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Sempre più giovani all’estero: più che la “fuga”, il problema è il mancato rientro

Se ne è parlato in un incontro del Comitato 11 ottobre a Roma, con l'obiettivo di pensare a un “pacchetto controesodo”, senza mai banalizzare il tema

Maddalena Tirabassi e Fabio Porta alla conferenza (Facebook / Fabio Porta).

La partenza è soprattutto per motivi economici, ma i progetti di vita sono complessi e i giovani partono per fare nuove esperienze, imparare nuove lingue, mettersi in gioco. Tutto normale. Il problema è, semmai, di chi vorrebbe rientrare e a malincuore non lo fa. In sintesi, gran parte delle risposte di chi vive all’estero sono così: “Tornerei, ma…”

Non demonizziamo, ma i numeri preoccupano. Questa potrebbe essere la sintesi di quanto emerso durante un recente incontro del Comitato 11 ottobre a Roma, presso la Sala Nilde Iotti della Camera dei Deputati, dal titolo: “Giovani italiani all’estero. Rientro. Popolamento. Solidarietà”, coordinato da Aldo Aledda.

Il tema della mobilità giovanile è fondamentale, non solo perché è diffusissima e massiccia, ma perché ha implicazioni importanti in tutti gli altri settori della vita pubblica, a partire dall’assistenza agli anziani, un tempo affidata proprio alle nuove generazioni, e al sistema pensionistico.

L’incontro, moderato dal Dr. Gianni Lattanzio, ha visto la partecipazioni di esponenti politici:  On. Simone Billi, Pres. Comitato per gli Italiani all’Estero della Camera dei Deputati, che ha fatto un brevissimo saluto. Hanno, invece discusso l’On. Massimo Ungaro e la Senatrice Laura Garavini in quota PD.  Sono stati invitati degli esperti del tema: Maddalena Tirabassi, Direttrice Centro Studi Altreitalie e il sottoscritto. Le conclusioni sono state affidate al Dir. Gen. per gli Italiani all’estero e politiche migratorie del MAECI, Luigi Vignali, e all’On. Fabio Porta. Non ha potuto partecipare l’On. Fucsia Fitzgerald Nissoli.

Il tema è di grandissima complessità e questo significa la difficoltà, se non l’impossibilità, di avere un quadro lineare, dove a cause chiare seguono effetti altrettanto evidenti. Oltretutto il tema va sviscerato sotto vari aspetti: quello di chi parte dall’Italia, di chi potrebbe venirci, l’analisi macro e quella micro. A seconda del punto di vista adottato, anche le azioni politiche possono modificarsi.

Certo è che il fenomeno di chi parte è in continuo aumento. È di pochi giorni fa il dato del Ministero degli Esteri sulla presenza degli italiani all’estero: sono 5.288.281, 173.812 in più rispetto all’anno scorso, come anche riportato dal Rapporto italiani del Mondo della Fondazione Migrantes (testo curato da Delfina Licata), che li valutava al 1 di gennaio 2018, 5.114.469. Una tendenza continua che sta assumendo le dimensioni di un esodo. Come ha detto Vignali: “si tratta della quarta regione italiana per popolazione, ma che non sta in Italia”. Non manca molto a salire sul podio.

Nella complessità un punto chiaro c’è: finiamola con l’idea dei cervelli in fuga. A partire sono persone con ambizioni diverse, alla ricerca di lavori diversi. Sono corpi, cuori, braccia. Non si tratta solo di cervelli,  anche perché non è che se sei laureato sei immediatamente un “cervello”, come già evidenziato qualche tempo fa su queste pagine.

La partenza è soprattutto per motivi economici, ma i progetti di vita sono complessi e i giovani partono per fare nuove esperienze, imparare nuove lingue, mettersi in gioco. Tutto normale. Il problema è, semmai, di chi vorrebbe rientrare e a malincuore non lo fa. Come ci dice la Tirabassi: “ Si tratta di un 30%, ma non ci sono dati attendibili”, perché non sono facilmente rilevabili. Si ritorna per altri motivi, continua la Tirabassi: “Per la pensione o per motivi familiari, […] e il legame più forte e semmai con la regione che non con l’ Italia”. In sintesi gran parte delle risposte di chi vive all’estero sono così: “Tornerei, ma…”.

Non si tratta solo di partenze economiche ma anche dovute a diritti civili e sociali più riconosciuti: omosessualità, conciliazione famiglia lavoro, merito; sostengono, in sintesi, Ungaro e Garavini. Oggi, aggiungono, le politiche di defiscalizzazione per i rientri non sono sufficienti, si deve agire più a tutto tondo. Non a caso l’On. Ungaro propone una serie di iniziative definite in un “pacchetto controesodo”, attraverso incentivi ai giovani come stage retribuiti, salario minimo legale, assegno unico per i figli, finanziamenti alla ricerca e investimenti nell’istruzione.

Ma il tema riguarda anche chi potrebbe venire. Se molti partono, il problema è che in Italia manca il dinamismo giovanile necessario per creare innovazione, cambiamento. Il comitato 11 ottobre si è pertanto interessato all’idea di far venire in Italia giovani oriundi con nazionalità italiana o in grado ottenerla. Pensiamo alla grave situazione venezuelana: da quel paese potrebbero arrivare giovani in grado di stimolare il ricambio generazionale e le attività che molti altri giovani italiani lasciano. Su questo punto ho portato le richieste inviatemi dal Pres. della Camera di Commercio Italo Venezuelana di Caracas, Alfredo D’Ambrosio, anche a nome di altre Associazioni italiane là residenti: finanziamenti, borse di studio per istruzione, convitti, associazioni sportive, centri di formazione per l’artigianato, arte, restauro, secondo anche esperienze positive messe in atto da alcune regioni italiane, sarebbero delle iniziative molto gradite. In altri termini, far fruttare a vantaggio dell’Italia quell’immenso patrimonio sconosciuto degli italici nel mondo.

Il Dir. Vignali, ribadendo i punti descritti, definisce le cinque linee di azione intraprese dalla sua attività: intercettare i bisogni dei giovani italiani all’estero, agevolare il percorso di integrazione, mantenere con loro un collegamento e dialogo, farli incontrare e incrociare con le generazioni storiche, mappare i talenti presenti oltre confine. Il tutto, condito trasversalmente, da processi più efficaci di digitalizzazione.

Non a caso il tema dei lunghi tempi di attesa per la richiesta della cittadinanza, del rinnovo del passaporto ricadono sul piatto.

Semplificare non è possibile. In politica però diventa necessario, altrimenti il rischio è di rendersi, in questo momento storico, impopolare. Tuttavia, il comitato 11 ottobre vuole arrivare ad un documento che sia una mappa di riferimento con proposte dirette nella consapevolezza di una situazione molto delicata. Concludendo, l’On. Porta ricorda: “Il tema del rientro ha una valenza culturale, politica amministrativa. Per esempio, le scuole non considerano queste esperienze all’estero positivamente. C’è quindi ancora un problema culturale che rende il nostro paese molto provinciale”. E come si mostra questo vizio? Nel pensare che quello che sta fuori d’Italia è straniero, seppur sia chiaramente italiano: “tra cui anche gli italiani all’estero…Questo comitato deve aggredire queste problematiche”.

Siamo all’inizio di un importante lavoro e siamo certi che ci saranno, oltre a tante iniziative, anche molte sorprese.

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