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Costruire con la luce: Elisa Forlini, una vita da lighting designer a New York

Ravennate di origine, romana di adozione, è arrivata nella Grande Mela nel 2016, dove oggi lavora per lo studio L’Observatoire International

Elisa Forlini.

Come architetto, dice Elisa,"posso interpretare la città come una tela e la luce come il colore da dosare"; dopotutto, “le facciate sono le pareti della strada, sono la parte visibile della città, ciò che la città appare. la città serve anche per esser guardata”

In equilibrio tra l’architettura e la luce, Elisa Forlini ha scelto di diventare una lighting designer dedicandosi al ruolo della luce nelle opere architettoniche. Ravennate di origine, romana di adozione, Elisa vive a New York dove è arrivata nel 2016 dopo diverse esperienze in prestigiosi studi di architettura, e dove oggi lavora per lo studio L’Observatoire International.

Dopo la laurea in Architettura presso la “Sapienza”  di Roma, Elisa decide di approfondire il tema dell’illuminazione architetturale nella musica, lo spettacolo, il teatro, la scenografia.

Importante la collaborazione con il team di Fabertechnica con cui ha seguito alcuni progetti di illuminazione della Cappella Sistina, la Basilica di Assisi, tra gli altri.

Come architetto, dice Elisa,posso interpretare la città come una tela e la luce come il colore da dosare”; dopotutto, “le facciate sono le pareti della strada, sono la parte visibile della città, ciò che la città appare. la città serve anche per esser guardata”.

Hai scelto il light design come specializzazione motivata da una forte passione per la scenografia e l’architettura sociale. In che modo il lighting design si inserisce nel tuo personale concetto di ‘architettura e nell’arte.
“Il Lighting designer è un professionista in equilibrio tra l’Architettura e la Luce.
Nel momento in cui ci si inizia ad interessare alla luce non la si può più escludere da alcun contesto. Qualsiasi forma d’arte, ogni quadro, scultura o fotografia ne vengono condizionati. Si comincia così a guardare alle cose con un altro punto di vista e ci si scopre più interessati all’illuminazione che al soggetto illuminato. La scena teatrale ne è un ottimo esempio: come apparirebbe un balletto o un’Opera con una diversa illuminazione? Avremmo le stesse sensazioni? Questo pensiero va applicato anche guardando la realtà che si ha attorno, camminando per le strade, guardando di notte qualsiasi scorcio di città, non è una forma d’arte anche quella? Come sarebbero le città se fossero tutte buie? O molto più illuminate di come non siamo abituati ora? O molto più colorate e chiassose? Sarebbe lo stesso per noi? Si possono illuminare palazzi, strade o monumenti proiettando luce su di loro, o usando la luce da dentro l’architettura per creare architetture luminose, le strategie di intervento e le modalità possono essere infinite. Come architetto, posso interpretare la città come una tela e la luce come il colore da dosare; dopotutto, “Le facciate sono le pareti della strada, sono la parte visibile della città, ciò che la città appare. la città serve anche per esser guardata”.

Insieme allo studio per cui hai lavorato, avete realizzato l’illuminazione della Cappella Sistina e della Basilica di San Francesco d’Assisi, tra le altre. Che ruolo gioca la luce in questi casi e come cambia la percezione negli spettatori?
“Fabertechnica è stato un passaggio chiave nella mia vita, uno studio di lighting design di alto livello e di fama internazionale, e negli anni mi ha davvero insegnato moltissimo, soprattutto perché ho avuto l’occasione di prendere parte a svariati progetti, diversi per scala e campo di applicazione, una sfida continua che mi ha formato moltissimo sia dal punto di vista tecnico che culturale. Diversamente da quanto avviene oltreoceano, Italia usa la luce con più eleganza e (forse a volte anche troppa) discrezione. La Luce è “al servizio” dell’architettura, e mai viene usata per autocelebrarsi. Lo scopo principale del lighting designer è quello di utilizzare la luce come strumento per amplificare la lettura del soggetto, esaltarne la bellezza e ampliarne la fruibilità per l’utente. Questo vale per ogni campo di applicazione: musei, retail, hospitality, o anche esterni come piazze o monumenti. “La luce non deve essere vista, ma deve far vedere”. Ecco il mantra di noi progettisti, sembra una frase ovvia, ma non è cosi, e riuscire a intervenire con un progetto che esalti il soggetto in causa, pur restando nascosti, è molto difficile. In Italia sono poche le occasioni in cui l’illuminazione è protagonista, e generalmente è legata a show o exhibition temporanei o luoghi legati all’entertainment. Nel progetto fatto per il nuovo Luneur di Roma, la luce è stata usata in modo dichiarato e vistoso, voleva essere accattivante e portare in un luogo magico e fiabesco, in forte contrasto con la realtà esterna al parco, e per questo si è anche scelto di usare la luce colorata.

