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Don Sturzo in America con quell’idea dei cattolici in politica che l’Italia rifiutò

Gli anni a New York e negli Stati Uniti del prete siciliano antifascista che fondò il Partito Popolare e poi non riuscì a guidare la Democrazia Cristiana

Don Luigi Sturzo

«“Rapito come in un’estasi e sono sceso in cabina a piangere, come un bambino che deve rivedere la madre dopo una lunga lontananza”. Ho scritto quella frase che cita poche ore prima dell’arrivo nel porto di Napoli dagli Stati Uniti, a bordo del piroscafo “Vulcania” che mi riportò in Italia la mattina del 6 settembre del 1946. In America invece sono arrivato il 3 ottobre del 1940, dopo 11 giorni di viaggio. Io e il mio medico personale Michele Sicca eravamo partiti da Liverpool il 22 settembre: la meta era New York».

In sintesi la storia americana riassunta da Luigi Sturzo.

Appena l’Italia entrò in guerra, gli Italiani esuli in Inghilterra, divennero nemici se non addirittura spie. Perciò nonostante la precaria salute, con dieci sterline permesse dalla dogana, a 69 anni, egli riteneva di trovare la vera libertà a New York. Almeno all’arrivo valse la solidarietà dei poveri e senza mezzi e fu ospite a Brooklyn della famiglia Bagnara. Purtroppo l’illusione durò poco e alla fine di dicembre fu trasferito al St. Vincent’s Hospital, in Florida, per benevolo interessamento di monsignor Francesco Lardone, docente di diritto canonico alla Catholic University di Washington. Così gli fu quasi imposta l’ospedalizzazione lontano dagli altri emigrati antifascisti, in una città dal clima mite, ma al confine con la Georgia. Ed egli ben presto capì che “quell’angolo remoto” sarebbe diventato la sua casa “per un tempo indefinito”:

«La stanza dell’ospedale St. Vincent’s di Jacksonville in Florida si trasformò ben presto in una sorta di laboratorio-ufficio stampa dalla quale sono riuscito ad attivare una rete di contatti con vari mondi: quello culturale e accademico statunitense, quello diplomatico, quello del cattolicesimo americano e quello degli esuli italiani ed europei. Provai in sostanza a trasformare la mia condizione di esiliato in un’opportunità, in un’occasione per impegnarmi in nuove sfide e avviare nuovi progetti.».

Sapeva della voce che fosse un tipo “scomodo” e in una lettera a Mario Einaudi – figlio del futuro presidente Luigi, anch’egli esule, spiegava che «dietro la scelta della Florida c’era una precisa regia politica: isolarmi, sia da parte dell’ambasciata fascista a Washington che dalle autorità religiose americane».

Per quanto riguardava l’ambasciata italiana era prioritario controllare le attività degli esuli antifascisti, da parte sua la Curia aveva le sue buone ragioni per non gradire opposizioni al regime fascista. Così dichiarava: «Una parte del mondo cattolico statunitense poi non aveva mai nascosto le proprie simpatie per il fascismo.».

Constatava che nel cattolicesimo americano c’era un diffuso filo-fascismo, anche a livello culturale. Charles E. Coughlin di Detroit era animatore di un programma radio di grande seguito, ispiratore di gruppi anti-semiti, estimatore di Mussolini, al quale nel settembre del 1938 chiese con una lettera di scrivere un articolo per  la sua rivista. James J. Walsh e John Gibons avevano dedicato le loro opere degli anni ‘30 al duce.  E lo storico Carlton J.H. Hayes, docente alla Columbia University, nel 1929 enfatizzava la portata storica dell’accordo tra il regime fascista e la Chiesa.

Da parte del Governo federale nel 1940 giungeva a compimento un lungo processo di avvicinamento tra Vaticano e Stati Uniti, con la designazione di un rappresentante “personale” del presidente Roosevelt presso la Santa Sede. Don Luigi era pertanto convinto della sua fragilità:

«Ero una figura troppo ingombrante dato che poche settimane dopo il mio arrivo in America ho espresso pubblicamente la mia opposizione al regime. E c’era grande considerazione del mio pensiero tra gli esuli di ispirazione cattolica e liberale, anche al di fuori degli ambienti cattolici. Per questo ero pericoloso: lo stesso ambasciatore italiano si era opposto alla possibilità che insegnassi in un ateneo cattolico».

