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Giuliano Gerbi: con la radio restituì agli emigrati la voce dei parenti in Italia

Radiocronista dell'EIAR seguì le imprese di Gino Bartali; perse il lavoro con le leggi razziali del 1938; poi negli USA emozionò gli italoamericani

di Sandro Gerbi

Giuliano Gerbi nei primi anni Cinquanta in una regione del Sud d'Italia durante una delle sue interviste ai parenti dei migranti italiani in America

Giuliano, secondo di tre fratelli, era nato a Firenze nel 1905, ma cresciuto a Livorno in una famiglia della buona borghesia ebraica... Dal ’28 aveva collaborato sempre più intensamente anche con l’EIAR, contribuendo alla riorganizzazione della redazione sportiva ed effettuando per la prima volta in Italia radiocronache di sport in diretta. Un giorno del 1938, improvvisamente, «destandosi da sogni inquieti» come il protagonista della Metamorfosi kafkiana, si trovò «mutato in un insetto mostruoso». Che fare? Non rimaneva che andarsene dall’Italia...

Giuliano Gerbi

Giuliano Gerbi, chi era costui? Sì, il fratello di mio padre Antonello, braccio destro del banchiere Raffaele Mattioli. Ma oggi il suo nome non dice nulla ai più. Eppure ci fu un tempo in cui tutti lo conoscevano: in particolare quando l’EIAR (la RAI di allora) lo incaricò di seguire come principale radiocronista il Tour de France, in programma dal 5 al 31 luglio del ’38. Cosa che fece, raggiungendo con le sue brillanti cronache l’apice della notorietà. Piaceva molto la voce calda e la dizione impeccabile, da buon toscano qual era, con cui commentò giorno per giorno la storica vittoria del conterraneo Gino Bartali. Insomma, Giuliano sarebbe potuto diventare un Niccolò Carosio o un Sandro Ciotti. E invece…tre mesi dopo il Tour, a causa delle «leggi razziali», l’EIAR lo licenziava in tronco e lui si trovava costretto ad abbandonare l’Italia. Un vulnus (non solo professionale) da cui non si sarebbe mai più ripreso, nonostante alcuni successivi exploits che ricorderò in questo articolo.

Giuliano, secondo di tre fratelli, era nato a Firenze nel 1905, ma cresciuto a Livorno in una famiglia della buona borghesia ebraica. Il padre era un agente di cambio, la madre casalinga di origine veneziana (una sorella, Olga, aveva sposato il leader socialista Claudio Treves). Nel ’19, dopo alcuni anni trascorsi a Roma, i Gerbi si erano trasferiti a Milano, dove Giuliano si laureava alla «Bocconi». Nel frattempo, favorito anche dalla bella presenza, aveva stretto rapporti cordiali con la jeunesse dorée dell’epoca, come Ulrico Hoepli e Giuseppe («Popi») Bolchini. Di politica non si interessava. Invece il giornalismo sportivo lo aveva immediatamente attratto. Ancora studente iniziò a scrivere per il quotidiano del pomeriggio «L’Ambrosiano», dove percorse i vari gradi della carriera, fino a diventare inviato speciale. Sue specialità il tennis, il calcio, lo sci e il ciclismo. Dal ’28 aveva collaborato sempre più intensamente anche con l’EIAR, contribuendo alla riorganizzazione della redazione sportiva ed effettuando per la prima volta in Italia radiocronache in diretta di partite di tennis (coppa Davis), di gare automobilistiche in Italia e all’Estero, di gare di sci, di vari Giri d’Italia, ecc.

Insomma nel ’38, a soli trentatré anni, era lanciatissimo. Invece un giorno, improvvisamente, «destandosi da sogni inquieti» come il protagonista della Metamorfosi kafkiana, si trovò «mutato in un insetto mostruoso». Che fare? Non rimaneva che andarsene dall’Italia.

