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La vecchia e la nuova patria. L’identità problematica degli italoamericani

La grande immigrazione italiana negli USA del XX secolo e le sue conseguenze psicologiche e sociali

Immigrati italiani negli USA.

I genitori restavano fedeli alle proprie origini; i figli aderivano al sogno americano e americani volevano essere considerati. Ma i membri della seconda generazione di italoamericani, nel corso del XX secolo, hanno affrontato un enorme dilemma nello scegliere la propria identità culturale. Con l'obiettivo, il più delle volte, di accedere a una mobilità sociale verso l'alto

I membri della seconda generazione, durante i primi decenni del XX secolo, hanno affrontato un enorme dilemma nel scegliere la propria identità: a casa vivevano la cultura italiana, fuori, nel mondo esterno, erano esposti alla cultura americana. Spesso si sentivano ai margini di entrambe le culture difficili da amalgamare. Da un lato, potevano identificarsi come italiani.Tale identità dava loro una certa soddisfazione nell’essere membri di un gruppo etnico di uguali, ma rischiavano l’esclusione da altri americani rendendo più difficile il loro processo di mobilità sociale.

Dall’altro lato, potevano identificarsi come americani. Tale identità era attraente perché aumentava l’opportunità di mobilità sociale ma era più rischiosa della prima a causa del pregiudizio e discriminazione verso di essi che non venivano accettati nei gruppi primari. Infatti, durante questi decenni, il pregiudizio verso gli italiani era dominante, venivano chiamati: wop, dago, guinea, rif-raf, greaseball. Chi si identificava come americano rischiava un doppio rigetto: dagli americani ma anche dagli italiani dovuto alla diserzione dal loro gruppo etnico.Gli sforzi da parte di insegnanti e assistenti sociali per americanizzarli venivano risentiti dai loro genitori come una intrusione sulla sovranità delle loro famiglie.

Spesso è stato asserito, da studiosi di scienze sociali, che questo conflitto culturale ha creato nei membri della seconda generazione delle difficoltà psicologiche. Child, in una sua ricerca sugli italoamericani della seconda generazione di New Haven nel Connecticut, ha messo in evidenza il dramma affrontato da essi in riferimento ai loro usi, costumi, mete, attività e credenze. Analizzando questo conflitto interno, egli ha elencato tre modi diversi per risolvere il conflitto: “rebel”, “in group”, “apathetic”. Questi diversi modi, secondo lui, sono differenziati da guadagni o perdite che l’individuo  ottiene nel scegliere l’uno o l’altro tipo. In altre parole, per fare fronte a questo dilemma psicologico, la risposta “in group”, identificandosi come italiano e il tenore di vita italiana nella società americana molto diversa, era una risposta abbastanza sentimentale. La risposta “rebel”, identificandosi come americani, era una reazione all’identità italiana considerata inappropriata nella società americana.La risposta “apathetic” negava questo dilemma e l’esistenza del pregiudizio e discriminazione verso gli italiani. Chi optava per questa risposta restava nel gruppo etnico italiano per inerzia, piuttosto che veramente sentita. L’identità americana richiedeva che gli italiani dovevano abbandonare i loro legami al proprio gruppo etnico senza alcuna garanzia di essere accettati dagli americani bianchi, pertanto tanti italoamericani della seconda generazione cadevano nella categoria che Child ha definito identità “apathetic”.

Ovviamente questa tipologia rispiecchiava il gruppo studiato da Child non necessariamente l’intera seconda generazione in altre città e Stati. Infatti Gans sostiene che la seconda generazione da lui studiata in un quartiere di classe operaia italoamericana a Boston, non era assillata dal processo di assimilazione e non mostrava le caratteristiche del tipo “rebel” e “in group” descritte da Child, vagamente mostrava le caratteristiche del tipo “apathetic”.

