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“Los Corassones Avlan”: a New York i cuori antichi degli ebrei di Rodi parlano ancora

La storia sconosciuta di una piccola comunità millenaria distrutta dal nazismo nell'isola delle rose: la mostra del Centro Primo Levi fino al 24 novembre

Stella Levi, ebrea italiana di Rodi sopravvissuta alla Shoah (Foto di Isaak Liptzin / Awen Films)

Il risultato è stato possibile grazie al contributo di Stella Levi, sopravissuta a Auschwitz, che ha conservato molte incredibili memorie della sua giovinezza a Rodi, e di Aaron Hasson, un collezionista di Los Angeles che ha fondato la Rhodes Jewish Historica Foundation e  ha raccolto negli anni una incredibile collezione di libri, fotografie e artefatti provenienti dalle famiglie degli ebrei dell'isola, i cosidetti 'Rodeslis''.

Stella Levi con Alessandro Cassin (Foto Gianna Pontecorboli)

“Quello che abbiamo cercato di fare è  stato di dare una suggestione poetica di un mondo scomparso, offrire dei frammenti di storia per creare il ricordo,” spiega Alessandro Cassin, direttore della CPL Editions, la casa editrice del Centro Primo Levi di New York, durante la serata d’apertura della nuova mostra multimediale “Los Corassones Avlan” ( ”I cuori parlano” in dialetto giudeo-spagnolo).

Ideata e curata da Natalia Indrimi, direttrice del Centro Primo Levi  e dallo stesso Cassin, con la collaborazione della Rhodes Jewish Historical Foundation, la mostra che si è aperta martedi al 148 West 4th Street e che durerà fino al 24 novembre non tradisce le sue promesse.

Nei suggestivi locali di una vecchia ”carriage house” nel cuore del West Village di New York, infatti, è stato ricreato il mondo di una antica comunità ebraica scomparsa, quella di Rodi. E a far rivivere un’atmosfera e una lunga vicenda insieme  appassionante e tragica contribuiscono non soltanto gli oggetti, i libri, i tessuti e le foto di un’epoca lontana, ma anche le musiche suonate dal vivo, i pannelli luminosi e perfino il video di un seder, una cena pasquale, montato a sorpresa all’interno di una vecchia macchina fotografica.

Ai visitatori, un antico e magnifico corredo da sposa, le immagini della vita familiare e dei vicoli della Juderia, il quartiere ebraico dell’ ”Isola delle rose”, e perfino a un assaggio della cucina tradizionale, raccontano dall’interno la storia quasi sconosciuta di una piccola comunità  millenaria distrutta dal nazismo. E contemporaneamente anche la storia di una minoranza che ha assorbito innumerevoli influenze e assimilato diverse culture, pur conservando nel corso dei secoli la sua identità.

Nelle prossime settimane, tutti questi  temi saranno esaminati in una serie di eventi, che altereranno diversi concerti di musiche tradizionali, conferenze e la proiezione del bel documentario ”The Island of Roses, Tragedy in Paradise”.

Stella Levi con Aaron Hasson

Il risultato è stato possibile grazie al contributo di Stella Levi,  sopravissuta a Auschwitz, che ha conservato molte incredibili memorie della sua giovinezza nell’Isola delle Rose, e di Aaron Hasson, un collezionista di Los Angeles che ha fondato la Rhodes Jewish Historica Foundation e  ha raccolto negli anni una incredibile collezione di libri, fotografie e artefatti provenienti dalle famiglie degli ebrei dell’isola, i cosidetti ‘Rodeslis”.

Per capire il senso della storia che la mostra racconta, però, bisogna fare un passo indietro. Nella piccola isola dell’Egeo, gli ebrei erano infatti arrivati già in epoca romana e diversi documenti ne testimoniano la presenza in epoca ellenistica e bizantina. Ai tempi delle crociate, dopo un breve periodo di dominio genovese, il governo di Rodi era stato ceduto ai Cavalieri dell’Ordine dell’Ospedale di San Giovanni, poi divenuto Ordine dei Cavalieri di Malta, dopo la loro cacciata da Gerusalemme. A mettere fine al potere dei cavalieri cristiani era stato, nel 1522, l’assedio delle navi turche di Solimano il Magnifico. 

Foto di Isaak Liptzin / Awen Films

Proprio nell’isola che avrebbero presto chiamato ”La Piccola Gerusalemme” erano arrivati, negli anni successivi, gli ebrei espulsi dalla Spagna e a cui l’impero Ottomano aveva aperto la porta. Nei vicoli della Juderia, così, gli abitanti avevano cominciato a parlare un ladino, il linguaggio giudeo-spagnolo, inframmezzato di parole turche. E si era consolidata, insieme a un crescente benessere e a una vita culturale e religiosa più vivace , anche l’abitudine di convivere con le tante etnie e culture che popolavano il potente impero dei sultani. 

L’apertura al mondo occidentale, infine, era arrivata nel 1912 dopo la guerra dei Balcani, quando a Rodi erano arrivati i soldati italiani. La conquista coloniale, accolta dagli ebrei di Rodi con molte speranze di apertura verso un mondo più moderno, era stata poi suggellata con il Trattato di Losanna nel 1925. Nei primi anni del suo potere, Mussolini aveva cercato di favorire la minoranza ebraica, nella speranza di poterne fare un ponte per la comunicazione con il mondo orientale. Il resto , purtroppo, è storia nota. Nel ’38, le leggi razziali  avevano privato la popolazione ebraica di Rodi dei suoi diritti civili civili. A settembre del 1943, l’invasione tedesca, che aveva lasciato ai funzionari del governo di Salò l’amministrazione civile, aveva convinto i più giovani a cercare rifugio altrove. Il 24 luglio del 1944, gli ebrei rimasti sull’isola, circa 1700, in prevalenza giovanissimi e anziani, erano stati trasportati a Auschwitz. Ne tornarono solo 161.

Stella Levi balla all’inaugurazione della mostra (Foto di Isaak Liptzin / Awen Films)

Adesso, di quella vivace comunità che la mostra ”Los Corassones Avlan” racconta con un linguaggio innovativo e immediato non resta più nulla. I ”Rodleslis”, che già dopo la caduta dell’impero ottomano avevano cominciato a trasferirsi, hanno ricostruito il loro mondo in Sud Africa, in America e in Europa. Rimasta intatta, però è la voglia di raccontare, magari attraverso la ricostruzione della loro vita quotidiana in una vecchia ”carriage house” del West Village di New York.

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