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Coronavirus: io italiano a Parigi, vi racconto come sono stato messo in “quarantena”

La capitale francese adotta misure per “isolare” gli italiani. La testimonianza di un insegnante italiano che lavora in Francia

di Giacomo Rosso

Giacomo Rosso

La discriminazione non si presenta in divisa, ma bussa gentilmente alla porta della tua aula alle 8.30 mentre stai finendo l’appello e ti prepari a massacrare i ritardatari prima di iniziare lezione, con il viso conosciuto e gentile di una segretaria che ti invita cortesemente, ma senza preavviso, a renderti al più presto reperibile nell'ufficio del preside senza darti altre spiegazioni...

Antefatto. Lunedì mattina, ripresa scolastica francese dalle vacanze d’inverno. Ho tre ore di lezione. Sono di buon umore e dispenso battute a colleghi e allievi circa la possibilità di essere stato contagiato da COVID-19 durante la mia visita di qualche ora a Milano.

Ancora una volta pago la mia pessima abitudine di fare del sarcasmo in pubblico. Rilancio la battuta in pausa pranzo, dove per una infausta circostanza si trovano a consumare i loro insipidi pasti francesi preside e vicepreside, i quali sorridono alle mie sventurate parole.

Nel frattempo, però, le notizie dall’Italia cominciano a farsi piuttosto serie in serata, quando appare sul sito de La Repubblica un articolo inquietante: Coronavirus, Francia: Chi è di ritorno da Veneto e Lombardia resti in quarantena per 14 giorni: “A Parigi, come in altre parti della Francia, le scuole riaprono oggi dopo le vacanze invernali. Ma a sorpresa non potrà tornare in classe chi è stato nel nord Italia”. I siti francesi rilanciano contemporaneamente la stessa notizia.

Giorno n°1 della quarantena: la tragedia inizia sempre come una farsa

La discriminazione non si presenta alla porta in divisa, con stivali e mostrine militari. La discriminazione bussa gentilmente alla porta della tua aula alle 8.30 di un ordinario martedì, mentre stai finendo l’appello e ti prepari a massacrare i ritardatari prima di iniziare lezione. Si presenta alla porta con il viso conosciuto e gentile di una segretaria che ti invita cortesemente, ma senza preavviso, a renderti al più presto nell’ufficio del preside senza darti altre spiegazioni.

Mi presento davanti al dirigente scolastico e annuncio che sono al corrente del motivo della mia convocazione. La persona davanti a me esista a stringermi la mano e si lancia nel suo consueto soliloquio, accennando alla necessità dell’Istituto scolastico di garantire la salute e la sicurezza degli allievi. Un sapore acido di discriminazione si cela dietro il gergo burocratico delle direttive ministeriali che impongono delle procedure straordinarie ma assolutamente vaghe.

La sensazione è molto sgradevole. Non riesco a capire se devo giustificarmi in qualche modo per quello che ho fatto (4 ore di permanenza a Milano durante le mie vacanze per cercare di vedere la Fondazione Prada che ho comunque trovato chiusa) o se devo avere un’espressione scandalizzata per il trattamento che sto subendo. È evidente che la  preoccupazione dello zelante dirigente è quella di mettersi al riparo da ogni possibile denuncia per mancato adempimento delle procedure di sicurezza che possa provenire dai genitori degli alunni. La comunicazione ufficiale del provveditorato di Parigi resta vaghissima:

“Signore e Signori,

Le autorità sanitarie francesi, la Direzione generale della Sanità (DGS) a livello nazionale e l’Agenzia sanitaria regionale (ARS) a livello territoriale, hanno formulato raccomandazioni che il Rettore ci chiede di applicare nelle scuole.

Inoltre, chiedo gentilmente a tutti coloro che sono stati negli ultimi tempi in Cina (Cina continentale, Hong Kong, Macao), Singapore, Corea del Sud o le regioni della Lombardia e del Veneto in Italia, di riferire all’infermeria in modo da attuare le raccomandazioni del DGS e dell’ARS, per il bene di tutti e la salute di ciascuno”.

Inizio a preoccuparmi, mi alzo dalla sedia, seguo il preside, torno a sedermi. Lui continua a farneticare di procedure per garantire (a se stesso) il buon adempimento di tutte le misure prescritte, senza tuttavia trasmettere uno straccio di empatia nei miei confronti.

Una recente prima pagina del quotidiano Le Monde con una foto della situazione in Lombardia

Le necessità didattiche che il mio lavoro comporta non vengono nemmeno menzionate. Vengo rassicurato a riguardo dell’assenza di conseguenze salariali per quello che inizia a concretizzarsi come una messa in quarantena preventiva asintomatica discriminatoria.