L’ascesa sociale dei membri della seconda generazione era, spesso, lenta e affetta da regressi dolorosi e varie difficoltà, dovute anche al pregiudizio e discriminazione nei loro confronti. Di solito, entravano il mercato del lavoro a livelli bassi, i cui salari erano al di sotto dei coetanei americani. I loro progressi sono stati relativi anche percé la loro realizzazione educativa era in media al di sotto di altri americani bianchi. Covello ha documentato che gli adolescenti italoamericani avevano una bassa percentuale nel completare la scuola d’obbligo paragonati ad altri gruppi. Secondo Kesner il 10% di ragazzi italoamericani di New York non frequentava affatto la scuola. Anche Mario Puzo, nel suo romanzo “The Fortunate Pilgrim”, ha descritto il conflitto culturale di Ottavia, italoamericana della seconda generazione, con la madre immigrata, Lucia Santa, incapace di prevenire il conflitto tra valori italiani e americani che assillavano Ottavia.

I membri della seconda generazione cercavano di allontanarsi dalla cultura in cui venivano educati, che li scoraggiava nel diventare americani. Jerre Mangione, nel suo “Mount Allegro”, riporta: “When I grow up I want to be an american”, così dicevano il suo fratello e sorelle.Mentre i loro genitori ricordavano loro di essere italiani. La madre li sgridava: “…in questa casa voglio solo sentire la lingua italiana… non voglio che i miei figli non sanno parlare la lingua dei loro genitori” che, tutto sommato era solo il siciliano, un dialetto italiano. Era consentito loro di parlare inglese solo fuori, nel mondo esterno. Ben presto acquisirono l’idea che erano italiani a casa e americani altrove.Un altro scrittore italoamericano, John Fante in “Dago Red”, una raccolta di racconti brevi, alcuni autobiografici, descrive la quotidianeta` della classe operaia italoamericana del Colorado e il conflitto  culturale della sua generazione nel sentirsi italiani per emozione e americani per convinzione.I membri di questa generazione venivano insultati con epiteti come: wop, guinea, dago.Spesso si sono sentiti insicuri anche del loro cognome che terminava con una vocale. Alcuni, per trovare lavoro, hanno aggiunto delle consonanti o tagliate delle vocali per farlo sembrare meno italiano. John Fante in “Ask The Dust”, il suo primo romanzo, descrive l’insicurezza di Arturo riguardo al suo cognome.Quando Camilla, la sua ragazza messicana, gli chiede:” Ti piace il tuo cognome? Non avresti desiderato che fosse Johnson, Williams o altro? Lui arrabbiato risponde con insulti e Camilla non esita a chiamarlo “dago”.

I sociologi White e Gans, nel descrivere le comunità da loro studiate, mettono in rilievo il desiderio della seconda generazione di abbandonare la cultura in cui crescevano per raggiungere una mobilità verso l’alto. Alcuni ragazzi della “Street Corner Society” descritta da White affrontavano la mobilita` sociale frequentando l’università. Anche per Gans, nella sua ricerca di un quartiere italoamericano di Boston, la mobilità verso l’alto diventava un’avventura individuale, un desiderio personale per avvantagiarsi delle opportunità che l’America offriva. Alcuni italoamericani da me contattati mi hanno parlato del loro senso di marginalità tra le due culture: quella italiana da cui volevano separarsi e quella americana in cui avevano difficoltà ad essere accettati perché stigmatizzati  come wop, guinea, dago.

