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Pasqualino Beltempo: come ha vinto a New York ballando, cantando e con tanto “priscio”

Il ballerino pugliese di Giovinazzo sta realizzando un sogno: poter ballare nei musical di Broadway. Ci è riuscito grazie al duro lavoro e rispetto delle radici

Pasqualino Beltempo nella subway di New York. (Foto Francesca Magnani)

"L’America è costruita sulle differenze culturali e quindi il mio essere straniero spesso porta nuovi elementi a un ruolo o uno spettacolo che magari non verrebbero naturali a qualcuno di qui"

Abbiamo incontrato il danzatore, cantante e attore Pasqualino Beltempo sul finire dell’estate lungo la linea Q. Era immancabilmente al telefono una domenica con i suoi e ne abbiamo approfittato per scambiare due parole e poi intervistarlo.

Il tuo nome porta in sé un senso di benessere. Chi sei?

“Mi chiamo Pasqualino Beltempo e sono cresciuto a Giovinazzo, un paese di mare subito a nord di Bari. Sin da piccolo ho mostrato interesse nelle arti sceniche, già a due anni mi sono esibito da solista durante lo spettacolino di Natale a scuola materna cantando “Suor Margherita”, dello Zecchino d’Oro 1986. Da allora è partita una serie di ruoli da protagonista nelle recite di Natale e di fine anno a scuola e in parrocchia, fino a poi scrivere e dirigere scenette e parodie per il diletto delle maestre di scuola elementare, per poi a tradurre in italiano e dirigere musical al liceo. A partire dall’inizio del ginnasio ho cominciato a esibirmi anche fuori dal paesino, prima seguendo corsi nel capoluogo fino a essere ingaggiato per spettacoli a livello regionale. Vanto una formazione artistica davvero unica presso l’Accademia dello Spettacolo “Unika” a Bari, dove ho avuto la fortuna di studiare Recitazione, Musica, Canto e Danza ad alti livelli e soprattutto conoscendo ed esplorando stili disparati che gli hanno permesso apertura mentale in ambito artistico e una natura eclettica. Come ogni teenager in Italia negli anni 2000 ho seguito con devozione la trasmissione “Amici di Maria de Filippi” e, dopo numerosi tentativi, nel 2006 sono riuscito a superare le numerose fasi del processo di casting, all’epoca trasmesse su Sky, fino poi essere presente alla prima puntata. Non ce l’ho fatta, ma l’esperienza mi ha marcato fortemente dandomi una forte spinta a perseverare. Al momento credevo che la danza fosse il mio punto debole quindi mi sono impegnato tantissimo a colmare le lacune facendo lezione ogni giorno, spesso con studenti molto più piccoli, a volte facendo fino a tre lezioni di danza al giorno. Nel frattempo continuavo a fare spettacoli nell’amata Puglia e a studiare geologia all’università, continuando a collaborare con il liceo di Giovinazzo per dare agli studenti interessati la possibilità di fare musical di fine anno. Nell’estate 2008 l’Accademia ha organizzato uno stage estivo invitando docenti a livello internazionale, ho deciso di prenderne parte e ho conosciuto la straordinaria Maria Laura Baccarini, la performer di musical italiana più talentuosa e con il curriculum più invidiabile che c’è”.

Cosa ti ha portato a New York?

“Maria Laura mi disse che se il mio sogno era quello di fare musical allora dovevo vederli nel luogo in cui venivano creati e raggiungevano la massima espressione, ovvero Broadway. Ecco che iniziò la corsa per terminare l’università e prepararmi a una breve esperienza nella Grande Mela. Il modo più immediato per uno straniero per recarsi per un periodo a New York è quello di ottenere un visto studentesco. Dopo una lunga ricerca la scuola più adatta ai miei bisogni è risultato il Broadway Dance Center. Un luogo dove, grazie alla direttrice del programma per studenti internazionali, Bonnie Erickson, ho imparato tantissimo su come essere un artista professionale e preparato nell’ambiente dello show business americano. I docenti mi hanno proiettato in un mondo di danza ed espressione tutto nuovo, nel frattempo la mia creatività non si è fermata grazie al Performance Project, uno spettacolo bimestrale in cui gli studenti del programma possono coreografare pezzi ed esibirsi. Nel frattempo già cominciavo a fare audizioni ed esibirmi dove possibile, fino ad essere preso in un musical natalizio al Players Theatre, nel Greenwich Village”.