L’attitudine del burocrate si fa più accondiscendente, ma a me ricorda sempre più quella di del collaborazionista per bene: il diligente burocrate che per quieto vivere denuncia i delatori prima che siano le autorità  a chiederglielo. Propongo di andare in infermeria e farmi prendere la temperatura, nel tentativo di tranquillizzarlo e guadagnare tempo.

Al mio ritorno lo ritrovo sullo stipite della porta, fogli alla mano, che mi invita a fornire celermente alla segreteria tutta la documentazione che possa provare la mia presenza a Milano durante le vacanze d’inverno.

L’ultima immagine della scuola che rimane è quella dei colleghi nella sala insegnanti. Volti seri, che trasudano tanto imbarazzo, e poca empatia. Volti pieni di un sentimento poco chiaro. Volti che ieri mi sorridevano, ma che oggi mi guardano con sospetto, volti che non si avvicinano più per salutarmi ma che hanno fretta di rivolgersi altrove.

Riflessioni a freddo (ma sempre asintomatiche)

Alcuni colleghi (pochi a dire il vero) mi hanno chiamato per accertarsi circa le mie condizioni di salute. Mi hanno confermato ciò che già sospettavo: la caccia all’untore è iniziata. La comunicazione ufficiale del provveditorato sta mietendo altre vittime. Vincent, professore di francese, è stato individuato dal dispositivo di sicurezza come possibile propagatore del morbo asiatico. Bloccato in classe, è stato convocato dal dirigente scolastico e spedito subitamente a casa. I miei informatori mi hanno confermato che il povero avrebbe confessato di aver trascorso alcuni giorni nel nord dell’Italia. Proprio rientrando a Parigi, giovedì sera, ho incrociato per pura coincidenza Vincent a Gare de Lyon: “Tiens! Toi aussi tu rentres d’Italie?”.

A pensarci bene il treno partito da Milano con cui sono rientrato a Parigi era carico di francesi. Ed era solo uno dei tre collegamenti quotidiani che fanno la spola tra il nord d’Italia e la capitale francese ogni giorno. Milano è ormai diventata una destinazione cool per i parigini. Chissà quanti studenti della mia scuola avranno passeggiato via Montenapoleone e in Bovisa durante queste maledette vacanze?

Blindato in casa, assaporo da lontano il clima di paranoia e sospetto che si propaga tra colleghi e studenti, tutti terrorizzati all’idea di aver confessato a qualcuno di aver trascorso qualche giorno in Italia. Vedo le delazioni anonime scivolare discretamente sotto la porta della direzione. Immagino le riunioni convocate da preside e per organizzare il rastrellamento dei soggetti segnalati.

Certo due settimane di arresti domiciliari non sono una vera quarantena, ma per molti colleghi un’assenza prolungata può precludere il percorso didattico e il programma scolastico.  Per i ragazzi, soprattutto quelli seri dell’ultimo anno, significa perdere lezioni importanti e valutazioni in un momento cruciale del loro anno scolastico.

Il clima di panico e l’assenza di procedure chiare e indicazioni precise stanno amplificando la sensazione di stress e di incertezza di tutti. Il Ministero della Salute francese non aiuta nessuno pubblicando una lista di raccomandazioni rivolte a tutte le persone di ritorno da zone come l’Asia del sud-est, la Lombardia e il Veneto. Oltre alle prescrizioni mediche di base di buon senso non ci sono indicazioni chiare su come comportarsi in assenza dei sintomi della malattia.

I bambini, gli studenti delle scuole medie e superiori non devono essere inviati all’asilo, a scuola, in collegio o al liceo, data la difficoltà di indossare la mascherina tutto il giorno. In caso di segni di infezione respiratoria (febbre o sensazione di febbre, tosse, difficoltà respiratoria) entro 14 giorni dal ritorno da un’area in cui circola il virus

Le preoccupazione del Ministero dell’Educazione, della Salute e del Governo francese in generale sono cercare di dare l’impressione di riuscire a tenere la situazione sotto controllo. C’è il bisogna comunque fare dichiarazioni forti rassicurando tutti e mostrando che non si sta sottovalutando il rischio che questa malattia comporta. Oggi il Presidente si è affrettato a dichiarare che “Abbiamo davanti a noi un’epidemia”.

Evitare la proliferazione di un virus oggi è tuttavia impossibile. Bloccare aeroporti, treni e autostrade, impedire a persone e merci di muoversi liberamente attraverso paesi e continenti è oggi irrealizzabile e nefasto.

I cambiamenti climatici minacciano la sopravvivenza per milioni di persone nel mondo nei prossimi anni ma non suscitano la stessa reazione. Corriamo a fare incetta di mascherine e ci riempiamo le mani di soluzioni alcoliche disinfettanti come fosse acqua di Lourdes. Blocchiamo tutto e in quarantena scuole e ospedali per combattere una malattia che non ha fatto più vittime di una qualsiasi influenza stagionale.

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