In questo spettacolare esilio di un esule («per un lungo riposo») andò elaborando il progetto di «indurre i cattolici democratici americani a mettersi sul terreno politico e pensare politicamente, al di fuori dell’Azione Cattolica o dell’attività politica della Gerarchia, come cittadini liberi che vogliano formarsi tali e influire come tali con un proprio programma». Poi il ritorno al Bensonhurst di Brooklyn fino 5 settembre 1946, quando il “sinistro prete” sbarcava a Napoli.

Ne era passata storia sotto i ponti dal 24 dicembre 1905, quando si andava profilando l’idea di un partito dei cattolici, fino all’appello A tutti gli uomini liberi e forti  e alla stesura del programma del Partito Popolare Italiano (PPI) del 1919, in cui si affermava la piena autonomia dall’autorità ecclesiastica, rinunziando al titolo di partito cattolico, per proporsi come gli altri partiti sul comune terreno della vita civile.

Nel primo Congresso di Bologna (1919), Sturzo ribadiva questo carattere laico e aconfessionale. Il 18 gennaio 1919 così l’incipit dell’appello A tutti gli uomini liberi e forti, con il quale nasce il Partito Popolare Italiano:

«A tutti gli uomini liberi e forti, che in questa grave ora sentono alto il dovere di cooperare ai fini superiori della Patria, senza pregiudizi né preconcetti, facciamo appello perché uniti insieme propugnano nella loro interezza gli ideali di giustizia e libertà».

Da sottoscrivere e gridare in tutti i media oggi in cui questi ideali, le ideologie, sono sbeffeggiate e negate come un peccato, un crimine da troglodita. La sua posizione sociale in linea con la Rerum novarum di Leone XIII1 del 5 maggio 1891 sulla nuova dottrina sociale della Chiesa, ‘la prima finestra’ sul mondo operaio, la fondazione di associazioni di mutuo soccorso, seguiti dagli incendi delle sedi dell’Azione cattolica, fino alle minacce personali. Il cardinale Gasparri gli consigliò di lasciare l’Italia. Il mito dell’Inghilterra monarchia democratica lo condusse il 25 ottobre 1924 a Londra. È l’esilio. Seppe  del suo partito cattolico che sosteneva quasi in toto Mussolini, l’umiliazione di tanti cattolici del partito da lui fondato diventare paladini del fascismo e votare la legge liberticida Acerbi. E ancor più il rimbombante «uomo che la Provvidenza ci ha fatto incontrare», elargito da papa Ratti Pio XI al suo personale benefattore di 44 ettari di territorio vaticano, il misero risarcimento del vulnus di Porta Pia, con il benemerito Concordato controfirmato l’11 febbraio 1929 da Mussolini e proprio da quel Pietro Gasparri che lo aveva spedito in esilio. La festa scolastica del giorno 11 di nostra memoria fu abolita soltanto con legge n. 54 del 5 marzo 1977, III governo Andreotti. Già nel 1919 davanti all’avanzata socialista papa Benedetto XV aveva revocato il non expedit, il “non conviene” partecipare alla vita politica. Sturzo lo aveva superato già nel 1905 con la finzione di tenere la carica solo di pro-sindaco. Eppure quel tanto condannato “patto” fu accolto dalla nuova repubblica democratica che fece di più: con il beneplacito dei tanto temuti comunisti “mangiatori di bambini”, con il voto del capo diavolo Palmiro Togliatti quei fascistissimi Patti Lateranensi furono inseriti nella Costituzione italiana, una intrusione mostruosa per una costituzione non octroyée, ma nata per Assemblea popolare. Così fino ai nuovi patti ancora più onerosi per lo Stato, sottoscritti da Bettino Craxi: «Art. 7. Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani. I loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi. Le modificazioni dei Patti accettate dalle due parti, non richiedono procedimento di revisione costituzionale».

Sulle pagine di People and Freedom e attraverso l’Aube può svolgere a Londra la sua militanza antifascista, denunziare il colpo di stato di Franco e la guerra civile, il pericolo del nazismo e l’inefficienza delle democrazie europee attraverso il suo People and Freedom Group. Perciò la richiesta alla Santa Sede di prendere posizione e il sostegno all’intervento di Roosevelt nella guerra contro Hitler accanto alle armate sovietiche. Si era tuttavia illuso che potesse dire e fare ogni azione contro le dittature.