Il primo a partire – il 14 settembre del ’38 – era stato il più piccolo dei fratelli, Claudio, medico in carriera. Destinazione, gli Stati Uniti (dove sarebbe rimasto per sempre). Mio padre poche settimane dopo si imbarcò sul «Rex» e, con breve tappa a New York, raggiunse il Perù dove Mattioli lo aveva piazzato nella principale banca locale, controllata dalla Comit. Giuliano fu l’ultimo ad andarsene, in autunno inoltrato. Prima tappa Parigi, dove rivide l’amico Giovanni Malagodi, futuro leader del Partito liberale e all’epoca direttore generale della Sudameris, ovvero la holding che raggruppava le partecipazioni latino-americane della «Commerciale» (escluso la banca di Lima). Tramite Malagodi, Giuliano ottenne un modesto impiego bancario a Barranquilla, fetido porto della Colombia, prima di riuscire a farsi traferire nella capitale, Bogotà. Lima non era dietro l’angolo, ma riuscì a farvi una rapida puntata, incontrando Antonello e, per l’ultima volta, il padre Edmo, ormai «peruano» a tutti gli effetti.

Giuliano con la moglie, la figlia e lo zio

Nella primavera del ’42, stanco di questo estenuante vagabondare, mollò gli ormeggi e tornò negli Stati Uniti, riunendosi a Claudio, che all’epoca viveva ancora a Boston. E si adattò a fare il contabile in una ditta che vendeva abiti a rate: compenso 14 dollari a settimana. Fatale che cadesse in depressione, nonostante il sostegno psicologico del fratello. Un giorno, però, accadde un miracolo, che gli risollevò l’umore e le finanze. Un amico, Erberto Landi (in realtà Levi), annunciatore di una stazione-radio italiana di New York (WOV), lo chiamò e gli chiese se era interessato a lavorare per il programma mattutino di news (in italiano) della stessa emittente. Giuliano accettò subito e lasciò Boston, precedendo di alcuni mesi il fratello. Di lì a poco, alle 6 antimeridiane, la sua bella voce riprese a volare sulle onde della radio. Non aveva l’immensa platea dell’EIAR, ma iniziava pur sempre un lavoro a lui più consono e foriero – come vedremo – di interessanti sviluppi.

Già nell’estate del ’42 Giuliano era stato ingaggiato dal multilingue servizio radiofonico che faceva capo all’Office of War Information (un ente propagandistico appena creato dal presidente Roosevelt). Non una sinecura, bensì un lavoro dagli orari impossibili, oltre tutto sottoposto a defatiganti censure politiche e militari. Ma funzioni e stipendio andarono a poco a poco migliorando. Fino al grande balzo, dopo l’armistizio dell’8 settembre ’43. Si apriva infatti un periodo cruciale per la guerra in Italia e gli Usa volevano aumentare il numero delle trasmissioni dirette verso la Penisola. Giuliano era considerato il più professionale fra i tanti colleghi della Sezione italiana, con la sua dizione perfetta, nitida, ben ritmata, senza cantilene e senza la più piccola incertezza o papera. Ricordo che nel dopoguerra criticava sempre gli errori dei colleghi italiani (alla radio e poi alla tv) nella pronuncia delle parole straniere e diceva che, se avesse potuto farsi dare un dollaro per ogni storpiatura, sarebbe diventato miliardario.

Fatto sta che a New York gli venne affidato un commento radiofonico giornaliero, che andò in onda per la prima volta il 27 settembre del ’43. Con scarsa fantasia, la produzione gli affibbiò lo pseudonimo di «Mario Verdi», ma va detto che la sua era l’unica trasmissione ‘firmata’ della Sezione italiana della «Voice of America». Durava 15 minuti e andava in onda due volte al giorno.