Una foto dal profilo Facebook di Pasqualino Beltempo

Qual è stato un momento speciale che ricordi durante uno spettacolo?

“Era bellissimo esibirsi ogni sera a New York, avere parenti e amici venire ad assistere e applaudire, ma l’evento più strabiliante è stato quando un giorno il direttore di palcoscenico ha richiamato tutti dopo il chi è di scena per informare la compagnia che Nicole Kidman e Keith Urban erano nel pubblico con la loro bambina. Un’emozione indescrivibile esibirsi di fronte a un’attrice vista solo sul grande schermo. A quel punto bisognava superare lo scoglio del visto. Dopo numerosi sforzi ho ottenuto il visto O-1 che mi ha permesso di cominciare la mia carriera americana”.

Che ruoli hai interpretato nella tua strada verso Broadway?

“Ecco un elenco di ruoli che ho collezionato qui in America fino ad oggi.

Giuseppe Zangara nel musical di Sondheim Assassins, un musical davvero eccezionale che immagina una serata cabarettistica in un immaginario limbo riservato agli assassini (riusciti o falliti) di presidenti Americani, il mio personaggio è un immigrato calabrese che fu giustiziato sulla sedia elettrica nel 1933. La produzione, presso il teatro FreeFall a Saint Petersburg in Florida, rimane ad oggi una delle più innovative e interessanti a cui abbia partecipato.

Bernardo in West Side Story, senza dubbio uno dei pilastri della storia del musical Americano. Interpretare il ruolo di un immigrato in una storia talmente toccante e purtroppo impregnata di tempi estremamente attuali mi ha regalato non poche emozioni e sono orgoglioso di aver portato qualcosa di mio ad un ruolo così d’icona. Ho interpretato la parte quattro volte fino ad ora, presso l’Arizona Broadway Theatre a Peoria in Arizona, Cortland Repertory Theatre, a Cortland nello stato di New York, al teatro Wick a Boca Raton in Florida e allo Utah Opera and Musical Theatre Festival a Logan, in Utah e mi accingo a interpretare ancora il ruolo al Lauderhill Performing Arts Center a Lauderhill in Florida a Novembre.

Agustín Magaldi in Evita, uno dei miei musical preferiti che ho avuto l’onore di portare in scena con la Resident Theatre Company di West Chester in Pennsylvania. Il ruolo del cantante di tango Argentino mi è particolarmente caro in quanto i suoi genitori, di origine italiana, hanno radici proprio nella zona di Bari. Inoltre cantare pezzi di Andrew Lloyd Webber in scena è sempre un onore e un piacere immenso.

Gomez nel musical della Famiglia Addams, la mia parte preferita in assoluto fino ad ora perché non solo mi permette di cantare, ballare e recitare nella stessa misura, mentre gli altri ruoli si sbilanciano in una sola o due delle discipline del musical, ed è soprattutto una parte divertentissima! L’ho interpretata al teatro Jenny Wiley a Pikeville in Kentucky e spero vivamente di interpretarla presto da qualche altra parte!”

Come nasce la passione per un genere così specifico come il musical?

“Come dicevo ciò che mi ha portato a New York è stata la mia passione per il musical e New York ne è la patria. Sin da piccolo sono stato un grande fan dei musical animati della Disney. I miei genitori mi raccontano che ho voluto rivedere La Sirenetta a cinema e che non mi sono scollato dallo schermo neanche durante i titoli di coda. Inoltre a casa, in auto o dovunque possibile la mia famiglia e io eravamo un jukebox vivente, sempre pronti a intonare un pezzo tratto da Tutti Insieme Appassionatamente o Mary Poppins. Nessuno dei miei genitori, sorelle o nonni ha cantato o recitato o tantomeno danzato a livello professionale, ma sicuramente la mia passione e voglia di farlo viene dalla mia famiglia e la loro passione per la musica e il cinema musicale.

