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Giorno del Ricordo celebrato al Parlamento europeo con una mostra e due dibattiti

Il 5 febbraio l’esposizione “Tu lascerai ogni cosa diletta più caramente” testimonia l’esilio dei giuliani, fiumani e dalmati alla fine della guerra mondiale

Martedì 5 febbraio incontro su "L’Europa e l’Alto Adriatico. Le istanze italiane a trent’anni dalla Caduta del Muro di Berlino" con autorità politiche e diplomatiche. Mercoledì 6 febbraio, si dibatte su "I diritti degli esuli Istriani, Giuliani e Dalmati, tra normativa interna e vocazione comunitaria". La celebrazione solenne del Giorno del Ricordo si terrà il 9 febbraio a Roma, palazzo del Quirinale, alla presenza del Presidente della Repubblica.

A ruota, dopo la Giornata della Memoria per le vittime dell’Olocausto, il 27 gennaio, segue la Giornata del Ricordo, 10 febbraio, solennità civile nazionale istituita con la legge del 30 marzo 2004, sulla base della data in cui, nel 1947, furono firmati i trattati di pace di Parigi, che assegnavano Istria, Quarnaro e parte della Venezia Giulia – terre in precedenza italiane – alla Jugoslavia.

“1. La Repubblica riconosce il 10 febbraio quale “Giorno del ricordo” al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale.
2. Nella giornata […] sono previste iniziative per diffondere la conoscenza dei tragici eventi presso i giovani delle scuole di ogni ordine e grado. È altresì favorita, da parte di istituzioni ed enti, la realizzazione di studi, convegni, incontri e dibattiti in modo da conservare la memoria di quelle vicende. Tali iniziative sono, inoltre, volte a valorizzare il patrimonio culturale, storico, letterario e artistico degli italiani dell’Istria, di Fiume e delle coste dalmate, in particolare ponendo in rilievo il contributo degli stessi, negli anni trascorsi e negli anni presenti, allo sviluppo sociale e culturale del territorio della costa nord-orientale adriatica ed altresì a preservare le tradizioni delle comunità istriano-dalmate residenti nel territorio nazionale e all’estero
”.

Tra il 1943 e il 1947 in Istria migliaia di italiani (tra i 5.000 e i 12.000, secondo stime) furono massacrati dai partigiani slavi di Tito e gettati (talvolta ancora in vita) nelle fratture carsiche, chiamate “foibe”, da un termine dialettale locale che deriva a sua volta dal latino fŏvea (fossa, cava). La Federazione delle Associazioni degli Esuli Istriani Fiumani e Dalmati (FederEsuli) è il referente del Governo nelle questioni di carattere istituzionale e riunisce in un unico ambito diverse realtà associative, nate in seno alla diaspora giuliano-dalmata:

Davide Rossi gravita da oltre quindici anni nel mondo delle associazioni e dal 2018 è vicepresidente di FederEsuli; è intervenuto pochi giorni fa a Verona, insieme a Loredana Giosefi (presidente del comitato veronese dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia) in occasione della proiezione di  Red Land-Rosso Istria, film diretto da Maximiliano Hernando Bruno, coprodotto da Rai Cinema e presentato lo scorso settembre alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.

Sullo sfondo delle drammatiche vicende seguite all’8 settembre 1943 con i partigiani di Tito accaniti contro le popolazioni istriane, fiumane e dalmate di lingua italiana, si narra la storia della studentessa istriana Norma Cossetto, violentata e uccisa brutalmente da partigiani jugoslavi comunisti nell’ottobre ’43, a ventitré anni. Il 25 settembre di settantasei anni fa, un gruppo di uomini irruppe in casa Cossetto; il padre era un dirigente locale del partito fascista, Norma una studentessa laureanda in lettere e filosofia all’Università di Padova. L’abitazione fu saccheggiata,  la giovane portata via il giorno dopo, condotta all’ex-caserma carabinieri di Visignano, dove iniziarono i tormenti: al suo rifiuto a collaborare alle azioni partigiane, fu trasferita nell’ex-caserma della guardia di finanza a Parenzo, con altre parenti e conoscenti. Dopo qualche giorno, altro spostamento nella scuola di Antignana, dove fu legata ad un tavolo e ripetutamente stuprata. Erano diciassette, gli uomini. Fu poi gettata in una foiba vicina, nuda, sopra una catasta di altri poveri corpi.

