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44esimo Gala del NIAF. Il racconto da Washington da chi si è divertito

Anche quest’anno l’evento principe della fondazione italo-americana ha rivendicato l’orgoglio degli italiani d’America

La sala gremita per il 44esimo Niaf Gala (Credits Andy DelGiudice / NIAF)

L’informatore è stato per noi al gala del NIAF per la 44esima edizione. Ci racconta impressioni e personaggi con un pizzico di humor in più

È una cena di famiglia italiana di quelle che si facevano una volta, specialmente al sud. È un convivio allargato a parenti, parenti lontani, amici, amici degli amici e altri ancora.

C’è il cugino che ha fatto carriere in regione. C’è il nonno un po’ rinco, ma molto venerato. C’è la zia assessora in comune. C’è il figlio che gestisce un’attività economica di famiglia avviata. Ci sono i cantanti che allietano la serata. 

Insomma, cosa volete di più? C’è solo da sedersi, magnare, parlare con gli amici che sono lì e divertirsi a conoscere amici nuovi. E se poi quelli che si alternano a parlare sul palco si sono preparati per benino, anche lo spettacolo è assicurato.

Sto parlando della cena di gala del NIAF. La 44esima per la precisione. Quella a cui partecipo la sera del 3 novembre allo Omni Shoreham Hotel di Washington DC. Non è la stessa venue dell’anno passato, ma oltre a quello il rituale e totalmente analogo.

Anna Castaldi del Comites Detroit, Stefano Spennati di Conftrasporto, Maria Manca, console generale di Detroit e Carlo Piccolo (NIAF)

Dopo il red carpet e la reception che prepara tutti i partecipanti alla serata alcolizzandoli un po’, si passa nel salone con i tavoli rotondi, un centinaio, ognuno in grado di ospitare otto persone. Sul palco siedono autorità di varia estrazione americani ed italiani, inclusi il nostro ambasciatore, Armando Varricchio, e due nostre parlamentari, l’on. Fucsia Nissoli e la senatrice Francesca Alderisi.
I pezzi grossi dall’Italia sono Francesco Boccia, ministro per gli Affari Regionali, e Donato Toma, governatore del Molise, la regione a cui questa edizione del gala è stata dedicata. A breve entrambi si esibiranno con i rispettivi discorsi in inglese, inglese un po’ maccheronico a dire il vero, ma almeno ci provano.

Richard Trumka durante il discorso di accettazione dell’onorificenza.

Tra il pubblico anche un ministro dell’amministrazione Trump, Eugene Scalia, figlio del justice Antonin Scalia. Chissà perché non è sul palco d’onore con gli altri. Si dice, si mormora che non sopporti un altro italo-americano, Richard Trumka, polacco di cognome, ma italiano per parte di madre. Trumka è uno degli honoree della serata. In qualità di presidente della confederazione di sindacati AFL-CIO, probabilmente è troppo di sinistra per piacere ad un ministro del lavoro nominato da Trump. E viceversa, se dovessi giudicare da cosa vedo se googlo (per chi non può cliccare, Trumka ha dichiarato: “È offensivo e pericoloso che Eugene Scalia sia stato nominato ministro del lavoro dopo che ha passato una vita a castigare i sindacati”.)

Jeff Bradley e Anna Cicala arrivati da Woodstock, VA per il gala.

Ma torniamo alla serata. Le storie che raccontano gli onorandi sul palco mi interessano, ma altrettanto interessanti trovo le storie del popolo italo-americano convenuto alla festa.

L’italo-americana Anna è seduta accanto a me al tavolo e accanto a lei c’è il marito Jeff. Anna parla anche italiano e insegna ESL (English as a second language) ai bambini “stranieri” in una scuola elementare. Jeff mi racconta di essere un restauratore di case americane d’epoca. Lavora il legno. Vivono insieme in Virginia.

Principalmente restauro case ed edifici del XVIII e XIX secolo. Il lavoro va dalla riparazione strutturale delle fondamenta fino al restauro completo, compresa la ricostruzione di finestre, porte, rivestimenti interni e modanature” – racconta Jeff.

“Qual’è la casa più antica su cui hai messo mano?” – chiedo.

Ad oggi un edificio del 1730. Lo so, non molto antico per gli standard italiani!

Siete stati in Italia?” 

Siamo stati prima a Roma e poi  in giro per l’Italia l’estate scorsa. Melo, il padre di Anna, ci ha fatto da Cicerone. È stato fantastico. Atterrati da poco a Fiumicino, eravamo in taxi verso il centro e i resti delle antiche mura ci si sono parati davanti. Già lì ero senza parole. E quello era solo un assaggio. Poco dopo ci è apparso il Colosseo! Come siano riusciti a sollevare quelle pietre enormi senza l’uso dell’idraulica moderna è sbalorditivo. I quindici giorni seguenti mi hanno riempito di ammirazione per gli artisti, per gli operai e per tutti quelli che ebbero la visione e la creatività per progettare monumenti così. La Basilica di San Francesco d’Assisi è stata sorprendente non solo per l’opera strutturale, ma anche per lo stato di conservazione della cappella originale. E poi vogliamo parlare dell’opera di falegnameria all’interno di una qualsiasi sezione della cattedrale senza l’uso di elettricità? Non riesco neanche a immaginarlo.

Jeff è un treno. Bello sentire un americano ricordarci che, almeno per quanto riguarda storia, arte e cultura, l’Italia è una super-potenza.

