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James Marcolin, da Padova a New York in cerca di “Persone”

Intervista al giovane imprenditore che ha inseguito il suo sogno e oggi opera nel campo dell'Hospitality

James Marcolin, fondatore di "Persone"

Coraggio e ambizione, ma anche creatività e curiosità: il percorso di James Marcolin, 30enne padovano, è un esempio per tutti i giovani. Con una laurea in comunicazioni e traduzioni, ha deciso di cambiare vita fondando "Persone". E oggi si occupa di trovare personale nell'Hospitality. L'aspetto più importante? La personalità

Coraggio, ambizione, creatività e curiosità. James Marcolin, trentenne padovano, ci mostra come si può cambiare vita, tentare, rischiare, inseguendo i propri sogni, istinti. Prima la laurea in comunicazioni e traduzioni poi il passaggio nel mondo del cinema e in quello della ristorazione. Infine il sogno di imprenditore che lo ha portato a fondare “Persone”, la società che si occupa di trovare personale nel mondo dell’Hospitality. Partendo da un aspetto importante: la personalità.

Con James conosciamo la mappa semiotica della ristorazione newyorchese, i quartieri dove conviene investire e quelli di prossima espansione. Non mancano i sogni nel cassetto: aprire un ristorante che omaggia la cucina della nonna.

Da traduttore ad imprenditore passando per un’esperienza solida da general manager nell’Hospitality. Tutto questo a 30 anni.  Come sei arrivato a New York da Padova dove sei nato a cresciuto?

“Mi sono laureato all’Università degli studi di Padova in comunicazioni e traduzioni nel luglio 2009, specializzandomi  nella traduzione di testi politici e medici. La mia prima esperienza all’estero inizia nel 2006 a Montreal in un ristorante italiano per poi arrivare a NY nel 2009, per un corso sul cinema alla New York Film Academy dove. Tra le altre cose, realizzo anche un corto “ I am alive”. Ho all’attivo anche alcune esperienze per produzioni indipendenti ma la carriera nel  mondo del cinema di certo non era e non è tutt’ora facile”.

Com’è nata la tua passione?

“Dentro di me c’è stata sempre la passione per il mondo dell’Hospitality, la cultura del cibo, grazie anche ad alcuni membri della mia famiglia che sono nel settore con la gestione di hotel e ristorante. E grazie a mia bisnonna che gestiva un ristorante e dava anche ospitalità ai soldati durante la seconda Guerra mondiale. E ‘ lei che mi ha trasmesso la passione e l’amore per questo lavoro. Metto da parte la carriera cinematografica e rispondo ad un annuncio su Craiglist dove cercavano modelli-hosts . Ho cominciato come HOST allo Standard Grill in Meatpacking. Da li a  meno 6 mesi sono diventato Manager”.

Nasce Persone, da te fondata un anno fa che opera nel mondo dell’Hospitality.

“Persone nasce dalla mia idea e da un mio investimento. Ci tengo a precisare che non ci sono investitori e non é una start up. Sono un match-maker alla ricerca del profilo giusto per chi cerca personale nel mondo della ristorazione e Hospitality. Ho deciso di chiamare la mia società Persone perché, nella ricerca del profilo giusto per conto del cliente mi baso  moltissimo sulla personalità.

Prendo un primo contatto con i clienti che mi spiegano che tipo di figure ricercano e ci preoccupiamo di selezionare tutti I profili che fanno parte dello staff, non solo le figure manageriali. I miei clienti appartegnono ad una fascia alta sia nella ristorazione che nell’ospitalità. Mettiamo molta attenzione nella ricerca del profilo giusto”.

Quanto è importante il concetto di Hospitality?

“E’ importantissimo perché fa la differenza. La giusta Hospitality significa fare sentire il cliente a propio agio senza essere invadenti né troppo distanti. Significa prendersi cura del cliente, cercare di capire il suo carattere. Chi lavora in questo settore viene sottoposto ad un training molto rigido”.

Cosa occorre per avere una buona Hospitality?