Questa generazione ha avuto un compito abbastanza difficile nel riconciliare la sovranità psicologica della sua gente con le aspirazioni ed esigenze di sentirsi americani. Per i loro genitori la scelta di identità era chiara: mantenere la sovranità dei vecchi modi e in tal modo chiudere ermeticamente alle minacce di nuovi modi strani della società americana. Per i loro figli, al contrario, l’identità diventava un problema complicato. Essi non potevano mantenere lo stesso grado di isolamento dei loro genitori. Infatti, dovevano affrontare le istituzioni americane: prima le scuole, in seguito una varietà di ambienti culturali, economici, militari, ciò che era una scelta facile per i loro genitori, diventava una fonte di conflitto per loro. I loro genitori cercavano di nutrirli con la vecchia cultura per inculcare un senso di sfiducia e cinismo verso il mondo esterno, quotidianamente ridicolizzavano aspetti della quotidianità americana per ripararli dalla sua cultura. I loro figli, in tal modo, venivano ingarbugliati tra due mondi diversi e vivevano con estrema tensione: frequentavano la scuola, apprendevano la lingua inglese e confrontavano la cultura americana. La scuola, i media e i datori di lavoro implicitamente insegnavano loro che il sistema di vita italiana era inferiore, mentre la comunità italiana dei loro genitori cercava costantemente di rinforzarla. Il processo di acculturazione della seconda generazione diventava, così, agonizzante nell’aggiustarsi a due mondi diversi e raggiungere un compromesso tra i loro modi di vita inconciliabili. Essi, più di altre generazioni, hanno sofferto una crisi di identità entro se stessi.

Il 3 ottobre del 1965 il congresso americano approvò una nuova legge che portò dei cambiamenti nella politica di immigrazione degli Stati Uniti.Tale legge abolì il sistema di “quote” e comportò un aumento dell’immigrazione italiana, specie negli anni successivi alla sua approvazione.Le professioni e i mestieri dichiarati da questi nuovi immigrati sono stati vari: operai specializzati, artigiani, tecnici, con figli che avevano frequentato le scuole medie e anche superiori in Italia. Questi immigrati più istruiti di quelli arrivati nei primi decenni del XX secolo, hanno affrontato la società americana con difficoltà di gran lunga minori. Hanno incoraggiato i loro figli a frequentare l’università per raggiungere un successo professionale e hanno partecipato attivamente alla vita comunitaria e a varie attività associative. L’ambiente americano li ha spronati verso maggiori aspettative per un futuro migliore in una società, dove il pregiudizio e la discriminazione verso gli italiani era in declino. Essi sono arrivati in America negli anni Sessanta e Settanta, gli anni della “febbre etnica”, quando la teoria del “Melting Pot” veniva opposta dal “Multiculturalismo” che invogliava gli immigrati a conservare la propria identità e cultura entro la struttura di una società pluralista, e al tempo stesso, mantenere un forte attaccamento alla società ospite.

Sono stati questi immigrati che hanno creato le Federazioni Italoamericane del Queens, Brooklyn e del Bronx, unendo le tantissime piccole società paesane di mutuo soccorso in Federazioni. Sono stati loro che hanno rimodellato le vecchie associazioni o ne hanno creato delle nuove la cui azione non era più, semplicemente, basata sul mutuo soccorso e su attività paesane prettamente ricreative, ma era finalizzata a promuovere simultaneamente attività culturali, politiche e sociali. Questi immigrati, più istruiti e politicizzati, si sono battuti per ottenere più benefici dalle istituzioni americane nei loro confronti. Essi hanno cercato di raggiungere ben presto non solo un’assimilazione culturale, ma anche strutturale incoraggiando i loro figli a frequentare l’università senza mai perdere l’identità italiana. I figli di questi immigrati nei vari Campus universitari da loro frequentati hanno contribuito a creare clubs italiani in cui, lo scopo principale era di promuovere la cultura italiana tramite conferenze e visioni di film italiani, in cui la presenza di studenti americani di altre etnie era rilevante. Questi clubs hanno funzionato anche come luoghi di storie d’amore, che hanno contribuito a matrimoni misti. I figli di questi nuovi immigrati si sono ben integrati nella nuova società, alcuni come “padroncini” di imprese edili e della ristorazione, altri in tante attività professionali, e ben presto hanno praticato usi e costumi americani come: matrimoni con membri di altre etnie e divorzi. Il familismo e parrochialismo dei loro genitori è stato, man mano, sostituito dall’individualismo e la loro identità italiana si è un po’ indebolita. La lingua parlata in casa è stata l’inglese più che l’italiana e i loro figli, nella maggioranza dei casi, sanno poco degli usi e costumi italiani, tanto meno della cultura italiana. Questa seconda generazione, più istruita e ben inserita nella struttura sociale americana, a differenza di quella cresciuta negli anni Trenta e Quaranta, quando la discriminazione verso gli italiani era molto accentuata, non ha sofferto tanto un conflitto di identità, ma una ribellione al vecchio mondo dei loro genitori. Man mano che crescevano, hanno assorbito la cultura americana nella scuola, nella strada, nel mondo del lavoro, nel tempo libero.