Venendo ora ai contenuti delle sue trasmissioni, va detto che Giuliano, non poteva far altro che attenersi alle direttive ricevute. Ma, a poco a poco, i suoi commenti si affinavano, l’esperienza giornalistica faceva premio sui vincoli politici e la sua popolarità aumentava, anche se non avrebbe mai raggiunto quella dei suoi colleghi di «Radio Londra». Tecnicamente i suoi programmi erano trasmessi a Londra via onde corte e poi dall’Inghilterra ritrasmessi in Italia a onde medie, quindi con una maggiore facilità di ricezione. Il che si poté constatare grazie anche al continuo aumento di lettere che gli arrivavano, oltre che da prigionieri di guerra italiani, dai suoi concittadini, specie dopo lo sbarco alleato in Sicilia, nel luglio 1943.

Le trasmissioni erano tutte strutturate allo stesso modo. Uno speaker annunciava che stava per andare in onda il programma di «Mario Verdi». Poi lo stesso speaker o Giuliano, a seconda dei periodi, davano una sintesi delle notizie principali dai vari fronti di guerra (che venivano ripetute alla fine). Quindi iniziavano i 15 minuti di «Mario Verdi», dapprima più orientati verso i semplici fatti di cronaca, poi, nel corso del tempo, esprimenti anche opinioni che naturalmente ricalcavano la politica ufficiale del governo americano. Il tutto ben costruito, con giusto senso del ritmo e con una crescente dimostrazione di familiarità per le cose italiane.

Da fine settembre 1943 alla liberazione d’Europa, nel maggio 1945 (e oltre, ma qui non interessa), «Mario Verdi» seguì passo passo i principali eventi bellici e di politica internazionale, attenendosi strettamente alle direttive riguardanti l’Italia. Avrà invece via libera contro Hitler e i soldati tedeschi, di cui denuncerà costantemente le crudeltà commesse a danno dei civili. Si tenga presente che il periodo considerato è quello del dopo-El Alamein e del dopo-Stalingrado, che vede quindi il susseguirsi di sempre più pesanti sconfitte naziste.

Giuliano sottolineava l’odio secolare degli italiani per i tedeschi. Mostrava gratitudine per gli italiani che aiutavano prigionieri alleati a fuggire. Ricordava anniversari rilevanti, come il 19 ottobre 1812, quando Napoleone aveva iniziato la propria ritirata dalla Russia. Annunciava, il 29 ottobre 1943, la fine dell’oscuramento a NY, per il cessato pericolo di un’invasione tedesca. Ripeteva che i fascisti e i nazisti sarebbero stati sottoposti a una severa epurazione e che l’Italia avrebbe ottenuto di autodeterminarsi su basi democratiche. Non nascondeva le perdite e le difficoltà alleate nella risalita della Penisola. Criticava gli errori della politica isolazionista americana prima di Roosevelt. Sosteneva l’azione dei partigiani italiani e jugoslavi (che chiamava sempre «patriotti»). Mostrava entusiasmo per la decisione di far combattere soldati italiani al fianco di quelli alleati («cobelligeranza»).

In occasione del Natale ’43, ricorda la festività con toni caldi: «Oggi più che mai è vivo il sentimento nostalgico dei tempi antichi. Nostalgia di caminetti con ceppi crepitanti. Di rintocchi gioiosi di campane. Nostalgia di castagne, di torte di ricotta, di panettoni, di buon vino tratto dalle viti nostrane. Di piatti tradizionali, di suono di cornamuse e di pifferi. Di danze in costume. Di volti sereni e sorridenti. Nostalgia di Pace soprattutto» (19 dicembre 1943). Impossibile per gli ascoltatori immaginare che al microfono stesse un ebreo costretto all’esilio dal regime fascista. 

Altrettanto curiosa appare, qualche giorno dopo, la celebrazione del compleanno di Stalin: «Oggi il Maresciallo Stalin compie 64 anni. Nell’intera vita politica e militare dell’Uomo di stato sovietico, quello odierno è forse l’anniversario più lieto. Il regalo più ricco gli è giunto dai suoi soldati. Il premio più ambito […] [per aver] fatto quanto era nelle sue possibilità per il bene del suo Paese. Tali sue doti sono emerse dapprima attraverso la sua politica in tempo di pace. Attraverso la intensa campagna per elevare lo spirito del popolo russo, per rendere a questo popolo, schiavizzato dagli Zar, la coscienza della propria forza nazionale» (21 dicembre 1943).