A Trieste oggi, nella via a lei dedicata, sorge un monumento, sorridente e muto. La voce di una testimone del tempo, invece, si ascolta qui in un’intervista di Barbara Mapelli a Erminia Dionis Bernobi, la quale si ricorda quindicenne, al lavoro in una sartoria per uomo. Un giorno, dal retrobottega, sente un racconto fatto al suo titolare da uno degli aguzzini entrato in negozio: rievoca i dettagli orribili della morte di Norma, vantandosi. Erminia ascolta, è sconvolta, esce da dietro la tenda e urla, dà del vigliacco e del porco all’uomo, poi scappa a casa piangendo. Poco dopo arriva il sarto, che esorta la madre della ragazzina a farla sparire, prima che subisca la medesima sorte di Norma: l’uomo nel negozio, insultato, ha già minacciato di farla sparire in una foiba il giorno dopo. E dunque è fuga precipitosa verso Trieste, dove rimarrà come apolide per cinque anni, rifugiata da uno zio, lontana dalla famiglia e obbligata da un giuramento fatto alla mamma a serbare il silenzio per non mettere a repentaglio la propria vita e quella dei parenti. Verrà poi raggiunta dalla madre e dalle sorelle, sposerà un cugino di Norma, mantenendo per tutta la vita – con peso immane – la promessa di non rivelare quanto aveva sentito. 

Monumento dedicato a Norma

Norma è il nome che catalizza tutte le altre vittime del medesimo contesto, tragico simbolo di un orrore che abbiamo appena dietro le spalle.

Veronese, docente all’Università degli Studi di Trieste e con una storia di famiglia alle spalle che giustifica il suo impegno, Rossi rileva che, pur a distanza di settant’anni, il confine orientale «pare non avere pace». In effetti e come troppo spesso accade, la lezione della storia rimane inascoltata. Negazioni, mistificazioni, strumentalizzazioni, giustificazioni oltraggiano la memoria dei morti e lo strazio dei vivi; possa il 10 febbraio «unire e non dividere», possa  esortare a «rispettare il dolore di chi ha sofferto, a ricordare una pagina troppo spesso dimenticata ed ammuffita in nome di logiche partitiche e culturali che non hanno, oggi, più senso di esistere». Concretizzazione di questo auspicio è la recente e prestigiosa opportunità che Rossi segnala: «una mostra e due tavole rotonde sui temi del confine orientale e sull’esodo fiumano-giuliano-dalmata nella sede del Parlamento Europeo, vetrina più unica che rara».

L’esposizione “Tu lascerai ogni cosa diletta più caramente” testimonia l’esilio dei giuliani, fiumani e dalmati alla fine del secondo conflitto mondiale; organizzata in collaborazione con l’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (A.N.V.G.D.), va da martedì 5 febbraio dalle 12.30 nell’area JAN 3Q del Parlamento Europeo, fino all’8, snodandosi come percorso in quattro tappe ove, oltre ai dati storici e scientifici, il pubblico può immedesimarsi nell’esperienza umana dell’esilio. La prima parte è dedicata agli eventi nel confine orientale dal 1797 al 2013; la seconda all’esodo degli italiani abitanti le terre dell’Istria e della Dalmazia. La terza descrive le foibe e nell’ultima si assiste a proiezioni di testimonianze.

A fianco, gli altri due eventi: sempre martedì 5 febbraio, dalle 10.30 alle 12.30 in sala 6Q1, incontro su “L’Europa e l’Alto Adriatico. Le istanze italiane a trent’anni dalla Caduta del Muro di Berlino” con autorità politiche e diplomatiche. A cent’anni dalla Grande Guerra si discute delle prospettive che l’Italia deve attendersi nel XXI secolo dall’aerea balcanica e di quali sono le attività che questi Stati possono concretamente mettere in pratica per chiudere alcune pagine del passato.

Mercoledì 6 febbraio, dalle 12.30 alle 14.30 in sala 6Q2, si dibatte su “I diritti degli esuli Istriani, Giuliani e Dalmati, tra normativa interna e vocazione comunitaria“: una conferenza giuridico-culturale alla presenza di studiosi e giuristi. In un quadro geopolitico diverso da quello della seconda guerra, cercando di capire ad oggi come poter dare voce e tutela ai diritti di quei cittadini che dovettero lasciare nel silenzio le proprie terre d’origine. «Occasioni importanti – conclude Rossi – sia per la sede, sia per la portata degli argomenti».

La celebrazione solenne del Giorno del Ricordo si terrà il 9 febbraio a Roma, palazzo del Quirinale, alla presenza del Presidente della Repubblica.

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