Gradualmente è emerso in tanti di loro un gran desiderio di autonomia personale che li ha spinti a ribellarsi al vecchio ethos famigliare dove ogni membro doveva contribuire al benessere della famiglia, accantonando il loro desiderio di successo personale. Tanti si sono ribellati al messaggio ambivalente dei loro genitori, che da un lato li incoraggiavano a frequentare l’università per facilitare la loro mobilità sociale, e dall’altro lato li scoraggiavano a non cambiare: “Andate nel mondo americano ma non diventatene parte, seguite ciò che vi è stato insegnato in casa”. Parecchie ragazze più dei ragazzi che hanno frequentato l’università, si sono ribellate alla vecchia ideologia della famiglia patriarcale, in cui la donna era sottomessa ai lavori casalinghi e che le sue opportunità di lavoro nel mondo esterno fossero ristrette. I titoli universitari da loro acquisiti, le hanno aiutate ad inserirsi in varie attività professionali a tempo pieno, assicurandole una indipendenza economica che ha concesso loro, in casi di conflitti con i genitori, a vivere libere e indipendenti fuori dalla comunità etnica e dalla famiglia.

Questi ragazzi/e, man mano che si sono ben integrati nel nuovo paese, sono stati esposti, quotidianamente, a usi e costumi americani accantonando un po’ gli usi e costumi praticati dai loro genitori, considerandoli inadeguati nel nuovo paese e sentendosi a loro agio con lo stile di vita americana. Quando, nella loro interazione sociale giornaliera con altri americani, venivano identificati come italiani hanno, il più delle volte, risposto: “Sono nato/a nel Bronx, nel Queens, a Brooklyn”, identificandosi come americani pur conservando un legame sentimentale verso l’identità italiana, una identità che è iniziata ad attenuarsi e che si è indebolita ancora di più nelle nuove generazioni. Essi hanno sentito meno il bisogno di subordinare le loro esigenze personali a quelle della famiglia e come i loro coetanei americani, hanno desiderato di emenciparsi dalla sottomissione agl’interessi dell’intera famiglia. Il loro comportamento è diventato prettamente individualistico. Sono individui, che hanno affrontato una diversità di esperienze etniche che ne hanno determinato la loro identità.Per soddisfare le proprie ambizioni si sono concentrati sui loro sacrifici personali. L’attaccamento ombelicale dei loro genitori alla famiglia è stato accantonato. La loro routine quotidiana e anche il loro tempo libero si è concentrato verso il mondo esterno seguendo le loro ambizioni. L’ethos familistico dei loro genitori è stato sostituito da un ethos associativo con estranei per raggiungere i loro obbiettivi.Gradualmente la loro identità etnica si è un po’ sbiadita, spiecialmente nelle famiglie di matrimoni misti. A differenza degli italoamericani della seconda generazione degli anni Trenta e Quaranta, il loro, più che conflitto di identità, e stata una ribellione al messaggio ambivalente dei loro genitori che li incoraggiavano a frequentare l’università per affermarsi nel nuovo mondo, ma di non cambiare e di ritenere gli usi e costumi del vecchio mondo.

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