L’approccio qui è stato più teatrale e si voleva “creare una scenografia” in cui far dimenticar il mondo fuori e permettere a tutti di sentirsi a proprio agio in una favola. Sia nel caso della Cappella Sistina, che nella Basilica di Assisi abbiamo utilizzato la luce per dare totale rilievo al monumento in cui operavamo per esaltarlo ancora di più; e in entrambi i casi abbiamo usato esclusivamente il bianco, anche se in diverse tonalità, in modo da evidenziare e esaltare i materiali diversi. La cappella Sistina necessitava di una nuova illuminazione per rendere più leggibile gli affreschi sulla volta, esaltandone tutti i colori e senza creare ombre o riflessi, quindi il nostro team si è concentrato sullo studio e sull’impiego di specifiche sorgenti di luce LED capaci illuminare in modo omogeneo senza danneggiare la pittura, mantenendosi discrete nello spazio con un minimo impatto visivo agli occhi del visitatore. La scelta di illuminare in modo così omogeneo, senza privilegiare alcun elemento pittorico, era scopo principe del nostro intervento perché volevamo assicurare al visitatore una lettura chiara e non alterata dello spazio senza suggerire una nostra interpretazione personale. Il progetto si poggia su una accurata ricerca scientifica sulle nuove frontiere di utilizzo della tecnologia LED ed è il risultato del perfetto connubio tra metodo scientifico e sviluppo tecnologico; senza l’attuale tecnologia insomma, questo progetto non sarebbe stato in grado di raggiungere lo stesso livello. 

In San Francesco d’Assisi siamo intervenuti sulla Basilica Superiore, la Basilica Inferiore e la Cripta. Qui, l’architettura era indubbiamente più complessa e presentava caratteristiche diverse per ogni spazio. Abbiamo dovuto studiare a fondo per decretare una gerarchia degli elementi da sottolineare e evidenziare tramite la luce. In collaborazione con ILM-Lighting, che ha progettato i nuovi lampadari della navata superiore e inferiore,  siamo riusciti a garantire una nuova illuminazione di altissima qualità cromatica, omogenea e calibrata in modo da garantire sia la lettura degli affreschi che la percezione generale dello spazio architettonico”.

Che tecniche utilizzate per il lighting design?
“Parlando di luce nell’architettura, ogni progetto illuminotecnico è diverso e unico e non è mai uguale a se stesso, perché le tipologie di “edificio” esistenti sono un’infinità, diversi per storia o geometria o scopo di utilizzo o locazione. Questo non permette di seguire delle vere e proprie “regole” per la progettazione, ma in generale le fasi seguono sempre uno studio della storia e dello stato di fatto e tramite l’interpretazione di questi due grandi temi,  segue l’idea, ovvero un primo concept che esprima al meglio l’atmosfera e la sensazione voluta. A questa fase iniziale  segue una fase pratica più lunga,  in cui si iniziano a scegliere i corpi luminosi e le ottiche necessarie per creare una gerarchia spaziale e permettere all’utente la “lettura” dello spazio, e fatte queste scelte si è in grado di effettuare test, tramite software dedicati, per verificare se  vengon soddisfatti i livelli di illuminamento richiesti da normativa; nel caso poi di dettagli particolarmente complessi, si costruiscono mock-up a diverse scale (e questo spesso avviene in collaborazione stretta con l’interior designer perché in relazione ai materiali che si andranno ad usare). Dopodiché si entra in una fase operativa, in cui il progetto diventa definitivo e si va in cantiere a renderlo reale”.