Maria Bartiromo ha presentato la serata.

Comincia lo spettacolo. La madrina è un’affascinante Maria Bartiromo, una Lilli Gruber a stelle e strisce per intenderci. Qui permettetemi di schiacciare il tasto del fast-forward, altrimenti non finisce più. Gli inni nazionali (Christina Carlucci). Le parole dell’ambasciatore che ribadiscono il legame tra i due paesi e il contributo degli italo-americani verso il paese dei padri e dei nonni. Il prete che ricorda a tutti di essere più buoni e che dopo aver risparmiato miliardi di tasse occorre pensare a chi ha meno di noi. I discorsi in inglese maccheronico di Boccia e Toma. Il riconoscimento a Peter Secchia, ex ambasciatore USA a Roma, il quale, molto generosamente, ha finanziato varie borse di studio per giovani italo-americani che non avevano mai avuto la possibilità di visitare il paese dei nonni (né di bere alcolici prima di ventun’anni, NdR). 

64 americani che si sono conosciuti durante il periodo in Italia grazie alla borsa di studio hanno finito per sposarsi!” dichiara Secchia dal palco.

Chissà qual’è il numero di chi ha divorziato?” – azzardo io la domanda in forma privata per i presenti al mio tavolo. Qualcuno ride.

Il momento “In memoriam”, in cui si ricordano italiani e italo-americani che ci hanno lasciato nell’ultimo anno, è sempre toccante. Tra i tanti, Franco Zeffirelli, Lee Iacocca, Franco Columbu, Andrea Camilleri, Francesco Borrelli e Bernardo Bertolucci.

Paul Tufano si è commosso ricordando la storia della sua famiglia e del nonno napoletano.

Tra gli honoree mi sono piaciuti di più sia Richard Trumka che Paul Tufano. Del primo ho già parlato. Il secondo, un avvocato di successo, ha anche lavorato con il governo della Pennsylvania e con l’amministrazione Clinton per iniziative a favore del bene generale e non solo dei ricchi. I loro discorsi hanno ripreso i temi classici del lavoro duro, dell’integrità e dell’onestà, eppure non avevano il sapore del cliché. Sono stati emotivamente carichi. Tufano ha ricordato il nonno napoletano che passava in nave davanti alla statua della libertà a NYC un centinaio di anni fa per iniziare una vita nuova. Il parallelo di Tufano è stato con il momento in cui lui, come consigliere generale della Pennsylvania, entrava alla Corte Suprema per patrocinare un caso. Il padre e lo zio erano presenti quel giorno. Vedere il nipote di un immigrato napoletano argomentare davanti ai nove giudici della Corte Costituzionale americana era un defining moment paragonabile all’arrivo del nonno cent’anni prima. E lì Tufano si è commosso. Lo si capiva dalla voce che sembrava sul punto di spezzarsi dal pianto. Tutti ascoltavano. Grande applauso.

Ci sono anche tre intermezzi musicali, tutti apprezzabili. Un cantante di cui non ricordo il nome (ha cantato “O vita mia” tra i battiti di mano che accompagnavano), Alessandro Coli e Chiara Izzi (molisana, ma residente a NYC).

Con Chiara Izzi e il suo chitarrista.

Finito il gala c’è l’after-party. La mia amica Francesca dell’Italian Cultural Society è lì con Annalise, prima professoressa universitaria italiana alla Washington University di Saint Louis, Missouri, trasferitasi ora a Washington DC per lavorare all’Italian Cultural Society e dare finalmente forma al suo sogno: diffondere l’amore e la passione per la nostra lingua e la nostra cultura”. Me la presenta. È molto simpatica. Mi sta ad ascoltare persino mentre racconto delle mie vicissitudini con la Crusca per il qual’è scritto con l’apostrofo.

Francesca Casazza ed Annalise Morani Brody.

Cosa ne pensi della serata?” 

È stato toccante ed emozionante per le storie che hanno condiviso dei figli degli immigranti italiani premiati.” dice Annalise. 

Tra il pubblico vedo un collega giornalista, corrispondente da Washington di una testata nazionale. Lo vado a salutare.

Mi sono piaciuti gli interventi di Trumka e Tufano. Tufano che si è commosso. Ha fatto un intervento di grande impatto emotivo. Certo, solo in America un immigrato arriva e il nipote lo trovi a patrocinare davanti alla Corte Suprema.

Macché. Questo è anche il paese con 40 milioni di poveri. Basta che vai un po’ più giù qua e li vedi nelle tende.

Porca vacca, Giuseppe, ho pensato. È quasi mezzanotte e te ne esci con questi discorsi seri e inopportuni. Che poi saranno anche veri, ma siamo quì a divertirci un po’ anche noi, o no?

Per ritorsione gli rifilo una visione mia assolutamente nichilista della vita e della condizione umana. Roba che il pessimismo cosmico di Leopardi è una lieta novella in confronto. Mi sembra che Giuseppe accusi il colpo. Così impara. Bisogna che uno di questi giorni accetta la mia idea di uscire a berci una cosa insieme.

Si fa tardi. Recupero dal guardaroba la borsa omaggio con Nutella, caffè, pasta, Ferrero Rocher del tipo che si trovano solo a casa dell’ambasciatore e altre leccornie, saluto chi incrocio sul cammino e me ne torno alla macchina.

Anche quest’anno, come l’anno scorso, mi sono divertito molto. E gli altri che erano lì, credo, pure.

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