Gli esempi potrebbero continuare. Ma mi limiterò qui a menzionare un’ultima trasmissione, quella del 17 luglio 1944, dove Giuliano racconta la liberazione della città in cui aveva vissuto la propria infanzia, Livorno. Una sua compagna di scuola, l’ebrea livornese Laura Castelfranchi, ricorderà nei primi anni Ottanta: «Non posso dimenticare la commozione che mi prese il 19 [recte 17] luglio 1944 quando, nascosta sui monti della Versilia, udii Giuliano Gerbi, che […] annunciava la liberazione di Livorno ricordando la scuola delle Quattro Stagioni dove aveva studiato». Addirittura aveva riconosciuto, nella voce di «Mario Verdi», il suo antico compagno di scuola. Ma il riconoscimento non doveva essere stato difficile, alla luce delle parole pronunciate da Giuliano: «Ascoltatori italiani, buona sera. […] Molti ricordi mi legano a Livorno. Alcune tombe, in un cimitero fuori porta, sulle quali spero un giorno poter portare ancora un fiore; le aule della scuola elementare delle «Quattro Stagioni» e quelle del ginnasio «Guerrazzi» dove ho passato alcuni anni della mia prima giovinezza, il circolo «Fides» dove Beppe Nadi, padre degli olimpionici [i fratelli Nedo e Aldo], mi ha insegnato la scherma, la «Baracchina» dell’Ardenza dove ho avuto i più buoni gelati della mia vita e cento e cento altri».

A conferma della fama raggiunta, ben presto i giornali fascisti presero ad attaccarlo: «L’ex redattore sportivo Giuliano Gerbi, alias Mario Verdi, ha abbandonato le cronache ciclistiche per le radio-concioni retribuite in dollari. Allora sarà come dire: dalla foratura alla foraggiatura, dall’Arena all’avena, dal Giro d’Italia al Tiro all’Italia!». In compenso, continuava a ricevere centinaia di lettere al mese da parte di ascoltatori italiani molto contenti di ascoltarlo e le lodi di vari giornali antifascisti, a mano a mano che il Paese veniva liberato.

Nel dopoguerra, divenuto cittadino Usa, Giuliano continuò a lavorare per le principali stazioni commerciali italo-americane (WHOM e WOV), oltre che per la «Voce dell’America», passata sotto il controllo del Dipartimento di Stato. Verso la fine del ’49, però, la WOV gli propose di rientrare in Italia per realizzare un programma particolare, promosso da un’azienda alimentare Usa denominata «Progresso». Volendo incrementare le proprie vendite nella folta colonia italo-americana di New York e dintorni (all’epoca più di 2 milioni di persone), la «Progresso» aveva fatto una proposta commerciale ai propri clienti: «mandateci dieci etichette dei nostri pomodori pelati e in cambio noi vi faremo ascoltare alla radio le voci dei vostri cari rimasti in Italia». Un’idea geniale (oggi impensabile, in tempi di social network dilaganti), per realizzare la quale fu ingaggiato per l’appunto Giuliano.

Giuliano Gerbi al lavoro

Questi, dall’inizio del ’50 cominciò dunque a girare in lungo e in largo l’Italia, soprattutto meridionale. Organizzava i viaggi basandosi sulle richieste ricevute dalla «Progresso». Due o tre volte, quando villeggiavamo ai Ronchi, presso Forte dei Marmi, mi portò con sé. Mandava cartoline prestampate e convocava le persone nelle sedi dei vari Comuni, nelle parrocchie o addirittura in luoghi all’aperto. Poi registrava sui primi apparecchi professionali a nastro della Geloso, tornava alla base e, di fronte ai miei occhi ammirati, montava il tutto eseguendo un veloce taglia e cuci, dettando poi con piglio sicuro i brani di collegamento. Infine, spediva fisicamente le bobine in America, pronte per la trasmissione.