Ricordo ancora la mia ossessione con il film Chicago e come ho voluto imparare ogni battuta e ogni coreografia, vedendo e rivedendo il dvd almeno una volta al giorno. Nei film musicali tutto è più accattivante perché le emozioni sono amplificate quando sono impregnate d’arte e le parole diventano note e i gesti diventano danza. Inoltre, crescendo, New York era ovunque, nei film, nelle canzoni, nelle serie televisive, quindi avere la fissa per la Grande Mela è abbastanza comune per uno della mia generazione, ed effettivamente la decisone di venire qui per un po’ è stata quasi scontata. Finché poi grazie al visto e al lavoro, e all’aiuto della mia famiglia, sono qui ormai da nove anni.

Una volta vissuto a New York è difficile immaginarsi altrove, questo è il posto dove i sogni si realizzano, dove le difficoltà della vita quotidiana ti spingono a dare il massimo e dove l’altissimo livello della concorrenza non ti fa mai diventare troppo sicuro di te. È la città in cui hai tutto quello che vuoi a qualsiasi ora del giorno a completa disposizione, devi solo guadagnartelo. È un luogo davvero magico, con pro e contro, ma onestamente è la città per me”.

In cosa consiste esattamente il tuo lavoro?

“Faccio musical, ovvero interpreto ruoli che richiedono non solo di recitare ma anche di cantare e ballare. Fare musical per un attore cresciuto in Italia non è facile, da noi in Italia non ci sono università che insegnano un programma per diventare performer di musical, non ci sono lezioni di Tip Tap per adulti o sono molto rare, la scena del musical in Italia sta ancora maturando, essendo piuttosto recente, quindi la maggior parte dei miei modelli crescendo erano proprio qui in America. Al momento interpreto soprattutto ruoli che richiedono un particolare accento, italiano, spagnolo, francese o quant’altro ma ovviamente non smetto mai di studiare e spero al più presto di essere preso per altri tipi di ruoli. Non avendo ancora la carta verde al momento posso lavorare solo al di fuori di New York, cosa che però mi sta dando la possibilità di visitare questo Paese così grande e variegato. Sono stato recentemente in un tour Nazionale e ho avuto modo di vedere la bellezza dei paesaggi naturali della costa Occidentale, le differenze climatiche nello stesso periodo dell’anno dal Texas alle Cascate del Niagara, i diversi accenti dal sud al nord e l’ospitalità dei diversi Stati. Gli Stati Uniti sono davvero un tesoro da scoprire e sono davvero grato al mio lavoro che mi permette di scoprirne sempre di più”.

Da dove vieni?

“Vengo da Giovinazzo, un paesino subito a Nord di Bari. È davvero un gioiello di paese, con un centro storico medievale davvero affascinante, e non sono il solo a dirlo, ogni volta che amici o parenti vengono in visita ne tessono le lodi. Vivendo fuori ormai da un decennio mi rendo conto sempre più dell’incredibile fortuna di essere cresciuto in un luogo così bello e di essere stato circondato da storia e arte anche nei momenti più mondani della mia adolescenza. Non sono mai stato tanto orgoglioso dell’essere Italiano come quando qui in America vedi i volti illuminarsi quando la gente viene a conoscenza della mia nazionalità. Abbiamo un tesoro immenso come italiani e spesso non ce ne rendiamo conto”.

Giovinazzo, in provincia di Bari

Cosa ti manca della Puglia?

