in Italia, dalla ATP di Angri e l’impresa che ha vinto l’appalto è Astaldi. Questo perché negli USA l’ammissione di nuovi materiali nel mercato avviene in modo più snello. Prendiamo l’esempio della normativa per gli edifici in cemento armato: l’American Concrete Institute, un ente non profit e indipendente dallo Stato, è la fonte di tale normativa, che a sua volta viene inclusa nell’International Building Code, prodotto da un’altra non profit ICC (International Code Council). Questa normativa per la costruzione degli edifici, in continuo aggiornamento, viene adottata da ogni Stato degli USA. In Italia invece per aggiornare la normativa è necessario modificare le leggi dello Stato, con un iter dunque più lento e pesante. Ma se un prodotto viene certificato negli USA, diventa in qualche modo uno standard internazionale”

Quali sono i materiali innovativi di cui si occupa?

“Nel mondo delle costruzioni si usano tecnologie testate in altri settori: per esempio i materiali compositi costituiti da fibre di carbonio in una matrice polimerica, usate in aviazione da Airbus e Boeing. Queste tecnologie all’avanguardia trovano sbocco in due grandi settori dell’edilizia. Il primo è il settore del ripristino e della riabilitazione, di fondamentale importanza in Italia per il suo patrimonio storico e per il problema sismico. Il secondo è l’ambito delle nuove costruzioni in cemento armato, che hanno il problema della corrosione delle barre di rinforzo in acciaio; sostituire l’armatura d’acciaio con i compositi a base di fibre di vetro apre un mercato più che interessante”.

I rapporti fra ricerca e imprese dei due Paesi porta a progetti edilizi innovativi?

“Certo, riprendiamo come esempio il Halls River Bridge, un ponte veicolare a cinque campate che verrà edificato in Florida utilizzando diversi materiali composti di nuova generazione. Il ponte è costruito dall’italiana Astaldi, in veste di contractor, con compositi e cemento realizzati dalle italiane ATP e Buzzi Unicem. Fra le innovazioni che introduce troviamo anche l’uso di calcestruzzi e asfalti riciclati a sostituzione dell’aggregato naturale e l’utilizzo dell’acqua di mare per l’impasto del calcestruzzo, una soluzione ecologica. Il progetto è il frutto di una ricerca andata avanti due anni, che grazie alla cooperazione del Florida Department of Transportation (sorta di “ministero dei trasporti” dello Stato della Florida, ndr) è potuta diventare un vero cantiere”.

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