Scoppiata la seconda guerra mondiale, è invece costretto ad abbandonare Londra per New York, dove arriva il 3 ottobre 1940. Nei sei anni di esilio americano fonda un’associazione di cattolici democratici, American People and Freedom, e intreccia rapporti con la cultura italiana in esilio: Arturo Toscanini, Carlo Sforza, Lionello Venturi, Mario Einaudi. Non aderì alla Società mazziniana di Gaetano Salvemini, perché ritenne di non collaborare con un ateo, che perciò lo definì “Himalaya di certezza e di volontà”. L’attività che lo impegnava maggiormente era quella, raccomandatagli anche da De Gasperi, di convincere gli USA a distinguere fra fascismo e popolo italiano e impegnarsi per un trattato “senza umiliazioni e vessazioni”.

Al suo ritorno il suo appello a “Moralizziamo la vita pubblica” e la lotta contro le tre “male bestie”: la partitocrazia, lo statalismo e l’abuso del denaro pubblico lo mantennero ancora ai margini della politica attiva. Era chiaro perché gli emergenti democristiani, proprietari del suo partito popolare, connotatosi dottrinalmente in Democrazia cristiana avesse addirittura ostacolato il suo ritorno. La Delegazione Apostolica a Washington di Amleto Cicognani aveva cercato di mediare, ma agguerriti erano i suoi oppositori al ritorno in Italia in momento in cui si andava definendo il futuro del nuovo partito. Nella Segreteria di Stato vaticana e presso Pio XII, si temeva l’influenza che Sturzo avrebbe potuto esercitare sui cattolici italiani circa le scelte politiche, si temevano ripercussioni sull’unità e la concordia della comunità ecclesiale, un indebolimento nella coesione della comunità nazionale con un ipotetico “salto nel buio”. E fu un vero problema il rientro in Italia del vecchio esule. Aveva scritto a De Gasperi, a Scelba, «se non vi fossero ostacoli d’altro genere per potere io liberamente servire il paese». Tre mesi occorsero per trovare un alloggio presso una casa di religiose. Tutto era pronto, ma Cicognani gli espresse il pensiero di alcuni suoi amici italiani, che sarebbe stato opportuno che “almeno per ora” avesse evitato di risiedere in Roma, per non dare pretesto ai “partiti estremisti” di “causare imbarazzo alla Santa Sede e al Governo stesso”. La stessa norma concordataria – aggiungeva il Delegato Apostolico – che “vieta agli ecclesiastici di iscriversi e militare in qualsiasi partito politico” avrebbe potuto dalla sua presenza a Roma offrire argomento ai “nemici della Chiesa” per creare “spiacevoli commenti e lotte”. Era un modo, ancora indiretto, per invitare don Sturzo a rinviare ad altra data il suo ritorno in Italia. Poi più chiaro affermò che la Segreteria di Stato di Sua Santità, a cui aveva sottoposto le sue osservazioni, faceva presente che «meglio sarebbe che Ella sospendesse il viaggio in Italia, e restasse per ora dove si trova». Era lo strumento di lotta delle due soluzioni politiche quella di Scelba e quella di De Gasperi. Alla soluzione della lotta si sarebbe deciso il suo destino.

La tomba di Don Sturzo a Caltagirone

A pensarci ora, rileggendo le carte, che ometto e studiando il suo pensiero, ci si rende conto del perché, ma si inorridisce lo stesso. Era rimasto l’uomo odiato dai fascisti e dalla Chiesa istituzionale. Mandato in esilio da Gasparri, fu lasciato a languire per altri mesi dalla Segreteria vaticana con la prospettiva di non potere morire nella sua terra.

Monsignor George P. Graham laureato alla Catholic University of America e alla New York University intitola la sua biografia: Luigi Sturzo: A Prophet for Today. Il 24 novembre 2017 al Laterano è chiusa la fase diocesana della causa di beatificazione.

Al di là di una esposizione della sua complessa e lunga attività politica e dal carteggio con quasi tutti gli uomini politici del tempo, in questa epoca pericolosa per la democrazia e le libertà universali, fra totalitarismi democratici e invasioni nella sfera interiore, mi basta riferire questa sua definizione della politica:

«C’è chi pensa che la politica sia un’arte che si apprende senza preparazione, si esercita senza competenze, si attua con furberia. E anche opinione diffusa che alla politica non si applichi la morale comune, e si parla spesso di due morali, quella dei rapporti privati, e l’altra (che non sarebbe morale né moralizzabile) della vita pubblica. Ma la mia esperienza, lunga e penosa, mi fa concepire la politica come statura di eticità, ispirata all’amore del prossimo, resa nobile dalla finalità del bene comune» (Il Popolo, 16 dicembre 1956, Politica di questi anni 1954- 1956).

P.S. Le citazioni sono riprese dall’immensa documentazione custodita dall’Istituto Luigi Sturzo.

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