In tempi di comunicazioni difficili, fu un successo travolgente. Quelle voci incerte, quasi sempre in dialetto, provenienti dal fondo dell’Italia contadina, suscitarono un’intensa commozione anche nel pubblico generico di lingua inglese. All’inizio il programma, denominato «La Grande Famiglia», andava in onda cinque volte a settimana, un quarto d’ora alla volta. Nel ’53 si era già passati a diciotto trasmissioni alla settimana, tre volte al giorno, guadagnandosi anche un pubblico elogio da parte del presidente della Repubblica Luigi Einaudi. Quello stesso anno Giuliano perse l’amata consorte tedesca Ilse Malten, colpita da un attacco di poliomielite, e rimase vedovo con una bimba in tenera età, Vivian, nata nel ’50.

Per undici anni – con base a Roma, a Positano e successivamente ancora a Roma – realizzò il suo programma, che però nel ’61 fu interrotto, perché ormai gli italo-americani di prima o seconda generazione erano quasi tutti morti. Stanco di viaggiare e con una bimba a carico, si trasferì a Milano, anche per essere accanto al fratello Antonello. Riprese in parte il lavoro paterno di Borsa, operando come remisier (percepiva una commissione dall’agente di cambio Ettore Fumagalli sugli ordini di Borsa procurati). Continuò pure nell’attività giornalistica, collaborando con vari fogli inglesi e scrivendo commenti di Borsa quotidiani per un’agenzia di stampa. Tutto ciò fino al gennaio ’76, quando – pare per un colpo di sonno – precipitò da un viadotto autostradale mentre si recava in macchina nel suo buen retiro di Roquebrune, vicino a Mentone. Aveva appena compiuto settant’anni. E non si era mai veramente ripreso né dal feroce insulto del ’38 né dalla prematura perdita della moglie.

Nei primi anni Novanta, venni a sapere che Giuliano nel ’49, passata la tempesta, aveva tentato di essere riassunto alla RAI, sempre che fosse stato possibile mantenere il suo passaporto americano. Si sarebbe volentieri occupato del proprio cavallo di battaglia, il ciclismo. Me lo raccontò l’ormai anziano Antonio Piccone Stella, già responsabile dei servizi giornalistici della RAI nel dopoguerra, da me intervistato a Roma il 18 ottobre del ’93. Era diventato amico di Giuliano negli anni Trenta, quando entrambi lavoravano all’EIAR, il primo come inviato sportivo, il secondo come caporedattore del «Giornale Radio».

Quando Giuliano chiese a Piccone Stella se esisteva per lui qualche possibilità di reintegro, questi ci pensò seriamente, ma alla fine gli rispose di no. E gli preferì Mario Ferretti, un più giovane giornalista sportivo con non trascurabili trascorsi fascisti. Motivo? Ferretti aveva una dote preziosa: negli arrivi in volata di gare o tappe ciclistiche, in tempi di fotofinish inesistenti o ancora abbastanza lenti, era in grado di comunicare subito al pubblico degli ascoltatori l’ordine preciso con cui i corridori avevano tagliato il traguardo. Divenne famoso per aver pronunciato, in apertura di una delle sue prime radiocronache, nel ’49, la frase «Un uomo solo è al comando». Alludeva, come è noto, a Fausto Coppi, che si apprestava a vincere il suo terzo Giro d’Italia. Pochi anni più tardi, Ferretti si innamorò dell’ex diva del regime Doris Duranti, abbandonò la famiglia e se la filò con lei nella Repubblica Dominicana.

Quella però è un’altra storia. Per Giuliano il rifiuto fu l’ennesima amarezza. E per il vecchio Piccone Stella il motivo di un rimorso non ancora sopito, a tanti anni di distanza: almeno a giudicare dagli occhi lucidi e dalla voce tremula. 

 

Questo articolo è apparso nell’ultimo numero (novembre 2018) del semestrale PreText

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