“E’ un cultural label che sta dietro il ristorante. Significa che non solo il cibo è di grande qualità ma che si cura una parte molto importante relativa all’accoglienza, al training dello staff. Quando il personale al lavoro è contento, si lavora meglio e tutti ne beneficiano”. 

La tradizione dell’Hospitality affonda le sue radici in Europa. Che approccio hanno gli StatiUniti?

“Chiaramente seguono il modello europeo che da sempre si contraddistingue. Le realtà più di successo sono quelle che si ispirano all’ospitalità italiana, europea e ne adottano i modelli”.

La parte più difficile di questo lavoro?

“Quando il cliente non sa che profilo cerca”.

E quella che da più soddisfazioni?

“Quando il match è quello giusto e i clienti mi ringraziano per avergli trovato la figura che stavano cercando”.

New York però è famosa per due aspetti legati a questo settore: la difficoltà nel trovare personale adeguato e il turn over frequente nella ristorazione

“Perché è difficile trovare professionisti in questo settore. E poi perché in molti sono di passaggio nella Grande Mela. Infine, bisogna avere una staff continuo e per averlo devi cercare il profilo giusto e mettere lo staff nelle condizioni di lavorare in armonia. Solo così potrà svolgere il suo lavoro con eccellenza”. 

La ristorazione ha anche un’altra faccia: quella della crisi dei ristoranti che chiudono. Da cosa dipende?

“Dagli affitti che aumentano in maniera assurda, dal quartiere che cambia”.

James Marcolin e sua nonna: “Sogno di aprire un mio ristorante con omaggi la sua cucina”

A chi vorrebbe aprire un ristorante oggi dove consiglieresti e su quale cucina li orienteresti?

“Noho sta esplodendo con nuovi ristoranti. Quella parte che va da Noho e Bowery è sicuramente una parte della città dove consiglio di investire nella ristorazione. Il ristorante italiano insieme a quello francese sono un classico ma la cucina Latina di un certo livello e’ quella del futuro e  che diventerà molto trendy”.

Una mappa semiotica dei ristoranti a NY?

“Lower East side: giovane e ribelle con una cucina veloce, leggera e con una vocazione alla multiculturalità.  Williamsburg è hipster, biologico, farm-to table . Di giorno salutista ma di notte si va a mangiare l’hamburger o si va nelle steak house.

East Village conferma il suo carattere versatile ma molto giovane. Da queste parti vanno di moda i tacos,  le tapas, la cucina messicana, il cibo veloce e i locali piccoli.

A Noho e Soho lo stile dei ristoranti è modaiolo e fashion oriented mentre al meatpacking district c’è un po’ di tutto e i ristoranti sono un po’ più grandi e si orientano sulla cucina New American. A Midtown prevale la cucina italiana old school mentre a Hell’s Kitchen quella Latina americana, brasiliana. L’Upper West side non ha un’identità molto forte quando si parla di ristorazione mentre nel West Village, quartiere che adoro, c’è la cucina francese, italiana, new American, trendy, farm- to table, biologica.

Harlem sta crescendo molto e stanno crescendo gli stellati in questa zona. Astoria si conferma il quartiere più multiculturale con molta presenza di greci, indiani.

Se dovessimo invece andare per fasce di età e gusti, direi che gli uomini d’affari vanno al giapponese, i giovani si orientano su locali dove si possono gustare ottimi cocktail ma anche la nuova cucina italiana, americana. I salutisti cercano locali dove servono biologico, vegano, vegetariano e le famiglie le pizzeria e i locali American casual”.

Il sogno nel cassetto di James.

“Non uno ma due. Il primo, è quello di aprire un ristorante mio che omaggia la cucina di mia nonna: un ristorante casual ma con gusto , che predilige la qualità, farm to table, molto accogliente dove il cliente è coccolato. Un altro sogno è quello di convertire una brownstone in un home restaurant con tre ambienti diversi con la cucina che sarà curate da uno con chef privato. Un posto dove sentirsi a casa”.

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