“Sono davvero fortunato ad avere la possibilità di tornare a casa spessissimo. Ovviamente la mia famiglia mi manca ogni giorno nella quotidianità, sono cresciuto a stretto contatto con i miei genitori e sorelle ma anche nonni, zii e cugini, quindi non averli con me ogni giorno mi pesa molto, ma per fortuna ogni volta che ho la possibilità di essere a casa recupero alla grande! A parte i tanti abbracci, quando sono in Italia ho le mie soste obbligate! Prima di tutto appena atterrato mi prendo sempre un panino al prosciutto crudo e un caffè e qualcosa scatta nel mio cervello: sono a casa. Poi in Puglia DEVO assaggiare tutte le ricette di famiglia ovviamente, e non possono mancare i Panzerotti, La Focaccia Barese, il Gelato, l’espressino (ovvero una versione con più caffè e meno latte del cappuccino). Non possono mancare le passeggiate nel centro storico, la passeggiata in piazza, il giretto in paese per riempire le orecchie di grida, suoni, dialetto e poi il mare! Quanto mi manca il mare di casa quando sono fuori. Poi ovviamente mi manca tanto guidare, e soprattutto col cambio manuale! Qui a New York prendo sempre la metro e poi quando lavoro fuori New York mi danno sempre le “macchine giocattolo” con il cambio automatico, che tristezza. Ovviamente non può mancare il mio amato bidet! Quando sono in Puglia lo visito ogni giorno, numerose volte al giorno, quanto mi manca!

La Puglia mi manca sempre ma la porto davvero sempre con me, sono orgoglioso quando parlo in italiano e mi si dice: sei di Bari? Il mio legame con la mia terra mi aiuta sempre a ricordarmi da dove vengo e dove voglio andare, focalizzando sempre l’attenzione su che decisioni prendere e come trattare gli altri”.

In cosa ti ha aiutato il tuo essere pugliese, la tua famiglia, la tua cultura di provenienza nell’avere successo a New York?

“Il mio essere Italiano e soprattutto Pugliese sono talmente evidenti se non ostentati a volte da parte mia che diventano veramente tratti distintivi della mia personalità qui in America. Alla fine di ogni contratto i miei colleghi, soprattutto quelli con cui condivido l’alloggio, finiscono sempre col prendere nel loro modo di parlare delle parole o frasi tipiche del mio modo di parlare, la maggior parte delle quali ovviamente italiane, per non parlare dei miei commenti in cucina, ogni volta che li vedo cucinare do piccoli consigli o a volte rumori di dissenso, e finiscono tutti per diventare ottimi portatori sani di buone abitudini della cucina italiana. Appena arrivato a New York quasi cercavo di nascondere i miei tratti stranieri, perché volevo essere il più “neutro” possibile, fare la parte del classico attore di musical standard americano per essere più appetibile per i direttori del casting, ma pian piano mi sono accorto che sono proprio le mie differenze a farmi notare. Durante un’audizione di danza evitavo sempre di parlare, adesso invece chiedo a voce alta di cambiare fila o far rivedere dei passi, incurante del fatto che si possa notare il mio accento italiano, e spesso proprio questo interessa il team creativo, che poi mi fa passare alle fasi successive per conoscermi meglio. Durante le audizioni di canto chiamo sempre l’accompagnatore al piano “maestro” e spesso ringrazio in italiano. L’America è costruita sulle differenze culturali e quindi il mio essere straniero spesso porta nuovi elementi a un ruolo o uno spettacolo che magari non verrebbero naturali a qualcuno di qui”.

Pasqualino Beltempo (Foto F. Magnani)

Cosa credi che ti abbia aiutato ad ambientarti qui?

“A parte la mia formazione, ciò che mi ha aiutato molto è stato il mio atteggiamento di rispetto ed entusiasmo nell’ambiente di lavoro, non risparmiando mai a nessuno un sorriso o un grazie in più. Il “priscio” come diciamo in Puglia, ovvero quell’atteggiamento positivo e pronto ad ascoltare gli altri e a dar valore alle loro opinioni e ad affrontare ogni situazione con la migliore predisposizione possibile. Cerco sempre di essere un punto di riferimento per il cast, e i membri della squadra tecnica e trucco e parrucco e di avere un dialogo rispettoso con registi, coreografi, direttori musicali e produttori. Poi non manca mai la “crianza” ovvero i gesti gentili che fanno piacere, come un bigliettino il giorno dell’apertura dello spettacolo, o prendere un caffè al compagno di scena o a chi mi aiuta con costumi e oggetti di scena quando arrivo a teatro”.

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