A New York, lavori presso un importante studio di architettura, anche qui dedicandoti al lighting  design. Come si può diversamente illuminare una città così piena di luci come la Grande Mela?
“La storia di New York , la sua evoluzione e attuale amministrazione, permettono ai progettisti di esser molto meno vincolati al tema della conservazione del patrimonio storico, e questo non coinvolge soltanto le nuove costruzioni o i grandi interventi architettonici ma anche l’illuminazione, perché anche con lei è possibile sperimentare e infatti viene usata come uno strumento di forte impatto, sia emozionale che comunicativo. È molto diffuso l’impiego di luce colorata RGB e capita quotidianamente che i colori dei grattacieli cambino in base a avvenimenti importanti della città, regalando all’edificio una maggior forza espressiva che di giorno, solitamente, non ha. Qui l’illuminazione viene usata per stupire e per creare le giuste sensazioni e atmosfere, e non viene data per scontata ma è presa molto seriamente; l’atteggiamento generale è più provocatorio che nel Belpaese e si osa maggiormente; la luce viene usata come se fosse la protagonista indiscussa dello spazio che deve attirare l’attenzione e vuole essere ammirata in quanto tale. Tra i progetti a cui mi sono dedicata con l’ ormai-sempre-più-celebre studio di Lighting Design L’Observatoire International, uno di quelli che più mi sta a cuore è sicuramente la nuova illuminazione dell’ex Four Season Restaurant al Seagram Building (ora, “The Grill” e “The Pool”), uno dei più famosi grattacieli del movimento moderno (e anche “uno degli edifici meglio illuminati che mai sia stato costruito”). Nel caso dell’attuale “The Grill”, si è scelta una luce di ambiente molto discreta, ma con bianchi molto caldi e con bassi valori medi di illuminamento generale, in contrasto con la luce l’accento in corrispondenza dei tavoli; si è voluto privilegiare l’atmosfera alla funzionalità che un ristorante normalmente richiede. La cantina dei vini è ora immersa in una luce dorata, per poter far brillare e splendere ancora di più il pregiatissimo vino bianco che offre il ristorante (e assicuro che per quanto sia una piccola stanza, non passa inosservata!). Nella sala principale è stato fatto un iniziale lavoro di re-lamping del vecchio impianto per aver un abbassamento dei consumi energetici e assicurare una resa cromatica migliore, e sono stati aggiunti proiettori posizionati ad-hoc per far spiccare le magnifiche sculture di Richard Lippold e conferire così un aspetto davvero sontuoso allo spazio. Tramite i due prestigiosi studi di lighting design di cui ho fatto parte, Fabertechnica e L’Observatoire International, ho potuto prendere parte a svariati progetti molto diversi tra loro, ma tutti straordinari a loro modo, e grazie ad entrambe le esperienze ho avuto la possibilità di formare e plasmare la mia prospettiva sull’Architettura, la Luce e la professione del Lighting Design in modo di avere un atteggiamento critico e con orizzonti più ampi”.

In quale zona di NY vorresti applicare il tuo concetto di light design per portarla più alla luce?
“Manhattan in generale è sicuramente già molto ben illuminata, forse c’è da concentrarsi su spazi che utilizzano ancora sorgenti luminose datate, in modo da aver una miglior gestione dei consumi, o studiare una miglior illuminazione pubblica intelligente in modo da dare sicurezza a zone della città ancora buie perché prettamente residenziali come Astoria o Prospect Heights. Ma non solo, anche sull’isola, superata l’8th Avenue ci sono interi blocchi poco illuminati; magari la sicurezza non è il motivo principale per intervenire in questi casi, ma sicuramente un buon progetto può rendere più invitante una passeggiata notturna verso l’Hudson. (“Di mio” mi piacerebbe molto anche l’idea di lavorar in spazi aperti, magari anche a contatto con l’acqua, la luce e l’acqua insieme creano suggestioni davvero uniche!)”.

Qual è il futuro dell’architettura? Il suo ruolo?
“L’architettura ad oggi ricopre sempre più un ruolo sociale, perché nasce da un’esigenza cittadina e si sviluppa tramite collaborazione e co-progettazione di professionisti, spesso con diverse specializzazioni o punti di vista o esperienze, per poi tornare indietro come realtà fruibile al cittadino. In Italia si tende al recupero, al curare quello che già abbiamo e renderlo migliore o più funzionale, a restaurarlo, ripristinarlo, o anche solo ampliarne la fruizione. Purtroppo non sempre c’è spazio o la giusta economia per il concetto di estetica e si tende a restar limitati nella funzione creando così progetti un po’ aridi, e in cui la sperimentazione è fortemente limitata. L’architettura nasce dal quartiere o dalla comunità che sente necessità di crescere o di cambiare, e per farlo ha bisogno di mezzi che aiutino in questa metamorfosi, e l’illuminazione non fa eccezione in questo pensiero, son fermamente convinta che con la giusta luce qualsiasi ambiente abbia la possibilità di cambiare radicalmente. Esistono ancora casi di “grandi architetture” ma sono minori, e purtroppo capita che anche se da progetto “ si sono create aree per il cittadino” poi nella realtà dei fatti è che no, il cittadino non ci può andare, non può usufruirne, perché per farlo deve sicuramente essere inscritto/appartenere a qualche entità, e questo non rende liberi. A New York l’approccio è diverso, d’altra parte è un sistema più capitalistico e l’architettura è ancora ampiamente usata per autocelebrazione di grandi nomi; ma anche con sponsor e con grandi firme, si tende sempre a creare qualcosa per la città e che sia “davvero” per la città. Ci sono moltissimi hotel, ristoranti o edifici in generale che hanno sempre a disposizione zone davvero libere per l’accesso di chiunque, quindi è più facile in questo modo per chiunque di poter fruire di spazi per la collettività”.

Romagnola di origine, romana di adozione, oggi a New York. Di questi luoghi cosa ti porti oggi dentro?
“Mah, dall’Italia mi porto dietro pezzetti di tutto quello che ha contribuito a creare chi sono ora: dalla Romagna, oltre le piadine, è l’esser battagliera e godersi la vita, dalle Marche (perché una parte di me è anche di li) mi porto dietro l’affetto, le radici, la famiglia e una mancanza estrema per le olive ascolane, e da Roma mi porto dietro l’umorismo beffardo e il sorridere di fronte a tutti gli imprevisti possibili. E si, anche la “cacio e pepe”. Di New York, invece, ho fatto mio il non arrendersi, il non mollare e il credere sempre in se stessi. Lì ho visto e imparato che le cose si possono davvero fare, basta crederci e impegnarsi. E poi le persone; New York con me è stata buona, e mi ha permesso di ricominciare daccapo anche da un punto di vista sociale, facendomi incontrare e vivere persone fantastiche che mai avrei potuto pensare nemmeno di conoscere, e che ora invece fanno parte della mia vita”.

Il monumento storico al quale vorresti dare più luce. E come?
“Per rispondere a questo devo tornare nel “Belpaese”, perché ho la sensazione di aver lasciato le cose “un po’ in sospeso”. Nel 2015 ho avuto il privilegio di esser scelta tramite bando di gara dall’Università di Roma Sapienza e la Sovrintendenza ai Beni Culturali di Roma, per effettuare uno studio approfondito sulla storia e, soprattutto, sullo stato di fatto del Colosseo; le sue funzioni passate, le stratificazioni storiche, le connotazioni simboliche aveva e che ha adesso, com’era stato pensato, e come è arrivato fino a noi, cosa ne resta. Lo scopo ultimo di questo studio era quello di redigere le nuove Linee Guida da seguire, per una corretta illuminazione del famosissimo anfiteatro, da rendere reale da li a pochi anni. La mole di lavoro è stata davvero enorme, ovviamente non ero la sola, ma in orchestra con una splendida squadra di lighting designer, tecnici e storici.

Colosseo.

Come da prassi, anche in questo caso, abbiamo lavorato tramite livelli di luce per rendere leggibili tutti gli elementi che compongono il Colosseo. Data la sua storia, i restauri, le diverse funzioni che ha avuto nel corso del tempo, così come la sua stessa geometria, o il rapporto che il monumento ha con il suo intorno; non è di facile interpretazione e le letture sono molteplici. Abbiamo passato le notti li dentro a fare test sui diversi materiali con sorgenti luminose ad ottiche e temperatura colore diverse, e a valutare quanto le luci della città attorno interferissero o meno con la percezione dell’interno. Sono stati bei mesi è il risultato è quello di un ottimo lavoro, ma (ahimé!) non ancora realizzato.
Ad oggi restano solo documenti e disegni che attestano e raccontano i nostri sforzi; bisogna probabilmente aspettare momenti economicamente “più floridi” per quanto riguarda la valorizzazione dei beni culturali in Italia. Ecco, probabilmente questo è il monumento che più di tutti vorrei illuminare, il “cuore” di Roma”.

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